Un’esplosione, venticinque morti, decine di feriti. L’attentato suicida del 22 giugno alla chiesa greco-ortodossa di Mar Elias, nel quartiere damasceno di Dweila, è stato molto più di un attacco terroristico. È stato un messaggio. Diretto non solo alla comunità cristiana – già ridotta a poche centinaia di migliaia di persone dopo più di un decennio di guerra – ma anche al governo islamista di Damasco e ai suoi tentativi di normalizzazione attraverso i colloqui con le forze curdo-arabe della Siria nordorientale.
La violenza è piombata nel cuore della capitale in un momento di apparente stabilità. Il nuovo governo del presidente Ahmed al-Sharaa – oggi autoproclamato islamista moderato, ma con un passato tra le file della galassia jihadista – stava cercando di proiettare un’immagine di pluralismo e sicurezza. Il negoziato con le Forze Democratiche Siriane (SDF), retaggio della guerra contro l’ISIS, rappresentava uno dei pilastri di questo processo. Ma l’attentato a Mar Elias ha incrinato tutto.
Secondo i primi rapporti ufficiali, l’attentatore si sarebbe fatto esplodere durante una liturgia serale, seminando morte tra fedeli, bambini, religiosi. Subito è partito il balletto delle responsabilità: il governo ha puntato il dito contro l’ISIS; una sigla poco nota, Saraya Ansar al-Sunnah, ha invece rivendicato l’attacco, definendolo ritorsione contro le “provocazioni settarie” del regime. In realtà, è probabile che l’attacco sia stato pianificato per sabotare proprio i tentativi di riavvicinamento tra Damasco e il Nord-Est curdo.
La reazione è stata immediata. I servizi segreti hanno lanciato una vasta operazione nei quartieri periferici della capitale e nei campi profughi sotto controllo parziale delle SDF, come al-Hol. Numerosi sospetti legati all’ISIS sono stati arrestati, ma la tensione tra le due autorità – il governo centrale e l’amministrazione autonoma curda – è cresciuta. Il governo ha accusato i curdi di non saper controllare i jihadisti nei loro campi, mentre i portavoce SDF hanno rigettato ogni addebito, denunciando la “strumentalizzazione dell’orrore” per colpire la loro autonomia.
La paura crescente dei cristiani
Ma c’è un altro effetto collaterale, forse il più tragico: la paura crescente della comunità cristiana siriana, già fortemente provata da oltre dieci anni di conflitto. Il patriarca greco-ortodosso John X Yazigi ha dichiarato che le condoglianze ufficiali del governo “non bastano” e ha chiesto misure concrete a protezione dei luoghi di culto. La comunità teme una nuova ondata di attentati a sfondo confessionale, come già accaduto ad altre minoranze – druse, alawite – in altre regioni del Paese. A marzo, un massacro nella regione di Masyaf aveva colpito decine di civili alawiti; a maggio, un raid nel Jabal al-Druze aveva fatto strage tra i drusi.
Il quadro complessivo è quindi quello di una Siria spaccata tra promesse di riconciliazione e ritorni di fiamma del settarismo. Il processo di riavvicinamento tra Damasco e le forze curde si basa su una fragile intesa: da un lato, il governo chiede il rientro delle province autonome sotto il controllo statale; dall’altro, i curdi chiedono garanzie su amministrazione, sicurezza e riconoscimento delle milizie. L’attentato di Mar Elias rischia di far saltare questo equilibrio.
Cosa accadrà ora? Tre gli scenari possibili. Il primo: l’esecutivo sfrutta l’attentato per giustificare un’azione repressiva contro i curdi, in nome della sicurezza nazionale. Il secondo: le parti trovano un’occasione per rafforzare la cooperazione antiterrorismo e stabilizzare i campi di detenzione, veri focolai dell’estremismo islamico. Il terzo – e più probabile – è che si entri in una fase di gelo, fatta di accuse incrociate, sospetti e nuove violenze.
Nel frattempo, le minoranze siriane restano sotto tiro, vittime di un gioco più grande, in cui i loro luoghi sacri diventano bersagli simbolici. A più di dieci anni dall’inizio della guerra, e dopo migliaia di vittime, il sogno di una Siria unita, pacificata e multiconfessionale appare ancora una volta lontano. L’attentato alla chiesa di Mar Elias non è solo un fatto di cronaca: è il sintomo di una malattia mai guarita. La guerra civile siriana, sotto nuove forme, continua a reclamare sangue. E a colpire, sempre, i più indifesi.