Terrorismo /

La Francia continua la sua guerra al terrore in Sahel. Il presidente Emmanuel Macron ha comunicato alla nazione con un tweet l’uccisione del vertice dello Stato islamico nel Grande Sahara (Eigs), Adnan Abou Walid al-Sahrawi. L’annuncio è arrivato dopo settimane dall’operazione con cui è stato colpito il capo dell’organizzazione terroristica. L’attacco, avvenuto attraverso l’utilizzo di un drone, sarebbe stato compiuto il 22 agosto, ma è stato reso noto solo dopo settimane di indagini per capire se la vittima fosse davvero l’uomo considerato tra i maggiori pericoli per la Francia e per i Paesi del G5 Sahel.

“È un colpo decisivo portato al comando dello Stato islamico” ha detto il ministro Florence Parly. “Abbiamo condotto questa missione con determinazione”, ha detto il vertice della Difesa francese, ricordando poi tutti coloro che tra militari, funzionari e agenti dei servizi nazionali e alleati hanno “pagato con il prezzo del sangue” l’impegno nella guerra al terrorismo.

Per Parigi non è “solo” l’uccisione di un capo dello Stato islamico nella regione che è così fondamentale nell’agenda francese. Per l’Eliseo è un segnale. Un segnale sia nei confronti del resto dell’Occidente e soprattutto dell’Europa, sia nei confronti dei governi locali, cioè quelli del cosiddetto G-5 Sahel.

A livello occidentale ed europeo, il colpo allo Stato islamico del Grande Sahara comporta per Parigi un attestato dell’importanza della sua operazione per il controllo del territorio, l’operazione Barkhane, ma anche un avvertimento sulla recrudescenza del terrorismo islamico nel Sahel. Una parte dell’opinione pubblica francese ritiene che sia giunto il momento di un graduale disimpegno da parte del governo rispetto alle “guerre infinite” che coinvolgono le truppe d’Oltralpe. Ma all’Eliseo sono consapevoli dell’importanza strategica della regione per gli interessi francesi. Tanto che per evitare di apparire come la potenza in fuga (un nuovo Afghanistan francese), stanno muovendosi in due direzioni: continuare la lotta e lasciare che subentrino forze europee (sempre sotto controllo francese) per supportare Barkhane. Task Force Takuba nasce proprio da questa strategia. Ma Parigi vuole evitare che questo si traduca in un abbandono del quadrante occidentale dell’Africa. Soprattutto perché non sembra interessata a lasciare spazio ad altre forze anche occidentali intenzionate a colmare eventuali vuoti di influenza.

Di quei l’avvertimento anche a livello locale. Sahrawi operava con il suo Eigs nell’area dei tre confini tra Mali, Niger e Burkina Faso, e questa localizzazione comporta un interesse su Paesi che da tempo vivono profondi cambiamenti sia in politica interna che estera. Mali e Niger, in particolare, rappresentano due snodi cruciali dell’agenda francese in Sahel e sono stati attraversati non solo da momenti di forte tensione, ma anche da eventi che hanno destabilizzato l’influenza di Parigi sul territorio.

Il Niger, teatro di un tentato golpe in primavera, è lacerato da guerre intestine e oggetto di continui tentativi di espansione da parte di altri attori esterni alla regione, in particolare Turchia. Gli accordi siglati tra il governo nigerino e quello turco anche sotto il profilo militare hanno mostrato un certo ascendente di Ankara in un’area da sempre ritenuta sotto il controllo francese. E questo arrivo dei turchi ha rappresentato anche un segnale di uno spostamento in Niger di quella sfida di blocchi che vede coinvolti anche Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Mentre per quanto riguarda il Mali, teatro di due colpi di Stato nell’arco di un anno, si segnala una netta ripresa dei movimenti anti-francesi in cui ha assunto un ruolo di primo piano anche la Russia. Di recente, Reuters ha lanciato un’esclusiva sull’accordo tra il governo africano e la società di contractor russa Wagner per l’arrivo di queste forze private a supporto delle truppe locali. Il ministro francese della Difesa aveva avvertito le autorità del Mali sull’avversione di Parigi per qualsiasi presenza russa nel Paese. E se al Cremlino negano “negoziati ufficiali”, Agenzia Nova segnala che da Bamako l’esecutivo è apparso meno netto, parlando di dialogo “con tutti”. Un messaggio che probabilmente non è piaciuto sulle rive della Senna. E anche per questo l’uccisione del capo della branca locale dello Stato islamico pur essere interpretato come un pro memoria sul ruolo della Francia.