Di fronte alla minaccia terroristica, quali sono gli strumenti legislativi a nostra disposizione? In buona sostanza, sono pochi e spuntati. Prima di capire i motivi di questa lacuna, cerchiamo di vedere quali sono questi strumenti e come hanno operato in un caso specifico.

Sostanzialmente, il nostro codice penale dedica – e nemmeno in via esclusiva – al terrorismo internazionale solo l’articolo 270 bis, quando prevede che atti di terrorismo o eversivi dell’ordine democratico debbano essere perseguiti anche se rivolti contro o all’interno di uno Stato estero. La norma prevede pene detentive crescenti, a partire da dieci anni fino a un minimo di cinque per i reati di costituzione, organizzazione, direzione, partecipazione e finanziamento di una associazione terroristica. Ma spiega anche che in assenza di un preciso programma di violenza con fini eversivi dell’ordine democratico o di terrorismo, tale organizzazione non possa essere perseguita efficacemente per le sue azioni. Insomma, bisogna aspettare che l’assassino tolga la sicura, punti la pistola e metta l’indice sul grilletto, prima di potere parlare di terrorismo.

Ulteriore strumento legislativo collaterale per combattere il crimine organizzato internazionale è la legge del 16 marzo 2006 che recepisce, ratificandola, la Convenzione e alcuni Protocolli delle Nazioni Unite approvati nel maggio 2001 per contrastare le organizzazioni criminali transnazionali. Quindi, tutte misure approvate dall’Onu ben prima dell’11 Settembre!

Ad ogni modo, la Legge di ratifica prevede che in caso di reati transnazionali le pene possano essere aumentate fino alla metà. Inoltre, la Legge salva in qualche modo il personale delle forze di pubblica sicurezza da eventuali azioni disciplinari o penali se nel corso di operazioni di polizia gli ufficiali per esigenze di indagine abbiano dovuto dare rifugio a indagati, occultato denaro, ovvero, ostacolato altre operazioni investigative.

A certificare l’esiguità del quadro normativo nazionale a contrasto del terrorismo internazionale, la più imponente operazione investigativa contro una cellula jihadista mai effettuata in Italia. Operazione durata tre anni e confluita nella Ordinanza dell’ottobre 2015 della Procura di Roma per la applicazione della custodia cautelare in carcere contro 17 presunti appartenenti alla cellula jihadista altoatesina.

La cellula denominata Rawti Shax con base in Alto Adige, ma operativa in Medio Oriente, Inghilterra, Norvegia, Finlandia e Svizzera, guidata dal pregiudicato per gli stessi crimini, il Mullah iracheno Krekar, veniva sgominata con l’accusa di avere previsto «una struttura gerarchica attuata sul modello delle più moderne organizzazioni terroristiche jihadiste, suddivisa in cellule che comunicano utilizzando sistemi di comunicazione criptati ed espressioni codificate».

Il tutto in una Ordinanza di oltre mille pagine d’intercettazioni ambientali, leggendo le quali emerge chiaramente il processo di radicalizzazione dei suoi membri, il sostegno logistico dato a foreign fighters e il profondo apprezzamento, che spesso sconfina nei festeggiamenti, per gli attentati a matrice islamica compiuti da altri terroristi.

Già dalle prime fasi dei vari processi a carico degli imputati della cellula Rawti Shax, si è potuto comprendere come la legislazione nazionale e la scarsa collaborazione tra le procure europee rappresenti un punto di forza nella strategia di difesa degli imputati. Professionisti difensori che nelle pieghe delle norme procedurali, nelle difficoltà di traduzione e notificazione degli atti in un procedimento che si sviluppa tra Bolzano, l’Inghilterra, la Norvegia e la Svizzera, cercano di dilazionare i tempi o evitare l’esecuzione di alcuni provvedimenti.

Fino al paradosso che nel marzo del 2016 ha portato le autorità inglesi a negare all’Italia l’estradizione per uno dei membri della organizzazione. Awat Hamsalih, residente a Birmingham, indagato dalla Procura di Roma nella sopra citata operazione, è poi stato condannarlo solo un anno dopo da una Corte di Londra a sette anni di reclusione per attività di incitamento verso il terrorismo. Nel suo appartamento è stato trovato materiale che circolava tra i terroristi.

Anche sul fronte delle condanne con rito abbreviato – per ora solo quattro, recentemente confermate in appello – l’esiguità della pena comminata lascia perplessi. Ad esempio, quattro gli anni inflitti a Eldin Hodza, il foreign fighter meranese arrestato nell’ottobre del 2015 in ritorno dalla Siria, ma che a breve potrebbe vedere la libertà. Invece, sei gli anni di detenzione a Abdul Rahman Nauroz, ovvero il reclutatore che nella sua abitazione di Merano ospitava componenti della cellula provenienti da tutta Europa e foreign fighters di ritorno dalla guerra santa, ma che – si legge nelle intercettazioni – istruiva anche gli amici su come allevare i loro figli nel disprezzo verso gli infedeli.

Insomma, un quadro normativo nazionale, quello di contrasto al terrorismo internazionale, con pene da furto di gallina, con la difficoltà non marginale da parte degli organi inquirenti di dovere provare, attraverso complesse traduzioni da dialetti arabi, non già l’esistenza di organizzazioni con forte propensione all’odio e alla ferocia verso gli «infedeli», ma anche la presenza di un «preciso programma di violenza con fini eversivi». In altre parole, bisogna fermare il proiettile, una volta premuto il grilletto! Ormai sappiamo con certezza che la programmazione di un attentato a matrice islamica viaggia a livello transnazionale, grazie a strumenti tecnologici sicuri, codici comunicativi difficili da decifrare, ma sotto la luce sfocata di sistemi giudiziari e organi di polizia nazionali che difficilmente comunicano e cooperano. Tutto questo, in una Europa che si unisce subito dopo una strage, ma si divide poco prima della seguente.