L’emozione per quanto accaduto venerdì è ancora molto forte in Russia. A Mosca, al posto delle pubblicità, nei tabelloni elettronici situati per le strade sono apparse le immagini di candele con attorno scritta la data del 22 marzo. Quella per l’appunto dove la capitale russa ha subito l’assalto armato del commando composto, stando alle indagini svolte fino ad adesso, da cittadini tagiki catturati nella regione di Bryansk.
Nel Paese però, così come all’estero, sono molteplici gli interrogativi. Non sono in pochi a chiedersi come mai l’auto con a bordo i terroristi ha potuto percorrere quasi 400 km senza essere fermata prima. E come mai si è avuto un netto ritardo dell’intervento delle forze di sicurezza all’interno del centro commerciale oggetto dell’attacco. In Russia però tutte queste domande sono sovrastate da un altro interrogativo, ben ricollegabile con la guerra in corso. In particolare, ci si chiede se davvero Mosca considera l’Ucraina responsabile e se davvero la risposta del Cremlino sarà orientata più verso Kiev che verso il Caucaso e le roccaforti jihadiste del Paese.
Gli arrestati comparsi per la prima volta in aula
Intanto i russi hanno potuto vedere per la prima volta dentro un tribunale i principali sospettati della strage. I loro volti per la verità erano già noti. Nel giorno degli arresti avvenuti sabato, sui social sono circolate le immagini della cattura e dei primi sommari interrogatori. Frame e video diffusi non senza la velata volontà, da parte delle autorità russe, di mostrare la mano dura contro i sospettati. Una mano emersa anche quando i presunti terroristi sono entrati in aula nel tardo pomeriggio di domenica.
I volti tumefatti, i lividi su diverse parti del corpo e gli sguardi di fatto assenti costituiscono un’ulteriore testimonianza di quanto avvenuto dopo la cattura e all’interno delle sedi che ospitano i servizi di sicurezza. Le risposte di alcuni degli arrestati sono state rese note già sabato. Si parla, in particolare, di possibili reclutamenti avvenuti via Telegram e di soldi dati in cambio della mattanza all’interno del centro commerciale di Mosca.
Risposte che generano più domande che certezze, a cui sarà impossibile rispondere almeno in queste prime fasi. Anche perché le indagini russe, al pari delle analisi da parte di diverse intelligence internazionali, sono ancora in corso e si prevedono tutt’altro che brevi.
Tra lutto e paura
Ma oltre alle domande, per adesso in Russia c’è spazio soprattutto per l’elaborazione del lutto. La domenica appena trascorsa è stata contrassegnata dalla proclamazione del lutto nazionale in tutto il territorio della federazione. In centinaia hanno portato fiori e omaggi direttamente nel luogo della strage. Ma gli omaggi alle vittime e i vessilli a mezz’asta sono stati notati in tutte le città russe. Il dolore appare effettivamente molto sentito all’interno dell’opinione pubblica. Le immagini, diffuse dagli stessi terroristi, dell’attacco e l’impressione destata dalla morte di oltre cento civili hanno lasciato una ferita profonda.
Oltre al lutto adesso, la Russia sta convivendo anche con la paura. Proprio domenica a San Pietroburgo, seconda città del Paese, un centro commerciale è stato evacuato dopo un allarme bomba. L’allerta è scattata a seguito della segnalazione di un cittadino il quale si è auto accusato di aver piazzato ordigni nella struttura. L’uomo è stato arrestato, sul perché del gesto in una situazione del genere sono stati avanzati anche in questo caso numerosi interrogativi. Al momento però, come per altre domande trapelate in questi giorni, senza risposta.
La questione legata all’Ucraina
L’interrogativo cardine però riguarda la risposta di Mosca. La quale sarà orientata non tanto dalle eventuali nuove evidenze investigative, quanto sulla scelta del Cremlino su dove puntare il cursore delle accuse. Putin ha parlato sabato, ha promesso una risposta adeguata e ha fatto dei cenni alla pista ucraina. Poi il silenzio. Un elemento quest’ultimo visto da diversi canali Telegram russi come preludio a una forte risposta contro Kiev.
Non è un caso se nella serata di domenica nei canali ucraini si è diffusa la notizia di imminenti preparativi per massicci bombardamenti nel Paese. I più importanti, secondo alcuni blogger, dall’inizio della guerra. Nessun allarme aereo particolare è stato poi segnalato nella notte, ma in Ucraina non sono pochi coloro che credono che alla fine la Russia sceglierà di credere (o di voler far credere) che dietro l’azione dei tagiki affiliati all’Isis-K ci sia la mano di Kiev.
Il dilemma è proprio questo: se Putin prenderà di mira le aree del Caucaso dove è segnalata la principale attività jihadista, vorrà dire che sceglierà di agire su una via interna mentre, al contrario, se crederà che il pericolo sia arrivato dall’estero allora sono probabili nuovi gravi attacchi in direzione del territorio ucraino.

