Giovani, ricolmi di odio nei confronti della società, disincantati verso la politica, immuni alla nazionalizzazione, guidati da una visione anarco-nichilista della vita e cresciuti con il mito del massacro della Columbine High School; quello che a prima vista può sembrare l’identikit unico ed esclusivo dello strategista medio americano, in realtà, combacia perfettamente con il profilo dell’attentatore di Kazan e dei suoi precedessori.

La strage di Kazan

Kazan, ore 9,20 dell’11 maggio 2021. Un lucido folle entra nella scuola 175 della capitale del Tatarstan con l’intenzione di commettere una mattanza, armato di un esplosivo artigianale e di una mitragliatrice regolarmente acquistata e detenuta. L’attentatore ha successo, complici l’assenza di controlli e vigilanza, come dimostrano i numeri della strage: 9 morti e 23 feriti, sia tra gli alunni sia tra il corpo docente, secondo l’ultimo aggiornamento disponibile (ore 11 del giorno successivo).

Un uomo armato che irrompe in una scuola e compie un massacro, agendo in una regione a maggioranza musulmana, non estranea alle tensioni etno-religiose, che sin dagli anni Novanta fornisce manovalanza alle organizzazioni dell’internazionale jihadista operanti tra Russia, Asia centrale e Medio Oriente. Il collegamento con Beslan 2004 è subitaneo, come immediati sono i sospetti su Hizb-ut Tahrir (HT) – la principale organizzazione terroristica del Tatarstan –, ma l’arresto dello stragista svela un’altra realtà.

L’attentatore, rispondente al nome di Ilnaz Galyaviev, nato l’11 settembre 2001, non ha agito né per fede né per politica. Su Telegram vengono recuperate prove utili a ricostruire quadro e cornice del massacro: mosso dall’odio nei confronti della “spazzatura biologica” (биомусор) – un linguaggio che ricorda i teorici del gioco omicida della Blue Whale –, Galyaviev recentemente aveva comunicato ai propri lettori di essere “un dio” e di avere in mente l’attuazione di una strage.

Galyaviev come i terroristi ceceni? No, Galyaviev come Vladislav Roslyakov (autore del massacro scolastico di Kerch del 2018: 21 morti e 70 feriti) o come Sergey Gordeev (firma di una tentata strage in una scuola moscovita nel 2014: 2 morti e un ferito): adolescenti, russi etnici il più delle volte, autoradicalizzati, ricolmi di odio nei confronti della società, disincantati verso la politica, immuni alla nazionalizzazione, guidati da una visione anarco-nichilista della vita e cresciuti con il mito del massacro della Columbine High School.

Seguire le mosse degli aspiranti stragisti alla Columbine non è semplice, perché estranei alle realtà organizzate e non sempre propensi a manifestare il proprio disagio nella realtà virtuale, ma la consapevolezza della loro esistenza ha condotto le autorità ad estendere i controlli preventivi in rete, con il risultato che fra il 2017 ed il 2018 è quintuplicato il numero di gruppi e blog chiusi per incitamento allo stragismo.

Le bombe Tatarstan e generazione Columbine

La Russia non è alle prese con un’emergenza all’americana, perché i massacri compiuti dai giovani votati alla misantropia omicida sono relativamente pochi, ma Kazan è la prova che un problema emergente esiste e, come tale, non può essere trascurato – pena un letale aggravamento. Il Cremlino, all’indomani del massacro nella capitale del Tatarstan, ha annunciato l’introduzione di nuove misure in materia di circolazione delle armi e rilascio delle licenze, nonché un ulteriore aumento della sorveglianza digitale.

Lo spettro di massacri in stile Columbine in salsa russa, però, è soltanto l’ultimo dei problemi del Cremlino. Terrorismo islamista e secessionismo continuano ad essere le minacce principali alla sicurezza nazionale, con il primo che incombe sulle metropoli della Russia europea ed il secondo che aleggia sulle realtà remote del Volga, della Siberia e dell’Estremo Oriente. Nel solo 2019, a titolo esemplificativo, le autorità russe hanno arrestato quasi 900 persone e smantellato 78 cellule terroristiche.

E il Tatarstan, storico bacino di reclutamento delle principali organizzazioni islamiste e jihadiste operanti dentro e fuori la Russia – almeno tremila gli islamisti censiti ufficialmente –, è vulnerabile sia all’effetto Columbine sia alle annose questioni del secessionismo e della radicalizzazione religiosa. Tale è il livello delle preoccupazioni in seno al Cremlino in merito al fascicolo Tatarstan, della cui autonomia ha tratto vantaggio Recep Tayyip Erdogan per promuovere sentimenti panturchisti e panislamisti tra i giovani, che l’anno scorso ha avuto luogo un eloquente tentativo di fermare il 468esimo anniversario della presa di Kazan (Xäter Köne), nella cognizione che sia oramai divenuto un evento intriso di risentimento russofobico, fonte di tensioni interetniche e oligopolizzato dagli islamisti di HT e dagli aspiranti separatisti del Centro Pubblico Tataro (ATPC) e dell’Associazione della Gioventù Tatara Azatlyk.

Un problema, quello del Tatarstan, che avevamo ampiamente analizzato nel passato recente, lo scorso ottobre, descrivendo ideologia, attività ed influenza di ATPC e Azatlyk, “due delle forze sociali e culturali più rilevanti e influenti che stanno guidando il risveglio identitario nel Tatarstan […] e contribuendo a politicizzare la gioventù tatara e ad ampliare il divario con Mosca e con gli stessi russi che vivono nella repubblica autonoma”.

L’ATPC è, indubbiamente, il più periglioso tra i due movimenti, perché, come scrivevamo, “è in prima fila in ogni iniziativa di stampo antirusso: dalla ritualizzazione dell’anniversario della caduta di Kazan alle proteste contro l’estensione dell’utilizzo della lingua russa nella sfera pubblica e nell’istruzione, dalla somministrazione di corsi gratuiti di tataro, rigorosamente scritto in alfabeto latino, alle pressioni sui governi che si succedono regolarmente affinché rivedano gli accordi sulla natura della repubblica all’interno della Federazione russa”. Non deve sorprendere, dunque, che a inizio 2021 sia cominciata la procedura per il suo inserimento nell’albo delle organizzazioni estremistiche.

Il Tatarstan non è una polveriera pronta ad esplodere, ma il risveglio identitario trainato dal protagonismo della Turchia il cui raggio d’azione è esteso dal Caucaso settentrionale all’Estremo Oriente, ovvero ovunque risiedano popoli turchici – e l’esposizione della gioventù a fascinazioni perigliose, quali la misantropia omicida e l’islam radicale, la rendono sicuramente una delle realtà più sensibili all’interno del panorama federale.

Nel campo comunista di Goli Otok
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