Non solo a Baghdad si giudicano gli ex membri dell’Isis. Ormai da anni, nei pressi della città siriana di Qamishli, nella regione curda di Rojava, lavora un tribunale competente per i reati di terrorismo.

Con la sconfitta dello Stato islamico in Siria e in Iraq, il destino dei combattenti dell’Isis si è fatto sempre più incerto. Imprigionati all’interno dei centri di detenzioni curdi, i jihadisti rischiano di essere condannati alla pena di morte principalmente da parte di tribunali iracheni.

Proprio l’Iraq, infatti, si è offerto di processare le persone sospettate di avere legami con lo Stato islamico, dopo la caduta del Califfato. Come previsto dalle leggi in vigore nel Paese, nella maggior parte dei casi, i jihadisti sono condannati alla pena capitale o all’ergastolo.

Di altro tenore il sistema giudiziario di Rojava, introdotto a partire dal 2012 sull’onda della proclamazione dell’autonomia della regione del governo centrale siriano. I suoi tribunali ambiscono infatti a raggiungere gli standard internazionali in ambito di diritti umani.

Il tribunale di Rojava

Il nuovo sistema legale sarebbe regolato dalla costituzione di Rojava – laica e influenzata dal socialismo -, pur includendo anche alcuni principi del diritto civile siriano. Particolare attenzione verrebbe riservata ai diritti della donna e alla risoluzione dei conflitti senza ricorrere a pene eccessive.

Un sistema dunque attento alla riabilitazione della persona, nel quale tortura e pena di morte sarebbero state abolite e il massimo della pena sarebbe vent’anni di reclusione. Non solo: anche nel caso della condanna massima, le guardie carcerarie sarebbero state addestrate per evitare di compiere qualsiasi azione percepita come umiliante dai prigionieri.

Proprio per mantenere questi standard, le autorità curde di Rojava avrebbero smesso di estradare i combattenti iracheni dell’Isis in Iraq. “Una volta, abbiamo consegnato loro un gruppo” – racconta Amina, giudice donna di uno dei tribunali locali – “Sfortunatamente, il governo iracheno li ha giustiziati. Da allora, abbiamo messo fine alle estradizioni”.

Dalla sua istituzione, il tribunale di Rojava avrebbe già processato 7 mila persone – per la maggior parte siriane e irachene – sospettate di avere avuto legami con lo Stato islamico. Altre 6 mila starebbero aspettando il loro turno; tra queste anche 1.200 foreign fighters, detenuti nei centri curdi sotto il controllo delle autorità locali.

Pur non disponendo di grandi risorse, questi tribunali curdi continuano a svolgere il loro compito, processando i jihadisti del califfato, molti dei quali sono stati arrestati in flagranza e catturati sul campo di battaglia. L’unica difficoltà viene riscontrata nei confronti delle donne dell’Isis. Non avendo a disposizione carceri femminili, spesso le donne accusate di terrorismo vengono rilasciate.

Una situazione idilliaca se non fosse che l’indipendenza della regione non è riconosciuta dal governo siriano. Al contrario, Damasco ha emesso un mandato di arresto nei confronti di tutti i giudici e gli avvocati responsabili di aver contribuito alla creazione di un sistema legale separato da quello centrale.

Verso un tribunale internazionale?

Pur con tutte le difficoltà del caso, le autorità di Rojava rilanciano il loro sogno, chiedendo che nel loro territorio venga istituito un tribunale internazionale per i crimini di guerra, destinato a processare i combattenti dell’Isis accusati dei crimini più gravi.

L’Europa sta già discutendo dell’istituzione di un tribunale internazionale, che potrebbe sorgere verosimilmente in Iraq. Non la pensa così Abdul Karim Omar, funzionario dell’amministrazione di Rojaya: “Dal momento che i crimini sono stati commessi in quest’area, che qui si trovano i testimoni e le prove, e sono stati arrestati i jihadisti, è nostro diritto, secondo le norme internazionali, che la sentenza venga eseguita qui”.

Una possibilità, tuttavia, assai remota. Anche nell’ipotesi in cui un tribunale internazionale venisse effettivamente istituito, non potrebbe esserlo a Rojava, un territorio al centro delle dispute nazionali – tra curdi e governo siriano – e internazionali, con la Turchia.