Quel pericolo jihadista che proviene dalla Libia

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Terrorismo /

Il suo arresto è avvenuto nel dicembre 2015, un periodo in cui in tutta Europa si viveva ancora con il fresco ricordo dei tragici fatti del Bataclan a Parigi e dunque, tanto a Palermo quanto nel resto d’Italia, l’episodio ha destato un certo scalpore: Khadiga Shabbi, ricercatrice libica dell’Università del capoluogo siciliano grazie ad una borsa di studio ottenuta nel suo paese, è stata accusata oramai due anni fa di favoreggiamento del terrorismo per via di alcuni sospetti legami con ambienti islamisti della Cirenaica. La vicenda giudiziaria è stata tra le più intricate degli ultimi anni, con una condanna ad un anno ed otto mesi in primo grado, una concessione del diritto d’asilo nello scorso maggio poi revocata dopo ampie polemiche e, infine, l’assoluzione nei giorni scorsi in secondo grado; pur tuttavia, al di là della storia personale della ricercatrice libica, è indubbio che la Libia rappresenti per l’Italia un problema non secondario sul fronte della sicurezza, specie per via della sua instabilità che perdura oramai da sei anni.

Dall’assalto al consolato italiano di Bengasi, al kamikaze nella caserma di Milano del 2009: gli spettri del terrorismo libico in Italia

Il mondo islamico nel febbraio del 2006 è attraversato da vivaci proteste dopo la pubblicazione, in Danimarca e Norvegia, di alcune vignette satiriche su Maometto; il 12 febbraio l’allora Ministro per le Riforme, Roberto Calderoli, durante un’intervista al Tg1ha mostrato una maglietta in cui apparivano le vignette incriminate e sarebbe stato proprio questo gesto a provocare, pochi giorni dopo, un vero e proprio assalto al consolato italiano di Bengasi. Se tra il nostro personale diplomatico presente nella più importante città della Cirenaica non ci sono state vittime, tra chi ha provato ad appiccare le fiamme al consolato invece, al termine delle proteste, sono stati contati undici morti ed almeno cinquanta feriti. Che l’azione dimostrativa dei manifestanti in Libia sia avvenuta proprio a Bengasi e non a Tripoli, è stato sintomo del clima che si respirava già nel 2006 nel paese: la Cirenaica nascondeva al suo interno, nonostante Gheddafi era ancora saldamente al potere, gruppi legati all’estremismo islamico.



Quanto accaduto nel febbraio 2006 a Bengasi si può considerare, a tutti gli effetti, il primo campanello in grado di destare preoccupazione circa la pericolosità del terrorismo libico per il nostro paese; l’altro grave episodio si è avuto tre anni dopo a Milano: il 12 ottobre 2009 infatti, un cittadino libico ha fatto detonare una bomba da lui indossata dinnanzi la caserma Santa Barbara. L’ordigno è esploso ma solo parzialmente e ha quindi ferito soltanto l’attentatore, il quale ha perso mani e vista: il nome del protagonista di quello che, ad oggi, rimane forse il più grave episodio legato alla jihad in Italia, è Mohammed Game il quale, prima di far scoppiare la bomba, ha urlato frasi contro la presenza italiana in Afghanistan. I due episodi possono sembrare slegati visto che Mohammed Game, il quale sta scontando 14 anni di prigione per il fallito attentato, è stato considerato come un ‘cane sciolto’ che ha agito in solitaria ma, in realtà, vi è un elemento che appare tessere un filo comune tra i due casi ed è dato dal fatto che anche l’attentatore era originario di Bengasi, a dimostrazione di un islamismo molto attivo in Cirenaica già durante l’era Gheddafi.

Il pericolo che proviene dalla Cirenaica

Khadiga Shabbi, secondo gli inquirenti che nel dicembre 2015 l’avevano arrestata, aveva contatti sospetti con esponenti salafiti operanti tra Bengasi e Tobruck; dunque, ancora una volta, ‘protagonista’ della nuova inchiesta che ha avuto come obiettivo il pericolo jihadista in Italia, è stata proprio la presenza islamista in Cirenaica. Le accuse contro la ricercatrice sono cadute, anche se ancora resta il ricorso in Cassazione, pur tuttavia dall’inchiesta operata a Palermo ben si comprende come le sigle che compongono il mosaica jihadista nella regione orientale della Libia, non possono non essere tenute sott’occhio dalle forze di sicurezza; se già durante gli anni di Gheddafi i gruppi islamisti hanno creato non pochi grattacapi al nostro paese, con una situazione attuale contraddistinta da una fase di stallo nell’ex colonia i timori potrebbero via via aumentare. Ansar Al Sharia, le sigle locali di Al Qaeda e quelle composte da miliziani provenienti dalla Tunisia o da altri paesi africani, sono soltanto alcuni dei gruppi che stanno operando in Cirenaica.

La stessa Bengasi, fino allo scorso mese di luglio, è stata controllata da miliziani jihadisti poi sconfitti dall’esercito di Haftar; pur tuttavia, appare indubbio come nella città libica gruppi islamisti continuino ad operare e ad essere una spina nel fianco importante nel processo di pacificazione dell’intero paese. La Cirenaica e, con essa, l’intera Libia appaiono dunque come un pericoloso porto franco per il terrorismo con un islamismo radicato e difficile da estirpare nel breve termine per via del frazionamento dello Stato libico; se da un lato, secondo i giudici, Khadiga Shabbi non rappresenta un pericolo per il nostro paese, è innegabile però che il terrorismo proveniente dalla nostra ex colonia attualmente appare come uno degli elementi di maggior rischio per la sicurezza.