La mattina del 9 maggio 1978 il telefono squilla tre volte prima che Franco Tritto, assistente universitario di Aldo Moro alla facoltà di Giurisprudenza de La Sapienza a Roma, risponda. Sono le 12,13. La voce qualificatasi come “dottor Niccolai” raggela Tritto: “Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro (…) Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani (…) che è la seconda traversa a destra di via delle Botteghe Oscure (…) Lì c’è una Renault 4 rossa… I primi numeri di targa sono N5”. Per la precisione Roma N57686.
L’automobile dei misteri
A 46 anni di distanza da quel tragico giorno, quella targa è ancora scolpita nella memoria e nella cattiva coscienza del nostro Paese. Nell’annotazione di servizio del 9.5.1978, a firma del dr. Carlo De Stefano della DIGOS di Roma, si legge: “alle ore 14:10 è stata data notizia ai CC ed alla G.d.F. del rinvenimento della salma dell’on. Moro”.
La R4 si trasforma dunque nel ‘sarcofago’ di Moro, una sorta di ‘bara’ della Prima Repubblica. L’auto, targata in realtà MC 95937, era di proprietà di Filippo Bartoli, un imprenditore edile marchigiano che allora lavorava a Roma. Utilizzata per trasportare materiale ed attrezzi da lavoro, l’aveva acquistata per 898.000 lire. Dopo il furto dell’1 marzo, Bartoli aveva sporto denuncia ai Carabinieri ma rivide la sua R4 solo il 9 maggio nelle prime drammatiche immagini da via Caetani. Resta, anche 46 anni dopo, una domanda: perché è stata scelta proprio quella R4 per ospitare il corpo del presidente della DC?
In realtà, quell’auto dalla forma allungata non ha nulla di “sacrale” per i brigatisti. È anzi una delle tante del parco macchine delle Brigate Rosse, un’auto che però ha un suo ruolo in tutti i 55 giorni del sequestro. Questo per un motivo preciso: la R4 fu utilizzata per sorvegliare Moro in via Savoia, come testimoniato da un residente della zona, il professor Lillo, ma molto probabilmente fu presente anche in via Fani. Infatti, secondo quanto riferisce in Corte d’Assise il 24 maggio 1982 il brigatista pentito Massimo Cianfanelli, la R4 era stata presa dalla Brigata universitaria ed utilizzata anche per l’assalto alla caserma Talamo, a Roma, avvenuto il 19 aprile 1978. Dal canto suo, la brigatista Emilia Libera in Corte d’Assise dice di aver avuto in custodia la R4 da Teodoro Spadaccini, altro brigatista, che gliela avrebbe consegnata in Piazza Albania.
In realtà, la R4 fa parte dello stesso lotto di auto indicate in una lista di auto utili all’azione di via Fani, lista consegnata da Bruno Seghetti alla stessa Libera. Come già detto, è stata rubata l’1 marzo anche se il pentito Antonio Savasta, sostiene che la macchina gli sia stata affidata dieci giorni prima dell’omicidio del Presidente e che lui abbia tratto da questo la convinzione che la vettura fosse stata rubata un paio di giorni prima. Fatto sta che la R4 sarà maneggiata da diversi brigatisti: la Libera ammette di averla spostata più volte dopo la consegna da parte di Spadaccini ma ricorda che anche Seghetti l’aveva utilizzata. E diversi testimoni la vedono, prima del 9 maggio, circolare nella zona di Fregene, località sul litorale romano.
L’enigma della targa istituzionale
Anche la storia della targa della R4, Roma N57686, è singolare. Il giorno dopo il ritrovamento del corpo di Moro, il 10 maggio 1978, il Questore di Napoli, dott. Colombo, alle ore 13:10 comunicava con telegramma alla Digos di Roma che la targa Roma N57686 era corrispondente a un’Alfetta dell’ATI, acronimo di Aero Trasporti Italiani, compagnia aerea italiana fondata nel 1963 come filiale di Alitalia, che era proprietaria del 90% per delle azioni (il restante 10% era dell’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, altro ente statale) e che aveva lo scopo di intensificare i collegamenti con l’Italia meridionale. Ma perché la segnalazione arriva da Napoli? Anzitutto perché Napoli era la città in cui l’ATI aveva, all’aeroporto di Capodichino, la sede e il suo hub principale. Ma soprattutto perché, come si legge nello stesso telegramma del 10 maggio 1978, la targa di quell’Alfetta, in uso all’ATI di Roma, risulta “essere stata distrutta in data 25 febbraio 1977 come da relativo verbale sottoscritto da Perrone Vincenzo, nato a Napoli i) 14.11.1926, impiegato addetto al P.R.A. (il Pubblico Registro Automobilistico, nda) di Napoli”.
Come facevano a sapere i brigatisti che quella targa era stata distrutta? E chi gli aveva indicato che quei numeri non avrebbero potuto essere rintracciati? Ma soprattutto: perché le BR usarono una targa di una vettura in uso a enti collegati con lo Stato? Nella sentenza del 24 Gennaio 1983 della Corte d’Assise di Roma, quella del cosiddetto processo Moro 1, nel riportare le parole di Savasta, si dice che la targa Roma N57686 è stata apposta da quest’ultimo una decina di giorni prima del 9 maggio, dopo essergli stata fornita dalla colonna romana delle BR e non reperita, quindi, dalla brigata universitaria, cui Savasta allora apparteneva.
Le targhe scomparse
Nel corso degli anni, la R4 non si è allontanata mai dalla memoria degli italiani, né idealmente né fisicamente. Filippo Bartoli, il legittimo proprietario, fu arrestato e interrogato ma ovviamente risultò estraneo alla vicenda. Dopo i processi e gli accertamenti del caso, la R4 gli fu restituita e restò per anni in un cortile alla periferia di Roma. Nel 2013, poco prima della sua morte, avvenuta il 25 dicembre di quello stesso anno, donò la vettura alla Polizia. Sottoposta a restauro conservativo, la R4 è esposta al Museo Storico delle auto della Polizia di Stato a Roma. Nel 2014, su impulso della seconda Commissione parlamentare sul caso Moro che voleva rintracciare le auto coinvolte nei 55 giorni, il Direttore Centrale della Polizia di Prevenzione attestava che “le due targhe apposte sul veicolo non sono quelle originariamente presenti all’atto del rinvenimento del corpo dell’on. Aldo Moro, ma delle riproduzioni per fini espositivi”. Un mistero nel mistero. Anche a 46 anni di distanza.
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