Un report sul misterioso sabotaggio delle petroliere del Golfo ha fornito le prime indicazioni sui possibili responsabili. Secondo gli specialisti che hanno eseguito un’accurata indagine preliminare sulle falle presenti sulle quattro petroliere che sono state “sabotate” al largo degli Emirati Arabi Uniti, si può escludere la pista di una “farsa” architettata da entità governative per innalzare la tensione del Golfo. Le falle e l'”alto grado di sofisticazione” che è stato dimostrato durante l’azione di sabotaggio del 12 maggio scorso può essere solo opera di personale bene addestrato – probabilmente esperti delle forze speciali con grande esperienza nell’ambito delle missioni subacquee. L’attacco era sopraggiunto nel momento di massima tensione nel Golfo, poco ​dopo che gli Stati Uniti avevano intensificato la pressione economica sull’Iran all’inizio di maggio modificando le deroghe che avevano permesso ad otto governi di acquistare il petrolio iraniano sul quale si concentrano le sanzioni imposte da Washington.

Secondo i risultati preliminari ottenuti grazie a una particolare sonda, si può escludere che le quattro petroliere vittime di un attacco nella notte del 12 maggio mentre erano al largo del porto di Fujairah – due emiratine, una norvegese, e una saudita – siano state oggetto di una montatura ben architetta. L’inchiesta ha riscontrato infatti un “alto grado di sofisticazione” dietro gli attacchi e tutti i rapporti che sono stati forniti ai funzionari delle Nazioni unite incaricati di indagare sull’incidente hanno dato lo stesso giudizio preliminare. “Gli attacchi richiedevano capacità di intelligence per la deliberata selezione di quattro petroliere tra quasi 200 navi di tutti i tipi che si trovavano all’ancora di Fujairah al momento degli attacchi”, afferma il report; “richiedevano inoltre la navigazione esperta di barche veloci” che fossero “in grado di introdursi nelle acque territoriali degli Emirati Arabi Uniti e di esfiltrare gli agenti dopo aver piazzato le cariche esplosive“, conclude. Secondo l’indagine il team di sabotatori avrebbe attaccato le navi con cariche esplosive “ridotte”, in modo da non provocare “esplosioni di grande portata”, ma limitandosi ad infliggere danni agli scafi.

Gli esperiti inviati da Stati Uniti, Regno Unito e Arabia Saudita hanno tutti ipotizzato un probabile coinvolgimento iraniano negli attacchi, secondo quanto riportato da due funzionari delle Nazioni Uniti presenti alla riunione che ha esaminato i report. Questo significherebbe che la Repubblica Islamica dell’Iran vanta tra le fila del suo esercito una compagine di esperiti sabotatori paragonabili a quelli che un tempo della Marina degli Stati Uniti erano chiamati “Underwater Demolition Teams” – oggi noti come Navy Seal. E un’intelligence quanto mai efficiente. Dati deducibili e non trascurabili in un possibile conflitto futuro.

Il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha sempre affermato fin dal primo momento che dietro l’attacco c’era sicuramente Teheran, che aveva inviato dei sabotatori a minare le petroliere con l’obiettivo d destabilizzare la situazione nel Golfo in concomitanza con le minaccia di imporre un embargo nello stretto strategico di Hormuz – dove transita il 40% del greggio attualmente in commercio. L’Iran aveva negato allora, e continua a negare qualsiasi coinvolgimento negli incidenti. Aprendo a sua volta un’indagine per fare luce sull’accaduto. Un funzionario iraniano presente presso le Nazioni Unite a New York ha espresso il suo scetticismo riguardo le prove fornite dai report, mettendo in dubbio la loro credibilità.