Lo scorso primo settembre ha segnato l’inizio del nuovo anno islamico, il 1441. Anche lo Stato islamico si è adoperato per redigere un “bilancio” sui mesi appena trascorsi. Lo ha fatto a suo modo: pubblicando il resoconto degli attentati condotti in tutto il mondo nell’anno precedente.

Tra 2018 e 2019 – secondo l’infografica diffusa in una newsletter del settimanale Al Naba -, l’Isis avrebbe compiuto 3.665 attacchi terroristici a livello globale. La maggior parte ha colpito gli ex territori del Califfato: Iraq (1.458) e Siria (1.145). Sul podio anche l’Afghanistan, con 356 attentati.

A seguire, si trovano la Penisola del Sinai (con 228 attacchi terroristici), l’Africa occidentale (191), la Somalia (80), lo Yemen (76) e l’Asia orientale (39). I restanti attentati hanno colpito il Pakistan (15) e lo Sri Lanka (9). Francia, Australia e Libia hanno invece subito un unico attacco terroristico.

Il bilancio delle vittime – sempre secondo il resoconto annuale – sarebbe di 15.845 unità, tra morti e feriti, escludendo le perdite subite dall’organizzazione terroristica. Anche per numero di vittime, Iraq, Siria e Afghanistan si trovano ai primi posti, seguite da Africa occidentale e Sri Lanka, dove, soltanto nel giorno di Pasqua (21 aprile), una serie di attacchi coordinati ha causato la morte di 259 persone.

Le tattiche della guerriglia

L’Isis ha raggruppato gli attentati anche secondo la tipologia di attacco: ordigni esplosivi (la maggioranza, 1.622), scontri e aggressioni (736), assassinii (393), operazioni di cecchini (294), bombardamenti (250), imboscate (121), missioni kamikaze (95), azioni difensive (60), attacchi su larga scala (51) e autobombe (43).

Tattiche per lo più di guerriglia, particolarmente sfruttate dall’Isis dopo la sua sconfitta territoriale in Siria e in Iraq, in quanto meno dispendiose in termini di denaro e uomini, ma efficaci per infliggere danni al nemico. Perdendo il proprio territorio, infatti, l’Isis è stato privato di importanti fonti di guadagno, derivanti soprattutto dalla riscossione delle tasse e da proventi del petrolio.

L’organizzazione ha fatto ricorso anche alla pratica degli incendi dolosi, in grado di causare ingenti danni, senza la necessità di un particolare know-how. Nel maggio scorso, l’Isis ha rivendicato la responsabilità di una serie di roghi devastanti nei campi agricoli in Siria e in Iraq, che hanno distrutto la speranza di ripartire dalla coltivazione della terra. In molti casi, pare si sia trattato di estorsioni per finanziare operazioni clandestine: nel nord dell’Iraq, coloro che si rifiutano di pagare, trovano i loro campi inceneriti.

L’Isis non è morto

A quasi sei mesi dalla liberazione dell’ultima enclave dell’Isis in territorio siriano, non si può dire che lo Stato islamico sia stato definitivamente sconfitto. Al contrario, in Siria e in Iraq, l’organizzazione si starebbe già rafforzando, attraverso la ricostruzione di reti finanziarie e l’addestramento di nuove reclute.

La trasformazione del gruppo da organizzazione di insorti a rete terroristica clandestina – già avviata prima della sua sconfitta territoriale – ha contribuito alla repentina ripresa dell’Isis, che al momento del crollo della sua ultima enclave, aveva ancora a disposizione circa 400 milioni di dollari, nascosti negli ex territori del califfato.

Ma non ci sono solo Iraq e Siria nel mirino dei combattenti. Abbandonato temporaneamente il sogno di istituire un califfato territoriale, l’organizzazione si starebbe focalizzando anche sull’apertura di nuovi fronti, in particolare in Africa e Asia.

Il compito di continuare l’attività del gruppo – ricostruendo il califfato a partire da singole realtà locali – è stato affidato alle wilayat, le “province” dell’Isis. Negli scorsi mesi, l’organizzazione ha confermato la sua presenza in Libia, Egitto, Yemen, Arabia Saudita, Algeria, Khorasan, “Caucaso”, Asia orientale (in particolare nelle Filippine), Somalia, Africa centrale e occidentale e India.

Un ruolo particolare è, tuttavia, riservato all’Afghanistan, che, nella prospettiva dell’organizzazione, potrebbe diventare una possibile nuova base per lo Stato islamico, soprattutto dopo l’abbandono del Siraq. Proprio dal Paese asiatico, infatti, secondo l’intelligence americana e afgana, l’Isis starebbe già pianificando nuovi attacchi contro l’Occidente.