Il Kosovo continua ad essere al centro del fenomeno “radicalizzazione islamista” nell’area balcanica e questa volta l’allarme arriva dalle carceri, luoghi dove del resto tale fenomeno è pesantemente diffuso, anche in Italia.Fonti russe e serbe hanno infatti reso noto che una quarantina di detenuti rinchiusi in nove differenti carceri kosovari stanno mettendo in atto una sistematica attività di propaganda radicale all’interno dei penitenziari utilizzando testi islamisti di stampo salafita e wahhabita tradotti dall’arabo e composti da tale “Abu Harith”.È plausibile che le fonti facciano riferimento alle opere di Abu al-Harith al-Ansari, ben noto nella galassia jihadista per una serie di testi inneggianti al jihad sia sul piano ideologico-dottrinario che su quello più “operativo” come la “guerra economica”, “la guerra mediatica” e quella di “attrito”. Ad Abu Harith sono anche dedicati filmati su canali jihadisti in YouTube, come quello denominato Ahl al-Sunna wal Jamaa.Intanto a fine febbraio la procura speciale del Kosovo aveva aperto un’inchiesta penale a carico di Shefqet Krasniqi, imam salafita già arrestato nel settembre 2014 in seguito all’operazione transnazionale anti-terrorismo denominata “Damasco” che aveva coinvolto Italia, Bosnia e Kosovo e poi rilasciato.Secondo l’accusa, Krasniqi avrebbe approfittato del suo ruolo di imam presso la moschea Mehmet Fatih di Pristina tra il 2013 e il 2014 per mettere in atto propaganda jihadista, sia di persona che attraverso l’utilizzo di internet, invitando i fedeli a partire per la Siria e l’Iraq. L’imam è inoltre accusato di frode ed evasione fiscale per circa 20 mila euro tramite la sua società.Shefqet Krasniqi è già noto alle autorità italiane visto che, come documenta Fausto Biloslavo, nel dicembre 2013 era stato invitato a tenere un sermone presso il centro islamico di Grosseto dall’imam Zeinulla Sadiki.Quando Krasniqi fu arrestato nel 2014, Sadiki postò sulla pagina Facebook del centro islamico la frase albanese “siamo con te”, poi cancellata.Oggi Sadiki, laureato in scienze islamiche all’Università di Pristina, è nel direttivo dell’Uami, “l’Unione Albanesi Musulmani in Italia” che ha recentemente sottoscritto il “Patto Nazionale per l’Islam Italiano”, impegnandosi a bandire ogni forma di radicalismo religioso e a garantire un’integrazione concreta nel contesto istituzionale italiano.Il Kosovo è poi il Paese con il più alto numero di jihadisti partiti dai Balcani, 316 secondo le ultime stime, di cui circa 150 rientrati in patria ed anche quello che avrebbe fornito il maggior numero di foreign fighters in rapporto alla popolazione.Kosovaro è inoltre Lavdrim Muhaxheri, noto anche come “il macellaio” e a capo dell’unità balcanica dell’Isis, il quale aveva precedentemente lavorato nella base americana della Kfor di Bondsteel (in Kosovo) e prima ancora per la Nato in Afghanistan. Recentemente il suo vice, anch’egli kosovaro, Ridvan Haqifi “Abu Muqatil al-Kosovi” è rimasto ucciso in Siria durante uno scontro a fuoco con le truppe di Assad, anche se altre voci affermano che sarebbe stato eliminato dalle milizie curde.Il rischio legato al radicalismo islamista in Kosovo resta dunque alto, sia a causa del possibile rientro di jihadisti dal contesto mediorientale, facilitato dalla permeabilità dei confini inclusi nella cosiddetta “rotta balcanica” e sia per l’incremento del fenomeno salafita che va di pari passo con l’alto tasso di disoccupazione e la difficile situazione economica nel Paese.Il pericolo è che il Kosovo possa diventare un trampolino di lancio per jihadisti verso i vicini Paesi balcanici e verso l’Unione Europea; l’Italia in quel caso si troverebbe in prima linea.