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Dalle curde della Unità di difesa delle donne (Ypj) alle squadre di autodifesa in piazza Maidan. Miliziane della brigata Al-Khansa e kamikaze nigeriane di Boko Haram. Le Leonesse della Forza Nazionale di Difesa (NDF) e, per converso, le israeliane della Combat Search & Rescue Brigade. Le torturatrici del carcere di Abu Grahib. “Spetsnaz” russe e misteriose “ninja” di Teheran.

C’era da aspettarselo, se si pensa che si deve proprio ad una donna, la principessa Olga di Kiev, l’idea del primo bombardamento incendiario aereo della storia. L’aristocratica variaga sbaragliò la tribù rivale inviando piccioni e passeri con stracci infuocati legati alle zampe. Nessuna casa in nessun villaggio venne risparmiata dal fuoco ed i nemici furono costretti alla resa.Per approfondire: Le donne Peshmerga“Ho imparato che una donna può essere una combattente, una combattente per la libertà, un’attivista politica che può innamorarsi ed essere amata. Può sposarsi, avere figli, essere una madre. La rivoluzione deve significare anche vita, ogni aspetto della vita”. Queste parole-manifesto sono di Leila Khaled, AK 47 e kefiah di cotone sul capo nel fiore dei vent’anni, prima donna coinvolta in un dirottamento, il famoso volo TWA 840, nel 1969. Oggi Leila è universalmente riconosciuta come un’icona per molte delle donne che scelgono la via della spada.[Best_Wordpress_Gallery id=”204″ gal_title=”donne guerra”]Tra queste ci sono le guerrigliere curde di Ypj, corrispettivo femminile delle Unità di protezione popolare (Ypg). Nella sofferta liberazione di Kobane – città di confine tra Turchia e Siria – il loro contributo è stato determinante. Capelli scuri, spesso raccolti in trecce che percorrono per intero la lunghezza delle schiene, mentre i kalashnikov ciondolano quasi languidi sulle mimetiche. Si presentano così le circa diecimila volontarie – un terzo dell’esercito – tra i 17 e i 40 anni che combattono Daesh al grido di “vita, donne e libertà”. Come spiega la comandante ex giornalista Nessrin Abdalla, “i campi di addestramento per donne sono di due tipi: quelli per maggiorenni, che poi si arruolano, e quelli di formazione per minorenni”.Jacques Berès, chirurgo e co-fondatore di Médecins Sans Frontières e Médecins du MondeMa, tornato da una missione umanitaria nell’area della battaglia nel Rojava, ha testimoniato che «la percentuale di donne che combattono nelle file dell’YPG è molto alta» e che «almeno il 40% dei combattenti gravemente feriti sono donne». Sempre delle curde sono le prime teste di donna mozzate ad esser esibite come macabri trofei dai tagliatole jihadisti.Per approfondire: Donne in prima lineaTanto quanto le curde, le Leonesse di Assad, fedelissime del generale e perciò meno simpatiche alla stampa d’occidente, si sono distinte sul campo contro i miliziani del Califfato. Nate nel 2013 – a guerra iniziata – come componente femminile delle Forze di Difesa Nazionale, sono più di mille in tutto il paese. Basco rosso e uniforme color kaki, lo scorso Agosto nell’altopiano strategico di Al Ghab, nel nord-ovest della Siria, le ha viste protagoniste di una grande offensiva sferrata dalle truppe di terra siriane, con la complicità dei caccia russi, per la riconquista di città e villaggi. In quell’occasione cadde in combattimento Reem Hassan. Laureata in letteratura, con un master in inglese e la passione per la pittura, ex presentatrice della Tv siriana, promossa più volte sul campo, fino al grado di generale.Nella roccaforte medievale di Raqqa, in un gioco di specchi deformanti, alle mille Leonesse di Assad fanno riflesso altre mille donne. Sono quelle inquadrate nella brigata Al-Khansa – che prende il nome dalla poetessa preislamica cara a Maometto – a cui spetta il compito di vigliare sulle altre donne e assicurare il rispetto della Sharia. Torture, frustate, morsi ed umiliazioni. Sono queste le modalità con cui il corpo d’elites punisce azioni o comportamenti ritenuti haram dalla legge coranica. Il rigore e la crudeltà delle “pretoriane” di Baghdadi è valso alla brigata l’appellativo di “Gestapo femminile”. “Dicevano che i miei occhi erano visibili attraverso il velo. Mi torturarono, mi frustarono e ora si dice che alcune di loro puniscano le donne a morsi. Ti danno due opzioni: o i morsi o la frusta”, ha raccontato a Channel4 una maestra di scuola che è riuscita a scappare agli orrori della Capitale dell’Isis.Per approfondire: Quelle donne coraggio con burqa e mimeticaMa è con l’avvento delle kamikaze che il coinvolgimento femminile raggiunge l’apice. La prima attentatrice suicida jihadista d’Europa, Hasna Aitboulahcensi, si è fatta saltare durante il blitz del Novembre scorso a St. Denis. Ben prima di lei, nei territori occupati della Palestina, una dozzina di donne negli ultimi quindici anni si sono immolate in attacchi suicidi. Come in Iraq, Turchia, Russia, Nigeria e India dove l’utilizzo delle donne kamikaze è un fenomeno sempre meno eccezionale.
A salire alla ribalta dei riflettori negli ultimi anni, ci sono anche le donne di Euromaidan. Anche quella piazza ha avuto le sue Erinni. A guardia delle barricate di Kiev, accanto agli uomini, c’erano anche centinaia di donne. Accorse da tutta l’Ucraina ed organizzate, sin da subito, tra sacchi di sabbia e il filo spinato di Instytutska Street nella All-Women’s Self Defense Squad.Sulla martoriata scena globale s’impongono le combattenti: in beffa a chi riteneva impossibile coniugare rivoluzione e guanti di seta, la presenza femminile – e non le tematiche femministe – è diventata il comune denominatore dei conflitti a intensità variabile. Le donne del terzo millennio preferiscono, rispetto ai tradizionali compiti logistici e di supporto, il coinvolgimento diretto, che siano inquadrate in eserciti regolari, gruppi paramilitari o formazioni terroristiche. In molti casi, il loro posto è dove si sprigiona il massimo della efficacia bellica: la prima linea di combattimento.