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Non si può più negarlo: il nord est della Repubblica Democratica del Congo è a tutti gli effetti il nuovo terreno di conquista dello Stato Islamico in Africa.
Le province orientali del Paese africano da sempre sono il proscenio di guerre, guerriglie, violenze interetniche e scontri finalizzati alla conquista e all’accaparramento di giacimenti minerari e risorse del sottosuolo e, dall’indipendenza negli anni ’60 ad oggi, un vero e proprio momento di pace, l’ex colonia belga, non l’ha mai conosciuto. Nelle sole regioni orientali si stima che vi siano oltre cento gruppi di insorti, ma quello che non si era mai verificato era la presenza, all’interno del coacervo delle sigle irregolari, di formazioni legate alla galassia dello jihadismo internazionalista.
Ora, la regione del Nord Kivu è divenuto il campo di battaglia dei mujaheddin dell’ADF (Forze Democratiche Alleate), la già precaria situazione in termini economici e di sicurezza è peggiorata ulteriormente e in queste ore si stanno registrando massacri in diversi villaggi da parte dei miliziani islamisti.

Le ultime notizie parlano di una strage compiuta sulle colline tra Ituri e Nord Kivu la notte di sabato 4 settembre. I dati riportavano una stima iniziale di 14 morti poi le cifre sono aumentate ora dopo ora e l’ultimo bilancio è di 30 persone massacrate a colpi di machete. Molti copri sono stati rinvenuti nella boscaglia e diversi testimoni rivelano di decapitazioni e violenze sommarie. In queste ore la ricerca delle vittime prosegue mentre emergono anche le prime testimonianze di chi è riuscito a fuggire dalla carneficina. Un superstite intervistato da VOA ha raccontato che i miliziani sono arrivati nel villaggio sabato mattina all’alba sebbene i loro movimenti nella zona fossero stati segnalati all’esercito già il giorno precedente, e per tutta la giornata di sabato hanno ucciso e saccheggiato prima di ritirarsi volontariamente il giorno successivo.

Uno scenario inquietante perché gli attacchi sono sempre più frequenti e la popolazione sempre più indifesa e in balia dei ribelli islamisti. A fine agosto un villaggio vicino a Beni era stato cinto d’assedio e la Croce Rossa, all’indomani dell’attacco, aveva rinvenuto 20 corpi esanimi. E secondo le testimonianze raccolte dagli operatori umanitari la gran parte delle vittime è arsa viva nelle proprie capanne. Il primo di settembre un’altra notizia terrificante è arrivata dal Congo. A Bunia, sempre nel Nord Kivu, i ribelli islamici hanno rapito undici bambini e nessuno ad oggi sa più nulla di loro. E questo clima di incertezza e violenza improvvisa e cieca si sta protraendo ormai da diversi anni. Gli ADF sono presenti in Congo dal 1996 anche se la loro struttura così radicalizzata e la loro salita alla ribalta delle cronache internazionali è riconducibile al 2019 quando hanno giurato fedeltà alla stato Islamico, hanno proclamato la nascita dell’ ISCAP (Islamic States’s Central African Province) e hanno incominciato a condurre attacchi sempre più spietati nelle regioni orientali del Paese africano. Da maggio, dopo che i miliziani islamisti hanno ucciso in un giorno solo più di 50 persone, il governo di Kinshasa ha proclamato nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri lo ”sotto assedio” che tutt’ora perdura, attraverso il quale le autorità civili sono state sostituite da funzionari dell’esercito e della polizia con ampi poteri. Inoltre, dal 15 agosto, in Congo è arrivato un contingente di berretti verdi americani con l’obiettivo di formare e aiutare l’esercito congolese nello sbaragliare le forze islamiste.

La Chiesa cattolica afferma che l’ADF ha ucciso circa 6.000 civili dal 2013 ad oggi, mentre il think tank statunitense Kivu Security Tracker (KST), gli imputa la morte di oltre 1.200 civili nella sola area di Beni dal 2017. I dati in merito alle vittime dei salafiti sono incerti così come sono oscuri tanti aspetti della formazione jihadista che Washington ha inserito nelle formazioni terroristiche legate all’ISIS.
In Congo intanto proseguono la guerra contro il gruppo islamista e lo stato di emergenza e se da un lato arrivano notizie orrorifiche sui crimini compiuti dai miliziani sunniti, parallelamente le organizzazioni umanitarie, in primis Amnesty International, mettono in guardia sulla repressione che forze dell’ordine e militari congolesi stanno compiendo forti del potere che lo stato d’assedio concede loro.

Da un lato quindi le ferocie degli islamisti, dall’altro la repressione militare e alla fine chi sta pagando più di tutti il prezzo più alto di questo conflitto, come sempre, è la popolazione civile congolese costretta alla fuga, alla miseria e a drammi ontologici, insolubili ed eterni come un anatema.

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