No-go zonesno-go areas sono due sinonimi con i quali stampa generalista, politica e analisti dell’Europa occidentale fanno riferimento a quei quartieri ad accesso limitato, o persino vietato, dove vige una proibizione di ingresso informale per le forze dell’ordine e i cui abitanti sono sotto il giogo di crimine organizzato e islam radicale. Questi quartieri sono il frutto di decenni di politiche migratorie e sociali connotate da una grave miopia, che con lo scorrere del tempo hanno cessato di essere dei laboratori di integrazione per assumere la forma di enclavi etniche, che, separate dalle società ospitanti da una parete a tenuta stagna, sono divenute dei semenzai di criminalità e radicalizzazione.

I quartieri ad accesso vietato sono stesi a macchia d’olio sulla quasi totalità dell’Europa avanzata, essendo stati oggetto di censimenti e indagini, o venendo denunciati da giornalisti e politici, in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Inghilterra, Paesi Bassi, Spagna e Svezia. E realtà territoriali perniciose, contrassegnate da elevati indici di radicalizzazione e di agglomerazione di organizzazioni islamiste e/o jihadiste, sono state segnalate anche nei Balcani, come in Bulgaria.

Il problema, in sintesi, non ha a che fare esclusivamente con l’integrazione mancata di alcuni immigrati di origine extraeuropea, e neanche riguarda unicamente l’Europa occidentale, perché le aree ad accesso vietato sono sparpagliate in quasi tutto il Vecchio Continente, dalla Scandinavia ai Balcani, passando per l’Iberia e il Benelux.

Il fenomeno complessivo

Una stima precisa del fenomeno delle aree ad accesso vietato non è possibile, anche perché le autorità di alcune nazioni, pur ammettendone l’esistenza, non hanno fornito dati utili al pubblico; sono i casi, ad esempio, di Germania, Inghilterra e Belgio. In suddetti Paesi, la conduzione di un dibattito pubblico è complicata dal fatto che coloro che parlano delle aree ad accesso vietato vengono accusati di dietrologia banale, quando non di supporto a teorie del complotto dell’estrema destra, determinando lo stroncamento sul nascere di ogni scambio di opinioni e punti di vista differenti.

La reticenza delle classi politiche e il rischio dell’ostracizzazione non hanno impedito ai ricercatori universitari e ai giornalisti investigativi più ardimentosi di indagare sulle aree ad accesso vietato nel tentativo di squarciare il velo dell’omertà. La disamina più completa del fenomeno è stata realizzata nel 2018 dal Migration Research Institute di Budapest, legato al prestigioso Collegio Mattia Corvino, secondo il quale sarebbero più di 900 i quartieri ad accesso vietato in tutto il continente.

Novecento, un numero che può sembrare esagerato, ma che, in realtà, risulta persino esiguo, e forse necessitante di un aggiornamento al rialzo, considerando che nella sola Francia sono stati censiti 150 territori perduti (territoires perdus) dai servizi segreti e 751 zone urbane sensibili (zones urbaines sensibles) dal Ministero dell’Interno, per un totale di cinque milioni di persone esposte quotidianamente all’influenza deleteria di indigenza, emarginazione sociale, islam radicale e crimine organizzato.

no go zone europa mappa

Le No-go zones in Francia

Secondo lo European Eye on Radicalization (Eer), che ha recentemente disaminato l’argomento delle aree ad accesso vietato al di là delle Alpi, “è difficile [trovare] una città in Francia che non abbia almeno una zona urbana sensibile”. Le zone urbane sensibili, si scriveva, sono 751 in tutta la nazione e sono caratterizzate da elevati indicatori di disagio sociale e abitativo richiedenti attenzione speciale da parte delle autorità perché particolarmente permeabili al narco-banditismo e all’islam radicale.

Le zone urbane sensibili sono la casa di cinque milioni di persone – ovvero circa il 7% della popolazione totale della Francia –, quasi esclusivamente di origine magrebina e subsahariana, e, alla luce dei loro elementi caratterizzanti, possono essere considerate le anticamere dei territori perduti per via della presenza più o meno radicata di circuiti islamisti, delle attività del narco-banditismo e per la frequenza delle violenze anti-poliziesche.

Tali sono i livelli di impermeabilità all’azione pubblica e di ostilità alle forze dell’ordine che, secondo un rapporto citato dallo EER sulle aree ad accesso vietato in Francia, “dozzine di questi quartieri sono dei luoghi in cui la polizia non può far rispettare pienamente le leggi del Paese e neanche entrare senza il rischio di scontri o sparatorie mortali”. L’ultimo agguato in ordine di tempo, avvenuto a Carpentrasso (Vaucluse) la sera del 5 maggio di quest’anno, durante un controllo in una no-go area, ha provocato la morte di un poliziotto.

Strettamente collegato alla questione delle zone urbane sensibili è il tema dei cosiddetti territori perduti, appellativo volutamente declamatorio con cui la Direction générale de la Sécurité intérieure (DGSI), in un rapporto datato gennaio 2020, ha denunciato l’esistenza di almeno 150 i quartieri che sarebbero de iure francesi ma de facto gestiti e controllati da reti legate al narco-banditismo e/o all’islam radicale.

Le No-go zones in Belgio e Germania

In quelle nazioni per le quali non esistono dati a disposizione, come Belgio e Germania, sono i fatti e le denunce provenienti da personaggi di spessore a palesare l’esistenza di un problema con i quartieri ad accesso vietato.

A Bruxelles, capitale belga e cuore delle istituzioni europee, secondo l’ex segretario di Stato Bianca Debaets, “ci sono troppe aree dove è difficile camminare per le donne e per gli omosessuali”, con le prime obbligate ad utilizzare un determinato abbigliamento e con i secondi costretti a nascondere il proprio orientamento sessuale. Non è dato sapere quali e quanti potrebbero essere i suddetti quartieri, la cui presenza è stata segnalata anche ad Antwerp e Anderlecht, ma è noto al pubblico, ad esempio, il caso Molenbeek.

Molenbeek, descritto frequentemente in termini di area ad accesso vietato, è il “quartiere più islamico” di Bruxelles – i residenti musulmani, sostanzialmente di origine marocchina, rappresenterebbero fra il 25% e il 45% della popolazione totale – ed è balzato agli onori delle cronache per la connessione con gli attentati di Parigi del novembre 2015 – quattro degli stragisti provenivano da qui. Il suo curriculum, ad ogni modo, è di gran lunga più longevo e corposo, avendo cresciuto od ospitato alcuni dei jihadisti più sanguinari dell’ultimo ventennio, tra i quali Hassan el Haski (Madrid 2004), Mehdi Nemmouche (Bruxelles 2004), Ayoub El Khazzani (Thalys 2015) e Oussama Zariouh (Bruxelles 2017).

Il quartiere di Molenbeek la notte in cui venne arrestato Salah Abdeslam (LaPresse)
Il quartiere di Molenbeek la notte in cui venne arrestato Salah Abdeslam (LaPresse)

La questione tedesca mostra diverse similitudini con quella belga: la classe politica è riluttante a dare luce verde ad una disamina del fenomeno, e non ha (ancora) pubblicato dati utili a nutrire un dibattito tanto utile quanto necessario, ma non nasconde la veridicità del problema. È stata la stessa Angela Merkel, nel corso di un’intervista datata 2018, ad affermare che “non dovrebbero esserci aree ad accesso vietato, aree in cui la gente ha paura di andare, ma queste aree esistono, vanno chiamate con il loro nome e qualcosa va fatto a riguardo”.

Di nuovo, non è dato sapere quanti potrebbero essere i quartieri che hanno costretto la Merkel a fare una pubblica ammissione, ma è celebre, ad esempio, il caso della “zona controllata dalla sharia” (Shariah Controlled Zone) creata a Wuppertal da un gruppo salafita. E Jens Spahn, titolare del Ministero della Sanità dal 2018, ha dichiarato che “ci sono quartieri a Essen, Duisburg e Berlino dove si ha l’impressione che lo Stato non sia più volente o capace di far rispettare la legge”.

Le No-go zones nei Paesi Bassi

Nei Paesi Bassi sono state censite almeno 40 zone ad accesso vietato, delle quali la più celebre è Schilderswijk. Schilderswijk, localizzata a L’Aia, può essere considerata un’enclave etnica a tutti gli effetti, dato che i censimenti del 2008 e del 2012 hanno appurato come gli olandesi etnici rappresentino poco meno del 10% della popolazione totale, essendo stati quasi completamente rimpiazzati da turchi e marocchini.

Ribattezzata dispregiativamente Sharia-wijk, questa enclave è oggetto di attenzione investigativa sin dall’inizio degli anni Duemila e, nonostante i tentativi di intervento sociale partoriti dalle autorità pubbliche, non ha cessato di essere un focolaio di aspiranti jihadisti. Culla e sede operativa del Gruppo Hofstadt, l’entità dietro all’assassinio del regista Theo van Gogh, Schilderswijk è nota al pubblico olandese per il possesso di un’informale polizia religiosa impegnata a far rispettare le prescrizioni islamiche agli abitanti, per aver ospitato una manifestazione a supporto dello Stato Islamico nel settembre 2014 e per le frequenti rivolte contro le forze dell’ordine – la più celebre ha avuto luogo nel 2015, ed è terminata con oltre duecento arresti, mentre la più recente è avvenuta lo scorso agosto.

Le No-go zones in Svezia e Danimarca

Svezia e Danimarca sono le nazioni dell’area scandinava più colpite dal fenomeno dei quartieri ad accesso vietato, che, similmente alle controparti belghe, francesi, olandesi e tedesche, possono essere descritti come un tutt’uno eterogeneo in cui la presenza autoctona è virtualmente scomparsa e dove disoccupazione ed emarginazione hanno creato terreno fertile per l’attecchimento e l’espansione di organizzazioni islamiste, jihadiste e criminali.

I quartieri ad accesso vietato, almeno ufficialmente, non esistono. In Svezia, ad esempio, le autorità inquadrano le realtà più sensibili e marginali in tre categorie – aree particolarmente vulnerabili, aree vulnerabili e aree a rischio – evitando accuratamente di utilizzare termini quali ghetto e no-go zone, sebbene le prime si connotino, tra le altre cose, per la comprovata presenza di “società parallele” in cui esistono “tribunali alternativi” e dove il controllo del territorio è in mano ad attori nonstatuali.

Localizzate alle estremità periferiche delle principali città, in primis Stoccolma, Malmö e Göteborg, le aree rientranti all’interno delle tre categorie sono 60 (dati 2019) e sono un concentrato di:

In Danimarca, similmente alla Svezia, i quartieri ad accesso vietato vengono definiti in termini di “area particolarmente vulnerabile” e sono oggetto di un attento e costante monitoraggio da parte delle autorità, le quali aggiornano l’elenco – volgarmente noto come ghettolisten (let. la lista dei ghetti) – su base annua a partire dal 2010.

L’attuale governo Frederiksen, al quale si devono la rimozione del termine “ghetto” dai documenti governativi redatti sul fenomeno e l’elaborazione di un piano d’azione per il lungo termine, ha censito la presenza di 15 aree particolarmente vulnerabili (ex ghetti) e 25 aree a rischio. Le prime si contraddistinguono per gli elevati indici di eterogeneità etnica (oltre il 50% della popolazione di origine non europea), di disoccupazione (superiore al 40%), di criminalità (incidenza tre volte maggiore rispetto alla media nazionale), di bassa scolarizzazione e basso reddito, mentre le seconde sono in procinto di raggiungerli nel breve-medio termine.

Tutte le aree particolarmente vulnerabili presentano problematiche relative a criminalità, autosegregazione e società parallele, ma soltanto alcune possono essere classificate come dei feudi dell’islam radicale. Fra le suddette rientra sicuramente Gellerup (Aarhus), una congerie di micro- e macro-criminalità, disoccupazione, degrado urbano e organizzazioni islamiste, che ha allevato 22 dei 125 combattenti danesi che hanno giurato fedeltà al Daesh e sono partiti per la Siria.

Le No-go zones in Spagna

La Spagna ha scoperto di avere un problema con l’islam radicale nel lontano 2004, anno dei sanguinosi attentati sui treni di Madrid – 193 morti e 2.050 feriti –, che ha realizzato di non aver risolto il 17 agosto di quattri anni or sono, giorno delle stragi di Barcellona e Cambrils – 16 morti e 136 feriti.

Giovani, spagnoli convertiti oppure arabi di seconda e terza generazione nati e cresciuti nella penisola iberica, respirando l’aria di una delle società più inclusive del continente, e provenienti da “zonas con restricciones“; questo l’identikit dei terroristi che hanno colpito la Catalogna, dei 240 che sono partiti alla volta del Siraq per combattere per il Daesh e dei radicalizzati che minacciano la sicurezza nazionale.

Le indagini successive ai fatti del 17 agosto 2017 hanno appurato l’esistenza di quattro quartieri ad accesso vietato sul territorio spagnolo, tra Barcellona – casa di un terzo di tutti gli arrestati per jihadismo in Spagna e dove a rischio v’è anche il celebre e centrale El Raval –, Madrid – dove nella Cañada Real Galiana sono state censite quasi 200 famiglie islamiste – e le città autonome di Ceuta e Melilla – rispettivamente El Principe e la Cañada de la Muerte, due aree dove “gli imam controllano tutto quello che succede, i leader della comunità religiosa impartiscono la giustizia nell’area e [hanno] i propri agenti [di polizia]”.

Le No-go zones in Inghilterra

Secondo un sondaggio effettuato nel 2019 dall’organizzazione antirazzista Hope not Hate nell’ambito del rapporto annuale sullo “stato dell’odio” nel Regno Unito, un terzo dei britannici (32%) crede che nella nazione esistano dei quartieri ad accesso vietato. Come nel caso di Belgio e Germania, le autorità britanniche non hanno messo a disposizione dell’opinione pubblica dei dati utili a comprendere la vastità del fenomeno, ma l’irrequietezza mostrata da una componente non trascurabile della popolazione è indicativa della sua effettività.

Birmingham e Londra sono le principali città toccate dalla questione dei quartieri ad accesso vietato, ma il podio è saldamente detenuto dalla prima per una mescolanza di tendenze demografiche, gravi scandali ed elevata incidenza di convertiti, radicalizzati e terroristi partiti al fronte sin dal dopo-11 settembre. Birmingham è la città che ha dato i natali al primo attentatore suicida di nazionalità britannica, al tristemente celebre Jihadi John e ad un finanziatore dell’11/9. Birmingham è la città da cui sono passati Abdelhamid Abaaoud (Parigi 2015) e Mohamed Abrini (Bruxelles 2016). E Birmingham è anche uno dei  principali bacini di reclutamento di Al Shabaab, nonché il teatro di una delle più gravi cospirazioni della storia recente britannica – lo “scandalo Cavallo di Troia”, un tentato “golpe scolastico” ordito nel 2014 da un’anomima islamista per alterare i curricoli scolastici della città.

Birmingham, in virtù di un 21,8% della popolazione di fede musulmana, presenta diversi quartieri multiculturali e multietnici, alcuni dei quali virtualmente islamici al 100%, o prossimi al divenirlo, come Sparkbrook, Washwood Heath e Alum Rock, dove, ha spiegato il New York Times in “Why Do All the Jihadis Come to Birmingham?“, “le moschee punteggiano il paesaggio urbano, […] i doposcuola nelle madrase soddisfano una domanda crescente di genitori che vogliono che i loro figli studino il Corano e persino le scuole statali, spesso, vanno incontro alle richieste religiose, consentendo le preghiere all’ora di pranzo, giornate accorciate durante il Ramadan e veli opzionali”.

Suddetti quartieri, lungi dall’essere invulnerabili all’infiltrazione dell’islam radicale, negli anni hanno funto da incubatori di jihadisti e hanno assistito alla comparsa di poliziotti religiosi, senza uniforme né distintivo, impegnati a far rispettare le prescrizioni coraniche anche ai non-musulmani. L’ultimo caso in ordine di tempo è avvenuto durante il Ramadan 2021, quando alcuni esercenti hanno denunciato alla stampa locale di aver ricevuto minacce ed intimidazioni per via della vendita di alcolici – una tentazione per i fedeli impegnati nel digiuno dal peccato.

Londra non è esente dal fenomeno dei quartieri a rischio, che, abbandonati o trascurati dallo Stato, hanno osservato l’apparizione di squadroni della sharia –  le pattuglie islamiche (Muslim patrols) nell’East London dell’organizzazione Al-Muhajiroun – e/o che sono divenuti dei terreni fertili per la predicazione dell’islam radicale tra i musulmani non praticanti e tra i non-musulmani. Celebre è il caso della zona ad accesso vietato che fu l’area attorno alla moschea di Finsbury Park dagli anni Novanta alla metà degli anni 2000, capitanata da un noto imam estremista (Abu Hamza al-Masri) e vivaio di radicalizzati che avrebbero la storia di Al Qaeda.

Il caso della Bulgaria

La Bulgaria, la cui popolazione è tripartita fra bulgari, turchi e rom, è teatro di una perniciosa infiltrazione dell’internazionale islamista e delle organizzazioni terroristiche sin dai primi anni Novanta. Negli anni recenti, complice la svolta neo-ottomana della Turchia dell’era Erdogan, i vari esecutivi bulgari hanno cominciato a limitare il raggio d’azione turco nella gestione degli affari e della vita comunitaria della folta minoranza islamica della nazione per via del timore di radicalizzazione, terrorismo e minacce separatiste.

L’evento alla base della rottura tra Bulgaria e Turchia, limitatamente alla questione religiosa, è stato il “processo al ghetto di Pazardzhik”, iniziato nel 2014 con un’operazione antiterrorismo e terminato nel 2019 con la condanna degli imputati. Il fenomeno delle enclavi etniche a maggioranza rom è piuttosto comune e diffuso tra Balcani ed Europa centro-orientale, ma il caso di Pazardzhik era ed è unico nel suo genere perché, dietro alla solita realtà di criminalità e segregazione, si celava un circuito terroristico legato allo Stato islamico e ad alcune organizzazioni islamiste prossime ai Fratelli Musulmani e con base in Europa occidentale.

Il ghetto rom di Pazardzhik è stato il primo quartiere ad accesso vietato d’Europa abitato esclusivamente da rom e convertito all’islam radicale. Qui, dove gli inquirenti avevano scoperto bandiere e murali inneggianti al jihadismo già all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, negli anni, complici la totale alienazione dal resto della società, la lontananza dello Stato, la mancanza di una presenza poliziesca e l’assenza di comunicazione tra i rom e il resto della popolazione, l’imam wahhabita Ahmed Moussa aveva imposto la sharia, organizzato squadroni per mettere in fuga la minoranza cristiana e intessuto una rete di alleanze con organizzazioni islamiste aventi sede tra Germania e Austria e con attori del terrorismo, come lo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi.

L’imam Moussa “era diventato il referente numero uno in Bulgaria di Abu Bakr al-Baghdadi, colui al quale era stata affidata la responsabilità di aiutare i combattenti stranieri in arrivo dal resto d’Europa a proseguire il viaggio verso la Turchia […] ed è documentato che abbia dato vitto, alloggio e denaro ad almeno tre persone, provenienti dall’estero, poi arruolatesi e partite” in direzione del Siraq.

Moussa non uscirà dal carcere prima del 2030, ma la sua epopea – inusualmente lunga – è la prova corroborante della natura complessa e sfaccettata di quel fenomeno che sono i quartieri ad accesso vietato controllati da forze islamiste e/o jihadiste. Non una teoria del complotto dell’estrema destra e neanche una manifestazione tipica ed esclusiva delle società occidentali, ma una realtà tangibile ed effusa sull’intero continente, anche nei luoghi più remoti e tra le comunità più impensabili, per quanto invisibile agli occhi di chi non la vive.

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