In Iraq cala la scure della giustizia sui miliziani dello Stato islamico. E adesso le carceri irachene traboccano di persone accusate di essere membri dell’Isis. Un recente report della Associated Press parla di 19mila membri dell’organizzazione terroristica detenuti nelle prigioni presenti su tutto il territorio iracheno. Di questi, 3mila sono già stati condannati a morte. Numeri impressionanti che mostrano come il governo di Baghdad si trovi di fronte a un problema estremamente grave.
La complessità di questa situazione è data da più fattori. Il primo di questi è certamente nei numeri. Una popolazione carceraria di quasi 20mila persone, tutte arrestate per appartenenza all’Isis, è un pericolo. Le prigioni sono da sempre centrali di radicalismo, di reclutamento e di proliferazione di messaggi jihadisti. Fu proprio nei centri di detenzione iracheni che il morbo dell’estremismo islamico iniziò a imperversare nel Paese trovando terreno fertile per la nascita dell’Isis.
Un problema di difficile risoluzione, dal momento che le strutture sono poche e non c’è un’attenzione nei confronti di questo fenomeno. Soltanto nella prigione di Nassiriya ci sono 6mila detenuti accusati di terrorismo. Con il rischio che si riproducano le stesse condizioni che hanno condotto all’esplosione dello Stato islamico e alla nascita di nuovi al Baghdadi. Il sovraffollamento nelle carceri, le pessime condizioni di vita e la presenza di predicatori di odio rischiano di essere la miccia per un nuovo fenomeno terroristico.
Va poi ricordato che i numeri potrebbero essere addirittura superiori a quelli ottenuti in esclusiva dall’agenzia di stampa. Il conteggio dei prigionieri si basa sull’analisi di un documento che elenca tutte le 27.849 persone detenute in Iraq a fine gennaio, e che è stato fornito da un funzionario che ha richiesto l’anonimato. A questa cifra, si devono aggiungere altre migliaia di detenuti catturati da altri organismi e che non sono nelle carceri ufficiali. Questi organismi variano dalla polizia all’intelligence militare fino alle forze curde. Si ritiene che i prigionieri nelle mani dei servizi segreti abbiano raggiunto le 11mila unità.
Soltanto dall’inizio del 2013, 8.861 prigionieri elencati nei carteggi rilasciati all’Ap sono stati giudicati colpevoli di terrorismo. Gli arresti sono avvenuti in base alla “stragrande probabilità di essere collegati al gruppo dello Stato Islamico”, come affermato da un funzionario dell’intelligence irachena. Ma molti altri iracheni, circa 6mila persone, sono stati arrestati per reati di terrorismo prima del 2013, già durante l’invasione statunitense. E stavano scontando la loro detenzione per terrorismo prima della nascita del Califfato. Due fiumi di detenuti che adesso vivono nelle stesse carceri e con uno Stato molto indebolito dalla guerra.
Il governo iracheno non vuole andare molto per il sottile. Il primo ministro Haider al-Abadi, in barba a ogni tipo di monito proveniente dalle organizzazioni umanitarie, ha chiesto più volte di accelerare con le condanne a morte. Anche al netto di processi molte volte al limite della sommarietà o in cui sono appurati legami minimi con lo Stato islamico. Ma da Baghdad non vogliono sentire ragioni.
Il documento analizzato dall’Associated Press mostra che dal 2013 sono stati 3.130 i detenuti condannati a morte, e che dal 2014 sono state effettuate circa 250 esecuzioni di persone condannate per appartenenza allo Stato islamico. Le parole di Saad al-Hadithi, portavoce del governo iracheno, sono più che eloquenti: “Il governo vuole che ogni criminale e terrorista riceva la punizione che gli spetta“.