Le bandiere nere tornano a sventolare, ma questa volta non nella piazza principale di Raqqa, ma all’interno dei campi di prigionia curdi dove sono detenuti migliaia di jihadisti e le loro famiglie che continuano a vivere in un clima dove la radicalizzazione islamica è all’ordine del giorno.

In alcuni video postati online, si possono vedere donne e bambini acclamare la bandiera nera issata all’interno del campo di Al Hol, nella Siria nord orientale. “Siamo delle mujahideen, preferiamo morire sotto le bombe o essere colpite da proiettili che vivere circondate dai nostri nemici”, dicono alcune donne in un video di 9 minuti, segnalato dal gruppo di monitoraggio sull’estremismo islamico JihadoScope. Sempre lo stesso gruppo segnala diversi attacchi contro guardie curde, di cui due pugnalate mentre stavano ispezionando alcune delle tende dove vivono i jihadisti catturati.

La situazione nel campo profughi

Dopo la battaglia finale di Baghouz, nel campo di al Hol, si è passati dai circa 20mila sfollati agli 80mila, mettendo a dura prova le capacità di gestione della struttura. Inoltre, all’interno dello stesso campo vi sono migliaia di tagliagole dell’Isis, le loro mogli e i loro bambini isolati in una struttura distaccata. All’interno di questo sezione, l’ideologia del Califfato è ancora diffusa e propagandata dai jihadisti e dalle mogli ai loro figli. Jihadisti violenti e le donne fortemente indottrinate hanno ancora la libertà di divulgare la sharia e le regole che vigevano sotto il Califfato. Fonti non confermate, parlano anche di una giovane ragazza picchiata a morte all’interno del campo dalla propria famiglia perché si rifiutava di portare il velo.

“La radicalizzazione islamica all’interno dei campi di detenzione curdi è il più preoccupante rischio strategico di lungo periodo,” ha rivelato al quotidiano britannico The Independent il Generale Alexus Grynkewich, vice comandante capo della Coalizione internazionale per sconfiggere l’Isis. “Abbiamo raccolto delle testimonianze che confermano che l’ideologia islamista è ancora fortemente radicata nei campi di detenzione ed è proprio in questo clima che i bambini vengono cresciuti e indottrinati proprio dalle loro stesse madri, mai pentite, per formare una nuova generazione di jihadisti,” ha aggiunto il generale a stelle e strisce.

Una futura generazione di jihadisti?

Il problema dei bambini vissuti per anni sotto l’egida del Califfato, senza nessuna istruzione e abituati a vedere quotidianamente violenze, esecuzioni pubbliche e torture, è una delle sfide più difficili ma allo stesso tempo importanti da affrontare per evitare che vi sia un futuro per l’Isis. Belgio, Norvegia, Francia, Olanda e Svezia hanno deciso di rimpatriare gli orfani dei jihadisti nati da genitori in possesso della cittadinanza di uno di questi Paesi, con l’obiettivo di de-radicalizzarli evitando di farli crescere in un ambiente ostile.

Da mesi, le forze curde hanno chiesto aiuto nella gestione dei prigionieri dell’Isis alla comunità internazionale che si è voltata dall’altra parte, così come è caduto nel vuoto l’appello a riprendersi i propri foreign fighters. I curdi stanno anche cercando di convincere gli stati europei a instaurare un Tribunale internazionale nella Siria nel nord per poter processare e giudicare i crimini commessi dai seguaci del Califfato in modo da ricevere anche supporto finanziario per la gestione dei campi di prigionia che stanno andando letteralmente fuori controllo. Il pericolo è che, senza una dura repressione del nuovo radicalismo islamico all’interno di questi campi, si rischi di creare, proprio sotto i nostri occhi, una nuova generazione di jihadisti pronti a cogliere prontamente l’eredità violenta e oscurantista di al-Baghdadi ricreando quella minaccia che troppo velocemente credevamo svanita.

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