Un fazzoletto di 700 metri quadri. Tanto è grande lo Stato islamico, o almeno quello che ne rimane, a est dell’Eufrate. Lo ha riferito ieri Chia Kobani, un comandante delle Forze democratiche siriane impegnate nell’offensiva finale contro l’Isis.

L’attacco dei curdi sarebbe momentaneamente rallentato per evitare un alto numero di vittime civili, dato che i terroristi sono asserragliati all’interno degli edifici e sono pronti a combattere fino alla fine. Ma non solo. Kobani ha anche fatto sapere che le Sdf, dopo aver spazzato via i territori controllati da Daesh, passeranno alla fase successiva, “lottando contro le cellule dormienti dello Stato islamico e le rimanenti frange nell’area per garantire la sicurezza di questa regione e della vita delle persone”.

La fine dell’Isis, almeno in questa parte della Siria, potrebbe dunque essere questione di giorni. O almeno è quello che pensano i curdi. Un altro comandante delle Sdf, Jia Furat, ha detto: “In brevissimo tempo, non più di qualche giorno, annunceremo ufficialmente la fine dell’esistenza dell’Isis”.

La sconfitta del Califfato interessa, come ovvio, gli Stati Uniti, che da sempre si sono schierati al fianco dei curdi in Siria. Da Monaco di Baviera, intervenendo alla Conferenza sulla sicurezza globale, il vice presidente Usa, Mike Pence, ieri ha detto che Washington “continuerà a lavorare con tutti i suoi alleati per stanare ovunque i superstiti dell’Isis”.

Nella giornata di oggi, Trump ha pubblicato un tweet in cui chiede ai Paesi occidentali di farsi carico dei foreign fighter che, in questi anni, sono stati catturati dai curdi: “Gli Stati Uniti stanno chiedendo a Gran Bretagna, Francia, Germania e altri alleati europei di prendersi gli 800 combattenti dell’Isis che abbiamo catturato in Siria e di processarli. Il Califfato è pronto a cadere. L’alternativa non è buona ed è che saremo costretti a rilasciarli”.

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Infografica di Alberto Bellotto

E il presidente ha poi aggiunto: “Non vogliono vedere questi combattenti penetrare  in Europa, dove si prevede che vadano. Noi abbiamo fatto e speso molto, ora tocca ad altri fare il lavoro che sanno fare”. E poi la conferma che molti aspettavano: “Ci stiamo ritirando dopo una vittoria al 100% sul Califfato”.

Gli Usa sarebbero quindi pronti ad abbandonare definitivamente la Siria dopo otto anni di guerra. O almeno è quello che sembra, dato che, molto probabilmente, i soldati americani continueranno a controllare ciò che accade dalle parti di Damasco e dintorni dall’Iraq, dove si trova un contingente numeroso.

L’obiettivo è tenere d’occhio l’Iran, storico avversario degli Usa, che in questi anni ha potuto sfruttare la guerra in Siria per espandersi, anche grazie all’aiuto di Hezbollah, il partito milizia libanese che si è subito schierato al fianco di Bashar al Assad.

Il problema dei foreign fighter dell’Isis

Sono oltre 30mila i combattenti stranieri che, in questi anni, hanno deciso di raggiungere le bandiere nere dell’Isis. Molti di loro sono già tornati mentre altri si trovano nelle prigioni dei curdi, controllati a vista. Tra questi anche Samir Bougana, 24enne figlio di immigrati marocchini ma italiano.

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Foto di Gabriele Micalizzi, il fotografo italiano ferito in Siria dall’Isis, di Samir Bourgana, 24 anni, il primo jihadista italiano dello Stato islamico catturato dai curdi delle Forze democratiche siriane vicino a Raqqa, nel nord est del Paese

Ora si dice pentito, ma ha combattuto con le bandiere nere fino alla fine. Proprio lui ha detto a Fausto Biloslavo: “A fine 2013 tanti europei erano arrivati in Siria. Vedevo le immagini della guerra e delle violenze. A 19 anni mi sono detto: lo faccio pure io”. E così è stato, grazie anche all’aiuto di un combattente europeo: “Mi ha dato il numero di un siriano in Turchia. Ho  preso normalmente l’aereo da Dusseldorf ad Istanbul con mia moglie, Fatma Binol, tedesca di origini turche. L’appuntamento era ad Antiochia nel sud del Paese. Ci ha caricato in macchina portandoci al confine. Era facile, non c’erano né polizia, né controlli. Un altro contatto ci ha accolti in Siria”.

Il Soufan Center, come ricorda Alberto Bellotto, ha individuato cinque categorie di combattenti che hanno raggiunto la Siria e lo Stato islamico.

Quelli che sono rientrati presto o dopo una breve permanenza

Quelli rientrati dopo, ma disillusi

Quelli che non hanno avuto scrupoli nell’attirare le tattiche dell’Isis

Quelli costretti a lasciare il Califfato o catturati

Quelli spediti a combattere in altri scenari

Il punto è che, ad eccezione dei terroristi che sono già rientrati, i Paesi occidentali non sanno cosa fare di chi è stato catturato. Anche perché potrebbe rappresentare ancora una minaccia. Che nessuno in Europa è disposto a sottovalutare.