Terrorismo /

Il mese di giugno per il Sahel è iniziato all’insegna del sangue e dell’orrore, con oltre 300 vittime registrate per mano degli attacchi delle milizie jihadiste, in un territorio che si estende dal nord della Nigeria per arrivare sino alla più estrema provincia meridionale del Burkina Faso. E adesso, con gli ultimi attacchi compiuti nell’area dei “tre confini” (il territorio di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger), la situazione è divenuta ancora più drammatica.

Il dramma del Burkina Faso

Il 5 giugno un violento attacco condotto nei confronti di un villaggio nella provincia burkinabé del Sahel ha provocato in una sola notte 138 vittime accertate, anche se in realtà il bilancio potrebbe salire. Un attacco definito “barbaro e violento” dal presidente del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kaboré. Per il leader dell’opposizione del Paese, Eddie Komboigo,  la violenza “deve cessare nell’immediato”. Il tutto, mentre nel nord del Paese un altro attacco finora non rivendicato ha mietuto 15 vittime, secondo RFI.

Una situazione che si deve contestualizzare all’interno del panorama burkinabé, il quale negli ultimi mesi ha visto un risveglio delle forze jihadiste, favorite anche dall’instabilità politica che ha colpito il vicino Mali e che ha spianato la strada al proselitismo in territorio maliano. Non sono state sufficienti, infatti, le larghe operazioni militari condotte da Ouagadougou nell’area negli scorsi mesi e che avevano convinto persino la politica locale a dichiarare “bonificata” la regione nella metà dello scorso mese di maggio. E in questo scenario, adesso, la sensazione sembra essere quella di essere tornati nel periodo più oscuro della lotta al jihadismo saheliano; come si evince dalla portata dell’ultimo massacro: il più grande dal 2015, anno in cui nel Paese è iniziata la crisi islamista.

Elezioni di sangue in Nigeria

Negli scorsi giorni, le autorità nazionali e gli osservatori internazionali avevano già messo in guardia le forze dell’ordine riguardo alla possibilità di attacchi di matrice islamica in concomitanza con la tornata elettorale nello stato del Kebbi. E infatti, sempre il 5 giugno oltre 66 persone sono rimaste uccise in sette attacchi distinti in sette villaggi differenti, lasciando una scia di sangue tra le peggiori dell’ultimo periodo.

A tutto questo, inoltre, vanno aggiunti i continui rapimenti e le incessanti incursioni nelle scuole delle province settentrionali della Nigeria, in uno scenario che evidenzia molto bene l’odio jihadista nei confronti dell’istruzione, forse principale nemico per la sua ascesa e per il suo piglio sulla popolazione. E soprattutto, mette in luce anche l’incapacità delle forze adibite alla sicurezza di proteggere proprio quegli hub che, sul lungo periodo, potrebbero essere la carta vincente per sconfiggere una volta per tutto il terrorismo islamico africano.

L’ambiente perfetto per il terrorismo islamico

Come sottolineato in precedenza, gli attacchi efferati compiuti a tappeto sulla popolazione e la presa di mira degli istituti di formazione sono la chiave di lettura degli obiettivi del jihadismo africano. Terrorizzare la popolazione al punto da renderla sottomessa e colpire coloro che, tramite l’istruzione, vogliono elevare il proprio status sociale, uscendo in questo modo anche dalla fitta ragnatela propagandista delle cellule.

Una storia già scritta e un manuale operativo non diverso da quello battuto negli scorsi anni anche in altri territori dove sono attive cellule radicalizzate (come il Kenya con Al-Shabaab e l’Afghanistan, in Asia, con Al-Qaeda). Uno scenario che dovrebbe però aiutare anche le autorità a prevedere e prevenire il compiersi degli attacchi, non fosse per l’accresciuta instabilità politica che ha di fatto distolto l’attenzione verso il dramma vissuto principalmente dalle province più remote del deserto del Sahara.

La Francia sospende la collaborazione con il Mali

A peggiorare il quadro, inoltre, negli scorsi giorni c’è stata anche la decisione della Francia di sospendere le operazioni militari congiunte con il Mali, a seguito della deposizione del presidente in carica del Paese con il golpe militare. Uno scenario da brividi, se si pensa come in Mali la situazione sia andata gradualmente migliorando proprio a seguito dell’intervento nel conflitto da parte di Parigi e della coalizione internazionale che comprende, tra gli altri, anche forze militari italiane.

Con la Francia fuori dai giochi e con l’esercito maliano interessato più alla gestione dell’ordine pubblico nelle grandi città e nella messa in sicurezza della capitale Bamako, l’operatività e la profilazione jihadista in questo modo ha trovato la strada spianata. Dando, in questo modo, una serie di vantaggi che potranno permettere al Jihad islamico di riconquistare il terreno perso negli ultimi anni, annullando al tempo stesso gli sforzi compiuti negli anni dalle unità di pacificazione.

Covid e crisi economica hanno dato fiato al jihadismo

Oltre all’instabilità politica, però, bisogna tenere in considerazione anche altri due importanti elementi che hanno contribuito alla rinascita della proliferazione jihadista nell’area saheliana: la pandemia di coronavirus e la crisi economica. Mentre la prima, infatti, è stata interpretata dalle dottrine nere come la punizione divina per un mondo infedele, la seconda ha peggiorato le condizioni medie delle famiglie, molto spesso già al limite della sopravvivenza. Generando in questo modo un connubio di condizioni che ha spinto (e spesso obbligato) molte persone ad aderire alla causa del Jihad, in assenza anche di risposte certe e definitive da parte delle autorità nazionali.

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