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Lo si è sempre detto e da più parti: ad un indebolimento territoriale dell’Isis, non corrisponde una sua sconfitta né in Mesopotamia e né a livello internazionale; i miliziani fedeli al ‘fantasma’ di Al Baghdadi, le cui sorti appaiono ancora una volta più che mai incerte, non avranno più fra qualche mese un califfato da difendere, né una porzione di deserto tra Siria ed Iraq in cui impiantare un vero e proprio Stato, pur tuttavia continueranno a sostenere tanto in medio oriente quanto nel vecchio continente la causa jihadista. Ne sanno qualcosa i cittadini di  Qaryatayn, piccolo centro che prima del conflitto contava quattordicimila anime e che si trova nel deserto a sud di Palmyra e ad est di Homs; non solo moschee e minareti, bensì anche chiese e monasteri (uno dei quali restaurato diversi anni fa da Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita rapito ad inizio conflitto e di cui non si sa più nulla), a testimonianza di una secolare convivenza tra musulmani sunniti e cristiani. Conquistata dall’ISIS negli anni della sua avanzata nel deserto, Qaryatayn è stata poi ripresa nell’aprile del 2016 dall’esercito: la sua storia ha nuovamente virato verso un drammatico capitolo lo scorso 29 settembre.

L’Isis ha riconquistato Qaryatayn: alba di una nuova strategia dell’ex califfato?

La cittadina tra il 2014 ed il 2016 ha assunto una rilevanza strategica pari quasi a quella di Palmyra all’interno del conflitto siriano: infatti, questo centro non ha soltanto avuto una centralità simbolica, bensì anche un gran valore militare visto che, di fatto, proprio tra le pietre del deserto attorno  Qaryatayn scorreva quella linea di fronte (reale e non immaginaria) che divideva la Siria governativa da quella in mano all’ISIS. Tra monasteri distrutti e razzie, il califfato ha governato qui per diversi tragici mesi mentre, poco più ad ovest, l’esercito è stato impegnato a difendere località come Sadad e Mahin, ultimi avamposti prima dell’autostrada M5 che collega Damasco con Homs; poi, tra gli ultimi mesi del 2015 ed i primi del 2016, i governativi sono riusciti ad avanzare ed a strappare Qaryatayn dalle grinfie dei terroristi con un’offensiva che è andata di pari passo con quella condotta più a nord per la riconquista di Palmyra. In effetti, l’antica ‘perla del deserto’ e Qaryatayn sono state liberate quasi simultaneamente: a marzo la prima, nei primi giorni di aprile la seconda.

Con la battaglia spostata poi sempre più nel cuore del deserto, ad inizio 2017, la cittadina è sembrata essere stata definitivamente messa al sicuro: il fronte è avanzato infatti di centinaia di chilometri, la ‘striscia’ sottile posta tra Qaryatayn e l’autostrada M5 che rappresentava sulle mappe i possedimenti governativi della zona si è sempre più allargata, con Damasco che ha iniziato a controllare vaste aree fino alla provincia di Deyr Ez Zour. La guerra, per chi lentamente ha ripreso la via di casa per tornare ad abitare in questa cittadina, ad un certo punto nei mesi scorsi è sembrata quasi come un’onda travolgente ma oramai passata e lontana i cui echi non rimbombavano più tra le colline sabbiose di questa porzione del paese; tutto questo, come detto, fino allo scorso 29 settembre: quel giorno, un inaspettato attacco da parte di alcuni gruppi ha repentinamente riportato dal campo dei ricordi a quello dell’attualità i rumori e la drammaticità del conflitto.

Ad attuare l’offensiva è stata una cellula dormiente dell’Isis, riattivatasi improvvisamente e capace per tal motivo di cogliere di sorpresa civili e soldati governativi, con quest’ultimi costretti alla ritirata nei rilievi che circondano Qaryatayn; una tempesta nel pieno della quiete, una mossa piombata sulla cittadina mentre oramai si stava cercando di ritornare alla normalità: è stato senza dubbio questo l’effetto dato dalla mossa repentina e fugace dei terroristi. Ufficialmente non vi sono conferme, ma tanto in Siria quanto su quegli account social vicini ai governativi non si hanno dubbi: nella cittadina l’ISIS era rimasto silente ed è stato aiutato da alcuni locali rientrati in zona dopo l’amnistia del governo volta alla riconciliazione con chi accettava la deposizione delle armi; a Qaryatayn, si legge in diverse note di alcune fonti della Difesa siriana, abitavano dozzine di ex miliziani del califfato, potrebbero essere stati loro a favorire il risveglio di alcune cellule terroriste dormienti che, in questo modo, hanno potuto provocare duri grattacapi all’esercito e ridare fiato alla propaganda jihadista.

L’ISIS in ritirata quindi, adesso potrebbe attuare una nuova strategia non certo priva di insidie e timori per i vertici della sicurezza siriana: non più velleità di ricostituzione di un’oramai destrutturata impalcatura statale, bensì attacchi terroristici su vasta scala ed azioni di guerriglia concentrate in località desertiche dove le difese possono essere molto più vulnerabili. La jihad in Siria quindi, così come in Iraq, potrebbe ben presto cambiare definitivamente volto e passare ad una nuova fase in cui l’utilizzo di cellule dormienti sparse all’interno del territorio potrebbe essere predominante.

Le difficoltà per l’esercito siriano

Non solo a Qaryatayn, ma anche nella stessa Damasco: l’ISIS ha dato prova di poter essere in grado di attuare la sua nuova strategia anche all’interno della capitale; lunedì infatti, due attacchi kamikaze hanno provocato diciassette vittime in una stazione di Polizia situata in un quartiere, quale quello di Al Midan, da sempre controllato dalle forze governative. Dalle cellule dormienti poste nel deserto, a quelle invece incastonate nel tessuto sociale urbano delle principali città: finita quasi del tutto la storia del califfato e dello Stato Islamico, il terrorismo potrebbe sfruttare queste nuove chiavi per provare ancora una volta ad impedire la definitiva stabilizzazione del paese. Anche perché, specie dopo l’episodio di Qaryatayn, il problema oltre ad essere militare è anche politico: sotto accusa, da parte di alcuni membri della leadership di Damasco ma anche di una parte dell’opinione pubblica, è il programma di reinserimento e riconciliazione nazionale voluto per togliere armi e soldati al califfato e ad Al Nusra.

Se per davvero vi è stato il coinvolgimento di ex miliziani nella perdita della cittadina ad est di Homs, una verariappacificazione interna alla società siriana sembrerà ancora più lontana e tutti coloro a cui il governo ha concesso grazie ed amnistie potrebbero tornare ad essere malvisti dalla popolazione; ma non solo: se il programma di riconciliazione dovesse fallire, sarà molto difficile in futuro poter attuare quegli accordi in grado di far cessare battaglie ed ostilità che, in passato, hanno contribuito alla riconquista di numerose ‘sacche’ terroristiche in varie parti del paese. Intanto a Qaryatayn la situazione appare in stallo, ma sotto controllo: l’esercito ha circondato la città ed i miliziani dell’ISIS vengono bersagliati quotidianamente dall’aviazione russa e siriana; la cittadina verrà ripresa o comunque, nella peggiore delle ipotesi, i jihadisti non sembrano in grado di avanzare in territori circostanti e contrattaccare in località vicine.

Pur tuttavia, da Qaryatayn arrivano segnali poco positivi: il terrorismo in Siria potrebbe solo cambiare volto ma, di fatto, resterebbe ancora pericoloso ed offensivo e, soprattutto, sarebbe in grado di far perdurare ancora per diverso tempo un conflitto che fra qualche mese entrerà nel suo settimo drammatico anno di vita.

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