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La vecchia guardia europea nella problematica area del Sahel è ormai un lontano ricordo. Per prima è caduta la Francia, ex madrepatria coloniale, dopo che il Niger ha deciso di rompere i rapporti una volta per tutte. Poi è arrivato il turno degli americani, spinti ad abbandonare il territorio dalle pressioni nigerine e dalla “innocua” avanzata russa, più apprezzata dalla neo-confederazione dell’Alleanza del Sahel. E infine, è toccato ai soldati tedeschi della Missione MINUSMA levare le tende dal suolo del Mali, con un ritiro parziale iniziato nel 2023 che prevede il totale rientro delle truppe a fine 2024. L’unico baluardo occidentale siamo proprio noi, l’Italia, che tuttavia teniamo sul campo solo 350 soldati nel Niger – circa un decimo di quelle francesi – e circa 250 nel Mali.

La controversa guerra al neocolonialismo

La battaglia al neocolonialismo dell’Alleanza nasce dalle esigenze degli Stati del Niger, Mali e Burkina Faso di lasciarsi alle spalle una volta per tutte l’invasiva presenza dell’Occidente. Il particolare accanimento nei confronti della Francia è dovuto da diverse ragioni, come ad esempio l’Operazione Barkhane, criticata per non aver contrastato in maniera efficace le minacce terroristiche e per aver causato la morte di diversi civili. Da qui la reazione a catena, grazie anche all’ingresso soft della Russia, che ha dato il colpo di grazia.

Tuttavia, questa crociata anticolonialista potrebbe presto schiantarsi contro le promesse di Mosca. La decisione di affidarsi ai russi è forse dovuta a un approccio condotto dal Cremlino forse più in punta di piedi, promettendo un rafforzamento diretto ai regimi dei Paesi come forza esterna, senza alcuna intromissione. Il leader del Mali, il colonnello Assimi Goïta, ha definito la Russia “un alleato sincero”. Sincero o meno, la minaccia terroristica è ancora presente, e forse più determinata di prima.

Le forze regolari del Mali affiancate dai combattenti dell’Africa Corps, ex Wagner, si sono impegnate nelle operazioni contro le milizie qaediste del Gruppo di sostegno all’Islam e ai ribelli Touraeg nella regione del Kidal, non lontana dal confine algerino. L’esito dello scorso 28 luglio è stato tragico: dopo un’imboscata nei pressi del villaggio di Tinzawaten, maliani e russi sono stati costretti a ritirarsi. Un comandante dell’ex Gruppo Wagner ha dichiarato la perdita di oltre 80 combattenti russi e 47 soldati maliani, una strage senza precedenti in questa parte del Paese.

Il ruolo dell’Italia

Così come per gli altri Stati europei prima del loro ripiego, anche l’Italia sta concentrando le sue forze nel Niger, in particolare nei pressi dell’aeroporto internazionale di Niamey.Visto l’inasprimento da parte della giunta militare, il Mali non è più un’opzione. Il Niger, almeno per ora, garantirebbe una maggiore stabilità diplomatica: a sancirlo è la Missione Bilaterale di Supporto, MISIN, che vede l’impegno di militari italiani nell’addestramento delle forze locali e il supporto logistico nell’area. C’è poi la priorità di contrastare l’immigrazione irregolare verso l’Europa, in cui vede il Niger come uno snodo fondamentale per la rotta verso la Libia.

La presenza meno invasiva e più collaborativa italiana, tuttavia, non è mai al sicuro. L’instabilità degli Stati golpisti, Niger compreso, e la sopracitata alleanza russa, basterebbero per cambiare le dinamiche interne e rispedire il contingente sull’aereo dei ritirati. Con una rilevanza già di poco conto rispetto all’affiancamento europeo, una possibile rottura diplomatica confermerebbe il totale abbandono geopolitico del Sahel nelle mani dei russi.

Il terrorismo si è risvegliato, Solingen e La Grande Motte sono solo piccoli esempi. Lo Stato italiano deve impegnarsi per mantenere l’equilibrio in Niger, affinché ci possa essere anche un occhio europeista a sorvegliare la situazione.

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