Quelle cellule albanesi in Italia che predicano l’islam radicale

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Zejnullah Sadiki, l’imam macedone di 31 anni espulso da Grosseto con l’accusa di radicalismo islamista, era stato anche membro del direttivo Uami, L’Unione Albanesi Musulmani in Italia, parte dell’Ucoii. Oggi Sadiki non compare più nel quadro del direttivo, ma la pagina dell’epoca lo posizionava al suo interno con tanto di descrizione biografica: “Nato a Skopje nel 1988. Laurea in scienze dell’Islam presso l’Università degli Studi di Pristina. Vive a Grosseto dove svolge la funzione di imam”.

Un post sulla pagina Facebook dell’Uami del gennaio 2015 rivela inoltre che Sadiki era stato invitato a parlare a un convegno organizzato dall’associazione religiosa albanese: “Abbiamo avuto l’onore della partecipazione al seminario di Zejnullah Sadiki, imam presso la moschea El Hilal di Grosseto”.

Nel febbraio del 2017 l’Uami ha sottoscritto il “Patto Nazionale per l’Islam Italiano”, impegnandosi a bandire ogni forma di radicalismo religioso e a garantire un’integrazione concreta nel contesto istituzionale italiano. Il profilo di Sadiki però non sembra rispecchiare tale linea, al punto che la Digos lo teneva sotto controllo da almeno tre anni e non a caso ne è poi seguita l’espulsione.

Nel dicembre del 2013 Zejnullah Sadiki aveva invitato presso il proprio centro islamico l’imam kosovaro Shefqet Krasniqi, arrestato nel settembre 2014 in seguito all’operazione transnazionale anti-terrorismo denominata “Damasco” che aveva coinvolto Italia, Bosnia e Kosovo e poi rilasciato. Quando Krasniqi fu arrestato nel 2014, Sadiki postò sulla pagina Facebook del centro islamico la frase albanese “siamo con te”, poi cancellata. Krasniqi era tra l’altro stato immortalato mentre parlava anche a un convegno dell’Uami.

Secondo l’accusa, Krasniqi aveva approfittato del suo ruolo di imam presso la moschea Mehmet Fatih di Pristina tra il 2013 e il 2014 per mettere in atto propaganda jihadista, incitamento all’odio religioso, sia di persona che attraverso l’utilizzo di internet. Nel marzo del 2018 un tribunale di Pristina ha fatto cadere le accuse contro Krasniqi per insufficienza di prove.

La radicalizzazione da oltre Adriatico

La radicalizzazione islamista nei Balcani occidentali continua a preoccupare e il Paese più colpito dal fenomeno risulta ancora oggi il Kosovo, con più di 320 jihadisti arruolatisi con i jihadisti in Siria e Iraq, di cui circa 150 rientrati. Il Kosovo è inoltre il Paese che, in Europa, ha fornito il maggior numero di foreign fighters in relazione alla popolazione. Elevata disoccupazione giovanile, crisi economica e istituzioni fragili sono alcuni dei fattori che hanno permesso alla propaganda islamista di far breccia all’interno della società kosovara.

Kosovara era la cellula sgominata a Venezia nel 2017 che stava pianificando un attentato al ponte di Rialto, così come Naser Baftija, esponente di spicco delle comunità islamiche di Cremona e Mantova, espulso pochi giorni fa dopo essere stato sorpreso a divulgare materiale radicale via web e tramite lezioni impartite a ragazzi. Baftija è risultato a sua volta in contatto con Resim Kastrati, ex amministratore della pagina Facebook “Musulmani d’Italia” e incriminato dal tribunale di Pristina per aver fatto parte di una cellula jihadista che pianificava attentati in Francia, Belgio, Germania e Kosovo, sgominata lo scorso giugno. Ex frequentatore della moschea estremista di Motta Baluffi (Cr), era stato espulso dall’Italia il 19 gennaio 2015 perché ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale.

L’infiltrazione islamista radicale viene inoltre ancora oggi segnalata in diverse zone della Bosnia, dove sono presenti enclaves salafite e in Macedonia nord-occidentale, in particolare all’interno delle comunità di etnia albanese, dove predicatori radicali cercano di far breccia.

Il nuovo panorama della propaganda islamista radicale nei Balcani risulta tra l’altro essere entrata in una nuova fase: fino a qualche anno fa infatti le figure di riferimento propagandistico erano a grandi linee sempre le stesse, dal filone bosniaco legato a Jusuf Barcic, Bilal Bosnic, Nusret Imamovic, Fadil Porca a quello etno-albanese con Shukri Aliu, Rexhep Memishi, Zeqirja Qazimi, Mazllam Mazllami, Genci Balla, Bujar Hysa, giusto per citarne alcuni. Oggi invece il panorama risulta ben più variegato e destrutturato, con numerosi predicatori attivi anche solo a livello locale, ma che riescono comunque a influenzare i giovani dei Balcani, sia nei propri paesi d’origine che nella diaspora europea. Una nuova fase della radicalizzazione che è caratterizzata prevalentemente dalla centralità del messaggio, a prescindere da chi sia il predicatore di turno che si occupa di divulgarlo; dopotutto il predicatore può sempre essere sostituito. Non importa se non si ha il carisma degli imam radicali “storici” dei Balcani; ciò che conta è conoscere bene il tipo di retorica da utilizzare e i fattori su cui far leva per far breccia nelle menti dei soggetti da radicalizzare.