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Squid Game: una volta detto il nome è superfluo, quasi per un paradosso giornalistico, procedere con le presentazioni e le spiegazioni, vista la notorietà a livello globale a cui è assurta la serie sudcoreana distribuita dalla piattaforma Netflix che racconta le storie di persone attanagliate dai debiti che ricercano, in un perverso gioco a livelli, la maniera di ottenere un montepremi che potrebbe permettere loro di uscire dalla morsa dei creditori. La contropartita in caso di fallimento delle prove? La morte.
Ma questo è quanto si può leggere nei trailer o nelle sinossi di presentazione del telefilm ma, come spesso accade per tutto ciò che diventa un fenomeno mediatico e culturale, per comprendere nell’esattezza cosa sia la fiction di Seul, è più facile ragionare per sottrazione e incominciare quindi a dire cosa ”non è” Squid Game.

Squid Game non è soltanto una semplice serie televisiva, Squid Game non è solo intrattenimento, Squid Game non è puro astrattismo, Squid Game non è unicamente adrenalina e avventura, Squid Game è anche paura.

La serie televisiva distribuita da Netflix, che non è una serie horror ma, se proprio la si vuole catalogare con un termine tanto inflazionato nell’ultimo biennio pandemico, è uno sceneggiato distopico, è la metafora delle nostre peggiori paure. La paura dei debiti, dell’impossibilità di affrontare la vita di tutti i giorni, la paura dell’assenza di vie di uscite, dell’essere vittime prioristiche, la paura del sogno irraggiungibile, la paura dell’homo homini lupus, la paura della dipendenza, la paura che anche il più dolce ricordo dell’innocenza connaturato nell’ infanzia possa poi un domani rivoltarsi contro di noi come una condanna esiziale.

Se così non fosse allora non si capirebbe perchè la serie ideata da Hwang Donk-hyuk abbia mosso critiche e suscitato reazioni contrastanti in moltissimi paesi di tutto il mondo. In Cina, l’esecutivo di Pechino l’ha vietata, in Italia, la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza ha lanciato una raccolta firme sulla piattaforma Change.org per chiederne la messa al bando, in Oriente è divenuta un casus belli politico tra Seul e Pyongyang e ovunque sul web e sulle piattaforme social si leggono commenti di ogni sorta: sostenitori contro detrattori, indignati contro esaltati, ammiratori contro censori.

Ma c’è un caso che più di tutti dovrebbe fare riflettere su come questa serie, che mostra uomini e donne partecipare a una pluralità di giochi per bambini dove ogni errore però si paga con la vita, sia il riflesso delle paure più recondite, e non solo, della nostra società: il fatto che alcune immagini di Squid Game siano state utilizzate da una branca siriana di Al Qaeda come strumento di propaganda.

Un gruppo terrorista, che ha fatto del terrore e della comunicazione del terrore il suo più forte strumento di proselitismo e di celebrazione di sé stesso, è ricorso all’utilizzo delle immagini dei giochi della serie di Squid Game per lanciare messaggi politici. Incredibile? Si. Ma assolutamente vero.

Occorre andare con ordine però. Negli ultimi giorni, alcuni guerriglieri uzbeki che combattono tra le fila del gruppo Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), una formazione salafita ritenuta da analisti ed esperti vicina ad Al Qaeda, hanno postato sui loro social network un manifesto alquanto inquietante. L’immagine diffusa dai ribelli islamici riprende la famosa scena della serie sudocoreana durante la quale i concorrenti devono giocare a ”uno, due, tre…stella!” e chi viene sorpreso a muoversi diventa bersaglio dei colpi delle mitragliatrici attivate da una mastodontica bambola dalle fattezze naif. Gli islamisti hanno adattato la locandina della serie coreana alla loro propaganda sostituendo i concorrenti del gioco con dei bambini e delle bambine velate che cercano di raggiungere una scuola coranica ma vengono uccisi dal fuoco della bambola. E c’è un dettaglio che delucida sul significato di questo manifesto; il fatto che la bambola abbia un vestito bianco, rosso e blu: i colori della bandiera della Russia. Lapalissiana quindi la denuncia: Mosca con i suoi bombardamenti sta uccidendo i bambini siriani.

La provincia di Idlib, dove opera ed è presente l’HTS e dove sono stati condivisi questi manifesti, è una delle zone della Siria ancora in mano alle forze jihadiste e lì sono praticamente quotidiani gli attacchi aerei da parte dell’aviazione di Putin. La regione è di interesse cruciale per numerosi attori: la Turchia, il governo di Assad, le formazioni islamiste, i curdi e la Russia appunto e secondo molti esperti di Medio Oriente sarà in questa parte del Paese mediorientale che si svolgeranno le battaglie cruciali per l’esito del conflitto siriano.

Non occorre ora addentrarsi nel merito delle analisi militari e geopolitiche sulla situazione siriana, è necessario rimanere concentrati invece sul valore e sull’utilizzo che hanno oggi alcuni nuovi fenomeni mediatici, come le serie televisive che, nel loro modo di raccontarci in maniera iperbolica la violenza esplicita e implicita del nostro ordinario, non lasciano indifferenti nemmeno dei professionisti della violenza come i terroristi dell’ HTS; tanto da spingere quest’ultimi a utilizzarle e strumentalizzarle per le loro battaglie.

Tutto ciò è estremamente inquietante; pensare infatti che milizie e formazioni armate che hanno fatto dell’odio mainstream e dell’orrore in presa diretta il loro linguaggio comunicativo, per impressionarci, debbano fare ricorso alle fictions che guardiamo nei nostri salotti; ci deve far riflettere su quanto siamo pervasi dalla violenza reale e di riflesso quanto, a questa, ne siamo divenuti impermeabili.

Impassibili agli echi mortiferi delle notizie che provengono dai fronti di battaglia del mondo ma impressionabili dalle finzioni in streaming: questo è il messaggio più spettrale (oltre a quello esplicito sull’uccisione dei bambini siriani) che si può cogliere leggendo in filigrana il volantino propagandistico della formazione salafita. Un aspetto agghiacciante che gli jihadisti stessi, a quanto pare, hanno saputo comprendere e sfruttare.

E questo fa paura, molta più paura di una serie che, nel bene o nel male, è comunque la storia di una violenza irreale che in qualsiasi momento si può mettere in pausa o fermare. Non come la guerra in Siria, quella è reale e da dieci anni prosegue con il suo quotidiano tributo di sangue che nessuno rewind potrà mai cancellare.