Sono passati quasi quattro anni dall’attentato alla sede parigina del giornale satirico Charlie Hebdo e la vicenda continua a far discutere, visto che è di ieri la notizia della sospensione di uno degli uomini di scorta al direttore. Motivo? È un radicalizzato. Fatto che pone ancora una volta in primo piano il problema dell’infiltrazione degli islamisti radicali all’interno delle forze dell’ordine francesi.

L’attentato a Charlie Hebdo

Il 7 gennaio 2015, intorno alle 11:30 del mattino, due individui mascherati e armati di Ak-47 successivamente identificati come i fratelli Said e Cherif Kouachi, si introducevano all’interno della sede del giornale e al grido “Allahu Akbar” aprivano il fuoco contro i dipendenti per poi fuggire a bordo di una Citroen C3, ma non prima di freddare Frank Brinsolaro, agente di polizia responsabile della sicurezza di Charlie Hebdo. In seguito i terroristi si scontravano contro un altro agente di polizia, Ahmed Merabet, rimasto anch’egli ucciso.

I due jihadisti rubavano poi un’auto per la successiva fuga e venivano rintracciati due giorni dopo, dopo un’intensa caccia all’uomo, all’interno di una tipografia a Dammartin en-Goele. Il Gign della gendarmeria nazionale dava il via al raid e i due terroristi venivano eliminati dopo uno scontro a fuoco. Il bilancio finale dell’attacco risultava in 12 morti e 11 feriti, attacco che veniva rivendicato da Al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap).

Uno degli uomini di scorta al direttore è un radicalizzato

Nella giornata di mercoledì 31 ottobre veniva reso noto che uno degli uomini della scorta di Laurent Sourisseau “Riss”, direttore di Charlie Hebdo, era stato rimosso dall’incarico dopo un’indagine svolta dalla Direction genérale de la sécurité extérieure (Direzione generale della sicurezza esterna). Secondo l’inchiesta il funzionario di polizia consultava siti di propaganda inerenti all’islam radicale. I colleghi, inoltre, avrebbero riferito di “comportamenti e incontri inquietanti”.

Una fonte vicina al Dgsi ha reso noto che l’interesse del soggetto in questione per siti legati all’islamismo radicale è considerato “anormale” e “incompatibile con il lavoro di protezione”. L’agente rimosso fa parte della Slpd, il servizio di polizia nazionale, incaricato della stretta protezione del presidente della Repubblica, dei membri del governo ma anche di personaggi pubblici minacciati o di personalità straniere che visitano il territorio francese. Prima di lavorare accanto a Riss, l’agente sospettato di radicalizzazione aveva la responsabilità della custodia di Hassen Chalghoumi, l’imam noto per la sua posizione a favore dell’interazione tra varie religioni. L’ufficiale ha annunciato la sua intenzione di presentare ricorso in merito al suo allontanamento.

Il problema della radicalizzazione

Nei primi mesi del 2018, il ministero dell’Interno francese rendeva noto che circa venti poliziotti e una dozzina di gendarmi venivano sottoposti a misure di sorveglianza per sospetta radicalizzazione (su un totale di quasi 280.000 uomini e donne).

Nulla di nuovo visto che già nel marzo 2016 il quotidiano francese Le Parisien lanciava l’allarme e citava alcuni casi tra cui la diffusione di canti coranici in pattuglia, il rifiuto di partecipare a un minuto di silenzio dopo la strage di Charlie Hebdo, il rifiuto di proteggere una sinagoga, l’incitamento sui social a commettere attentati.

Tra i casi gravi vi è quello di una donna in forze come agente che sui propri account social, dopo la strage di Charlie Hebdo e del supermercato kosher, pubblicava messaggi che citavano complotti antisemiti: “Queste sparatorie mascherate ed esagerate da quei froci dei sionisti”. Ci sono anche minacce: “Bisogna spaventarli un po’”. Un’altra agente si rifiutava di stringere la mano ai colleghi maschi, portava l’hijab e si rifiuta di toglierlo, partecipava a una manifestazione durante la quale gridava: “Israele assassino, Hollande complice”.

Un altro agente si lamentava della protezione offerta dalla polizia alla comunità ebraica, aggiungendo che si vergognava di portare la divisa, complimentandosi con i terroristi autori gli attentati in Francia e rammaricandosi che non avessero fatto saltare in aria l’Eliseo.

Tra il 2012 e il 2015 i numeri risultavano essere ancora marginali, con 17 casi che hanno però visto un’accelerazione dal 2014, tutti connessi alla religione islamica a parte uno. La maggior parte dei casi riguardava musulmani di nascita e soltanto in quattro casi erano presenti convertiti.

I numeri emersi nel 2018, precedentemente citati, con venti agenti e una dozzina di gendarmi sotto sorveglianza fanno pensare a un aggravarsi del problema.

Tenendo in considerazione il fatto che gli agenti di polizia e della gendarmeria nazionale hanno a disposizione armi e accesso a dati riservati, la situazione è molto seria in un paese come la Francia dove oggi si contano circa 9mila soggetti radicalizzati contro i poco più di 4mila del 2015 e dal quale sono partiti intorno ai 1900 foreign fighters per unirsi ai jihadisti in Siria e Iraq.

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