Abu Bakr al-Baghdadi è morto e ha lasciato dietro di sé una scia di sangue che ha toccato ogni continente ed un’eredità molto pesante. L’autoproclamato Stato islamico non ha soltanto rivoluzionato il modo di fare e pensare il terrorismo, attraendo decine di migliaia di combattenti stranieri, ma ha anche contribuito a risvegliare l’insorgenza islamista in Asia, dal Caucaso alle Filippine.

Con il capitolo mediorientale che sembra volgere alla definitiva conclusione, l’organizzazione terroristica si sta rapidamente ri-organizzando, spostando uomini, armi e capitali in Asia centrale.

Il nuovo obiettivo del Daesh, forte di aver preso le redini del jihadismo internazionale, è lacaduta nell’instabilità dell’Asia ex comunista, un’arena geopolitica dall’importanza fondamentale per il controllo degli equilibri di potere del continente essendo il plurisecolare punto di incontro e scontro fra le civiltà russa, cinese, indiana e islamica.

La stessa area è oggi al centro di un crescente interesse da parte dell’asse russo-cinese, perché punto di passaggio inevitabile della Nuova via della seta, che si sta preparando ad affrontare ogni possibile scenario conflittuale stringendo la collaborazione nei campi della sicurezza, della condivisione di informazioni, e dell’antiterrorismo.

Le iniziative comuni

A metà ottobre si è svolta a Novosibirsk (Russia) un’esercitazione antiterroristica congiunta che ha coinvolto membri della guardia nazionale russa e della polizia armata del popolo cinese. Lo scopo era di testare tattiche tradizionali e innovative nella lotta al terrorismo e le capacità di pronta reazione e trasmissione delle informazioni in caso di emergenza.

L’esercitazione è solo una delle espressioni assunte dalla collaborazione russo-cinese nel campo dell’antiterrorismo, che si sta gradualmente espandendo sia per via bilaterale che nel quadro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. I due paesi lavorano in maniera concordata, soprattutto nel controllo dei deboli confini degli -stan e nello scambio di informazioni su sospettati e ricercati, ma anche singolarmente, come palesato dal fatto che Pechino sta portando avanti esercitazioni antiterroristiche congiunte in tutta l’Asia ex sovietica.

Gli sforzi dell’asse Mosca-Pechino si stanno concentrando in particolare sul monitoraggio dell’Afghanistan e del Tagikistan, le nazioni più instabili della regione. La messa in sicurezza dei due paesi è essenziale sia per la Russia che per la Cina, ed è soprattutto quest’ultima che ha scommesso sulla loro pacificazione, investendo decine di miliardi di dollari nelle loro economie negli ultimi anni e tentando di scavalcare gli Stati Uniti per quanto riguarda il ruolo di mediatore con governo e talebani.

A inizio dicembre, ossia ad un mese di distanza dall’attacco del Daesh lungo il confine uzbeko-tagiko, Russia e Cina hanno annunciato che intensificheranno la loro presenza e collaborazione in Asia centrale per contrastare i pericoli derivanti dal ritorno dei jihadisti dal Medio oriente. La decisione è stata presa in seguito alla registrazione di movimenti anomali nell’Afghanistan settentrionale e alla scoperta di contatti fra lo Stato Islamico e i gruppi islamisti locali.

La situazione è esplosiva: si stima che attualmente circa 10mila jihadisti siano presenti lungo il confine che collega Afghanistan, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan, e 6mila di essi sarebbero giunti proprio quest’anno, presumibilmente reduci dal Siraq. La nuova via della seta funzionerà soltanto se Pechino sarà capace di garantire la sicurezza delle merci in transito sulle rotte transcontinentali. Ugualmente, l’Unione Eurasiatica potrà aspirare ad un ruolo più che economico e di rilievo solo a patto che i paesi membri non siano esposti a calamità interne. Per questi motivi, Russia e Cina stanno tentando di ritardare, e magari fermare, l’esplosione della polveriera centroasiatica.

Anche la Russia nel mirino

Il 2019 sta terminando ed il bilancio delle attività antiterroristiche delle autorità russe dipinge un quadro inquietante: 78 cellule terroristiche neutralizzate, quasi 900 persone arrestate, 50 attentati sventati, oltre 50mila siti web oscurati perché contenenti propaganda terroristica.

I numeri mostrano quanto la minaccia islamista in Russia sia tornata a livelli paragonabili a quelli di inizio 2000, sebbene la capacità di colpire sia diminuita per via della maturità dell’apparato di sicurezza post-sovietico, formatosi sul campo negli anni del separatismo ceceno e della guerra all’emirato del Caucaso.

L’avvicinamento alla Cina, la maggiore esposizione nell’Asia ex comunista e l’appoggio a Bashar al-Assad durante la guerra civile siriana hanno funto da carburante per il sottobosco jihadista russo, che ha sposato in massa non soltanto la causa di al-Baghdadi ma ha anche rivolto l’attenzione alla guerra del Donbass e alla questione dei tatari di Crimea. Quest’ultimo fatto ha portato centinaia di centroasiatici e caucasici, soprattutto ceceni, a partire per l’Ucraina con l’obiettivo di combattere i separatisti filorussi.

L’internazionale islamista sta scrivendo la propria agenda geopolitica per gli anni 2020, e tutto sembra indicare che Russia e Cina saranno scelte obiettivi principali.