Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. È un detto cinico che, però, riflette almeno in parte la realtà. Dello Stato islamico e dei suoi delitti ci eravamo quasi dimenticati. In fondo, siamo onesti, non ci importava molto se qualche kamikaze si faceva esplodere in Afghanistan o in Iran. Abbiamo ricominciato a parlarne da quando l’Isis, nella sua versione contemporanea di IS-K, ovvero Stato islamico del Khorasan, ha ripetutamente colpito la Russia. Citiamo solo le 142 vittime del Crocus City Hall di Mosca del marzo scorso a Mosca e le 23 vittime delle incursioni islamiste nelle città daghestane di Makhachkala e Derbent nei giorni scorsi. A dispetto dell’invasione dell’Ucraina e di tutto ciò che ne è seguito, continuiamo istintivamente a considerare la Russia come parte dell’Europa e quindi quegli eventi ci preoccupano.
Facciamo bene, in realtà, a preoccuparci, perché la minaccia portata dallo Stato islamico, on tutte le sue forme e ramificazioni, è tutt’altro che esaurita. Un ottimo sistema per rendersene conto, letteralmente a colpo d’occhio, è consultare la mappa interattiva delle sue attività criminali preparata da Aaron Y. Zelin per The Washington Institute for Near East Policy. Fa impressione vedere l’estensione geografica degli attentati di cui lo Stato islamico, ancora oggi, è capace.
E poi ovviamente ci sono i numeri. Negli ultimi dodici mesi (marzo 2023 – marzo 2024), lo Stato islamico ha rivendicato 1.121 attacchi con 4.770 tra morti e feriti. Quasi 800 di quegli attacchi, tra l’altro, sono stati compiuti fuori da Iraq e Siria, i Paesi che hanno fatto da culla al movimento dello pseudo-califfo Al-Baghdadi e dei suoi successori. La maggior parte delle incursioni criminali si è verificata in Africa (679) ma gli attentati più micidiali sono stati quelli, appunto come in Russia, organizzati dall’IS-K, l’Isis-Khorasan, con una media di 14 vittime per attentato.
Proprio l’IS-K merita un discorso particolare. Il numero dei suoi attacchi nell’ultimo anno è inferiore a quello registrato nei due anni precedenti, e il miglioramento lo dobbiamo, paradossalmente all’iper-sanzionato regime talebano dell’Afghanistan che, dopo aver subito durissimi colpi, ha cominciato a prendere provvedimenti per contenere il gruppo terroristico. Nel frattempo, però, l’IS-K è diventato la più consistente minaccia globale per la sua capacità di portare attacchi micidiali anche dalla sua “zona di competenza” (si ritiene che il comando centrale si trovi nel Nord-Est dell’Afghanistan, al confine con Pakistan, Cina e Tagikistan) nel cuore dell’Asia Centrale. L’IS-K mostra ottime capacità di reclutamento all’estero (erano tagiki gli stragisti del Crocus City Hall come pure quelli che si fecero saltare in Iran durante la commemorazione del generale Suleimani) e nel Caucaso russo. Cosicché negli ultimi mesi l’IS-K è riuscito a mettere a segno 21 attacchi in 9 Paesi extra-Afghanistan rispetto agli 8 dei dodici mesi presenti e a 3 del lungo periodo 2018-2022.
Un incremento della capacità operativa rapido e sorprendente. Così rapido e sorprendente (e mirato, visto che ha nel mirino soprattutto Russia e Iran) da far pensare che ci sia qualcuno che gli dà una mano. Non erano nati così, a suo tempo, anche i mujaheddin del popolo e poi i talebani?
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