Il Sahel è oggi la frontiera più calda del jihad globale. Mentre l’attenzione occidentale è concentrata su Ucraina, Gaza e il confronto con la Cina, una guerra silenziosa ma brutale sta ridisegnando gli equilibri di potere in Africa occidentale. Protagonista di questa trasformazione è Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), la costola di Al-Qaeda nel Sahel, che negli ultimi mesi ha accelerato la sua offensiva militare e politica.
Ma dietro JNIM si muove un ecosistema più ampio, in cui convivono e competono altri attori jihadisti come lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) e Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM). Un intreccio di alleanze, rivalità e strategie convergenti che fanno del Sahel un laboratorio per la jihad 2.0.
JNIM: massacri, negoziati e controllo politico
Nato nel 2017 dalla fusione di diversi gruppi jihadisti (Ansar Dine, Al-Mourabitoun, la Katiba Macina e altri), JNIM ha scelto la strada del pragmatismo strategico. Non punta a conquistare le capitali o a sfidare frontalmente gli eserciti nazionali, ma preferisce consolidare il controllo delle aree rurali e dei villaggi più isolati. La tattica è sempre la stessa: attacchi mirati contro postazioni militari per indebolire lo Stato, seguiti da negoziati con i capi locali. In cambio di tregua e sicurezza, le popolazioni accettano di vivere sotto la sharia, pagare zakat (tasse islamiche) e rinunciare a qualsiasi collaborazione con le autorità.
Secondo l’Institute for the Study of War, JNIM ha condotto dieci attacchi su larga scala da maggio a oggi, uccidendo centinaia di soldati e civili in Mali e Burkina Faso. Ma parallelamente ha siglato accordi locali che gli consentono di imporre la propria autorità senza combattere. È un jihad che non si nutre solo di armi, ma anche di relazioni sociali e di una capacità amministrativa rudimentale ma efficace.
ISGS: la concorrenza dello Stato Islamico
Se JNIM rappresenta la “franchigia” di Al-Qaeda, lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) è il principale concorrente. Nato come branca regionale dell’ISIS, l’ISGS ha una strategia molto più brutale e centralizzata. A differenza di JNIM, che cerca il consenso delle popolazioni locali, ISGS usa il terrore puro come strumento di controllo. Villaggi interi vengono massacrati per piegare la resistenza. Ma questa violenza indiscriminata ha anche indebolito ISGS, alienandogli il sostegno di comunità che, pur diffidando dello Stato, vedono in JNIM un male minore.
I due gruppi si sono affrontati direttamente in più di un’occasione, soprattutto nella zona di confine tra Mali, Niger e Burkina Faso. Tuttavia, la competizione non ha impedito episodi di cooperazione tattica, soprattutto contro le forze governative o i miliziani filo-statali.
AQIM: il “fratello maggiore” nel Maghreb
Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), da anni attivo in Algeria e Libia, mantiene un ruolo di supervisione strategica su JNIM. Le due organizzazioni condividono risorse, combattenti e know-how, ma AQIM evita un coinvolgimento diretto nella guerriglia saheliana, concentrandosi invece sul traffico di armi, droga e migranti attraverso il Sahara. Questa divisione dei compiti consente ad Al-Qaeda di operare su due livelli: una rete jihadista che si radica nel territorio (JNIM) e una struttura logistica che finanzia le operazioni e mantiene aperti i canali con il jihad globale.
Il vuoto lasciato dall’Occidente
L’ascesa di JNIM e dei suoi alleati non sarebbe stata possibile senza il ritiro progressivo delle forze occidentali. La Francia, dopo anni di operazioni militari (Serval e Barkhane), ha deciso di ridurre la sua presenza nel 2022, cedendo il campo ai governi locali e, in molti casi, ai contractor russi del Gruppo Wagner. Ma né le forze saheliane né i mercenari di Mosca hanno saputo (o voluto) fermare l’avanzata jihadista. Al contrario, il sostegno russo ai regimi militari di Mali e Burkina Faso ha coinciso con una recrudescenza degli attacchi jihadisti.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, si sono limitati a operazioni di droni e intelligence, senza un impegno politico coerente. L’Europa resta spettatrice, timorosa di nuovi flussi migratori ma incapace di proporre una strategia.
Il gioco delle potenze
Sul piano geopolitico, il Sahel è ormai un campo di battaglia tra interessi divergenti:
la Russia usa Wagner per consolidare la propria influenza e ottenere accesso alle risorse minerarie. La Cina è interessata solo alla stabilità delle rotte commerciali e continua a investire in infrastrutture, mantenendo una linea ufficiale di “non ingerenza”. La Turchia ha iniziato a fornire armi e droni ad alcuni governi saheliani, cercando spazio in un’area dove storicamente non era presente. L’Occidente appare diviso tra chi vorrebbe un disimpegno e chi teme che il Sahel diventi la base operativa del prossimo 11 settembre.
Il prezzo per il Sahel
Per le popolazioni locali, queste manovre si traducono in carestie, massacri e sfollamenti. Tre milioni di persone sono in fuga, mentre intere regioni sono diventate ingovernabili. Le ONG denunciano che anche gli aiuti umanitari devono essere contrattati con i comandanti jihadisti, che li usano per rafforzare il proprio potere.
La strategia di JNIM mostra come Al-Qaeda abbia imparato dagli errori del passato. Non più attentati spettacolari contro l’Occidente, ma radicamento territoriale e controllo sociale. Una jihad meno visibile ma più pericolosa, che punta a costruire un’entità politica di fatto.
Se la comunità internazionale continuerà a ignorare il Sahel, il rischio è che questa regione diventi la nuova base operativa del jihad globale, capace di destabilizzare non solo l’Africa, ma anche l’Europa attraverso il Mediterraneo.

