I sette terroristi italiani per cui la Francia ha spiccato il mandato d’arresto ricordano l’esistenza di una diplomazia parallela e oscura. Una politica internazionale che esce dai canoni ufficiali del rapporto tra le cancellerie, dai salotti e dagli incontri internazionali per essere invece radicata nel mondo più occulto e altrettanto incisivo della criminalità e del terrorismo. O anche semplicemente del modo in cui questi due fenomeni possano essere spenti o fermati su ordine della politica. A volte tramutandosi in armi diplomatiche, a volte in vere e proprie forme di ricatto tra paesi.

La famigerata “dottrina Mitterrand”, quella che per intenderci ha fatto sì che in 35 anni almeno 300 italiani siano stati protetti dalla Francia pur essendo estremisti di sinistra che si erano macchiati di orrendi delitti, ne è solo l’esempio a noi più vicino ed eclatante. Quando il presidente francese dichiarò che avrebbe assicurato protezione agli estremisti non più perseguiti per un terrorismo “attivo, reale e sanguinario”, si rese evidente un qualcosa che ormai era noto. Parigi proteggeva persone che in Italia avevano tutti i crismi per essere considerati pericolosi terroristi. E questo era solo un esempio di quei canali occulti su cui si giocavano i rapporti tra Stati. E che probabilmente si giocano ancora.

La verità (amara) è che il terrorismo, come qualsiasi altra manifestazione di un fenomeno globale, pericoloso e che colpisce nella società, diventa naturalmente un’arma della diplomazia anche quando serve fare giustizia. All’epoca della Guerra fredda, in quella che per l’Italia è diventata l’epoca delle stragi, degli Anni di Piombo, della politica estera del “doppio forno” e di morti e sacrifici eccellenti, il fenomeno terroristico aveva una portata interna e internazionale, unendo la lotta tra opposti estremismi al gioco diplomatico per tessere una fitta trama di interessi regionali e mondiali. Il terrore divenne così non soltanto una “branca” della sicurezza della Repubblica, ma anche un problema di politica estera. Un terrorismo diverso, solo apparentemente distante, che l’Italia scoprì in particolare nella sua versione araba, quando frange estremiste combattevano la loro guerra contro Israele nei vari angoli d’Europa. Ma che conobbe anche nella triste realtà di vedere fuggire e vivere in pace persone che avevano ucciso innocenti e fatto piangere decine di famiglie.

Questa parentesi storica serve a far comprendere che il mondo del terrorismo era (e probabilmente lo è ancora) incardinato anche in una pericolosa sfida tra potenze. Anche proteggere un gruppo criminale, far transitare un pericoloso elemento terroristico, evitare di arrestarlo, evitare di estradarlo o lasciare addirittura che viva nel proprio paese è una scelta politica precisa. La stessa che prese la Francia di François Mitterrand, che pur ammantando la decisione come il desiderio di tutelare estremisti che avevano “sbagliato” e che ora erano pentiti, in realtà ha sempre cercato di costruire una dottrina che servisse al proprio governo e alla propria diplomazia. Alcuni storici parlano di un patto non scritto tra Mitterrand e Bettino Craxi. Altri ritengono che sia possibile scorgere una mano dei alcuni segmenti d’Oltralpe nella stessa gestione del terrorismo, che poi riceveva un salvacondotto dall’Eliseo. Beppe Pisanu, in un’intervista rilasciata a il Corriere della Sera, ricorda ad esempio che all’epoca del rapimento di Aldo Moro, i terroristi italiani potevano “tranquillamente viaggiare da Roma a Parigi, da Parigi al Nordafrica e dal Nordafrica magari in Nicaragua”. E sulla dottrina Mitterrand, che “consentì a pluriassassini di passare tranquillamente per esuli politici in Francia”. Non poteva dunque essere una semplice scelta di natura giuridica o ideale.

Questo chiaramente implica un problema a tutto tondo. Gli estremismi della Guerra fredda servirono a corrente alternata per il gioco di grandi o medie potenze coinvolte in una sfida non solo tra blocchi ma anche tra più pragmatici interessi nazionali. Ma fa comprendere bene come la diplomazia non sia e non sia mai stata un semplice gioco tra gentiluomini: c’è sempre stata un’altra diplomazia, parallela e oscura, che purtroppo in larga parte ha anche funzionato sia come arma di ricatto che come terribile (ma usata) merce di scambio. Tanti (troppi) scandali, omicidi, insabbiamenti e protezioni internazionali nascondono verità poco note e poco edificanti. Purtroppo inevitabili. E questa realtà caratterizza ancora alcuni rapporti tra Stati, dove al gioco della politica estera “in giacca e cravatta” se ne affianca una, altrettanto incisiva e troppo spesso dimenticata, fatta di fatti e scelte discutibili ma che non piò mai essere tralasciata.