Sono almeno 24 i morti nell’attentato avvenuto oggi in Pakistan nella città di Quetta, capoluogo della provincia sudoccidentale del Balochistan, ove un’autobomba è saltata in aria vicino a un treno che trasportava soldati dell’esercito di Islamabad, causando una strage rivendicata dall’Esercito di Liberazione del Balochistan, formazione separatista da tempo in guerra contro le istituzioni centrali del Paese dell’Asia meridionale.
L’attacco di Quetta
Una domenica di sangue che segue di poche ore una giornata a dir poco soddisfacente per il Pakistan, che ieri era riuscito a veder sostanzialmente trovata la quadra sul negoziato iraniano-americano mediato da aprile a oggi per porre fine alla Terza guerra del Golfo. Asim Munir, capo di Stato Maggiore pakistano, aveva partecipato alla chiamata di gruppo convocata da Donald Trump coi leader della regione per definire i contorni dell’accordo con l’Iran e Shehbaz Sharif, primo ministro di Islamabad, si era detto pronto a ospitare i nuovi colloqui tra Washington e Teheran, che dovrebbero prevedere una discussione serrata sul nucleare. Ora l’attenzione sarà giocoforza assorbita dai fatti di Quetta, epicentro della rivolta dei separatisti del Balochistan, che nelle ultime settimane hanno acquisito sempre maggior coraggio e determinazione nel colpire obiettivi sensibili dell’esercito e delle istituzioni pakistane.
Il Balochistan in tensione
Nella regione che è epicentro del China-Pakistan Economic Corridor, cuore pulsante della Nuova via della Seta, e che è confinante con l’Iran, che al Balochistan guarda con attenzione soprattutto sul fronte di lotta al narcotraffico e di contrasto al jihadismo, il Pakistan torna a essere sfidato da un nemico insidioso, ad oggi la più imprevedibile organizzazione terroristica dell’Asia centro-meridionale assieme all’Isis-K. A pensare male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca e non serve ragionare di fantasia per sottolineare che molti attori potrebbero veder di cattivo occhio un Pakistan mediatore protagonista nella regione, l’idea di una convergenza diplomatica tra Islamabad e Teheran in un’area cruciale per connettività e investimenti o, forse, perfino la prospettiva stessa che una pace si possa raggiungere. Del resto, il Pakistan ha molti avversari e nemici, compresi due Paesi confinanti come Afghanistan e, soprattutto, India. La leva del secessionismo del Balochistan poi è stata spesso vista come una forma di pressione per condizionare un Paese dal canto suo molti disinvolto, in passato, nel flirtare con gruppi stranieri militanti.
Attacco al Paese mediatore
Fatto sta che oggi il Pakistan è, indubbiamente, un raro esempio di pivot di stabilità regionale. E un Paese mediatore che sta lavorando per una de-escalation strutturale e una pacificazione complessiva trovandosi nella posizione di essere al tempo stesso ritenuto credibile come mediatore dall’Iran, saldamente alleato di Washington e in ottimi rapporti economico-diplomatici con Pechino. Potendo dunque provare la quadratura del cerchio. Un attacco destabilizzante al Pakistan è un attacco a un progetto di pace di rilevanza internazionale, non solo regionale. E sottolineiamo che non è una novità.
Federico Giuliani su queste colonne sottolineava nelle scorse settimane la coincidenza tra l’impegno diplomatico del Pakistan e l’escalation di attacchi dei separatisti del Balochistan, chiedendosi: “chi c’è dietro il dilagante terrorismo in Balochistan? La sensazione è che qualcuno (una fantomatica “mano invisibile“, forse afghana, forse vicina al Deep State statunitense o forse indiana) possa sfruttare la causa dell’indipendentismo per fare pressione sul Pakistan e, in un simile momento, compromettere i negoziati“. La domanda resta aperta, specie perché va considerata l’attività di un gruppo che è arrivato a mettere d’accordo due nemici, Usa e Iran, nel definirlo ufficialmente come terrorista e che oggi terremota alle sue vaste periferie l’attore chiave per la corsa alla pace. I morti di Quetta dopo gli spari nell’area della Casa Bianca della notte italiana e dopo la levata di scudi di molti alti papaveri del mondo neocon e interventista contro l’ipotesi di un accordo: messaggi e azioni leggibili come reazioni all’imminente accordo sembrano accumularsi. E dal Pakistan arriva la più brutale e letale, che ci ricorda come tutto sia ancora in gioco.
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