C’è un sottile filo rosso che lega gli attentati che lo Stato Islamico ha messo in atto in Europa, e cioè che l’identità dell’attentatore la fornisce lo stesso terrorista che decide di portare con sé i documenti prima di commettere una strage. Anche l’attentatore suicida di Manchester portava con sé il suo documento d’identità, come riportato dal New York Times grazie alle testimonianze dei primi poliziotti intervenuti sul luogo della strage. In questo modo, naturalmente, l’identificazione del terrorista è stata una pura formalità e le forze di sicurezza hanno potuto conoscere e poi diramare il nome dell’attentatore. Se oggi tutti noi sappiamo che Salman Abedi di Elsmore Road è stato il vile attentatore della Manchester Arena, è perché lui stesso ne ha fornito l’inconfutabile prova.Non è la prima volta che accade che il terrorista lasci i suoi documenti sul luogo del delitto. Quando la redazione della rivista Charlie Hebdo fu colpita dagli attentatori che avevano deciso di vendicare le vignette blasfeme su Allah, attentato poi rivendicato da una costola di Al Qaeda in Yemen, Saïd Kouachi fu identificato grazie alla scoperta del suo documento d’identità nella stessa macchina con cui era giunto nei pressi della sede della testata.Nel novembre del 2015, quando Parigi fu sconvolta dai tragici fatti del Bataclan, uno dei terroristi, Salah Abdeslam, fu identificato grazie al fatto che il documento del fratello, Ibrahim, era stato lasciato appositamente dal terrorista nella macchina usata per arrivare sul luogo della strage. Lo scopo di Abdeslam, cioè quello di far conoscere a tutto il mondo il nome dei “martiri” dell’attacco al Bataclan, era stato così raggiunto. E così fece l’uomo che decise di farsi saltare in aria nei pressi dello Stade de France, e che lasciò sul piazzale dove decise di immolarsi, un passaporto siriano falso, a nome di Ahmed Almuhamed, ma con cui si riuscì lo stesso a tracciare la sua rotta per l’Europa e giungere all’identificazione del cervello degli attentati di Parigi, il belga Abdelhamid Abaaoud.Stesso fatto è avvenuto a Nizza, dove fu compiuta l’orrenda carneficina del lungomare della città francese. Nel camion con cui il terrorista uccise ottantaquattro innocenti sulla Promenade des Anglais, gli investigatori riuscirono a trovare smartphone, patente, carta di credito e altri documenti del terrorista, e così tutti seppero che l’artefice dell’attentato di luglio era stato il tunisino, residente in Francia, Mohamed Lahouaiej Bouhlel.Stesso orrendo copione applicato da Anis Amri, l’uomo che si è reso artefice dell’attentato al mercatino di Natale di Berlino, il 19 dicembre del 2016. Il suo documento d’identità venne trovato proprio nel camion usato per compiere l’attentato, insieme alle impronte digitali con cui aveva riempito tutto il mezzo.In molti si domandano cosa ci sia dietro questa scelta da parte degli attentatori. In molti si chiedono se sia normale che un terrorista porti con sé in macchina documenti d’identità e qualsiasi cosa che possa portare non solo alla sua identificazione ma anche a quella dei suoi complici o anche di chi semplicemente ne è conoscente. Ed è una domanda che torna sempre, dai tempi degli attentati alle Torri Gemelle del 2001, quando tra le macerie fu casualmente ritrovato il frammento del documento d’identità di uno dei terroristi che lanciarono gli aerei di linea contro le Torri Gemelle. Domande che nel tempo hanno alimentato teorie su cosa ci sia dietro questi attentati, e domande complottiste sul ruolo dei servizi deviati in questa scia di sangue.Se vogliamo però basarci esclusivamente sui fatti e sulla politica di propaganda del Terrore, possiamo poter affermare che dietro vi sia una coerenza di fondo che denota il terrorismo internazionale di matrice islamica. L’unica certezza è che, evidentemente, dobbiamo confrontarci con un altro sistema terroristico rispetto a quello cui siamo abituati in Europa, specialmente a quello politico. Questi attentatori, in gran parte suicidi, non hanno alcun interesse a rimanere anonimi, anzi, tutto il contrario. Il loro nome deve sapersi perché in questo modo assumono di fronte al mondo degli affiliati il ruolo di martire, di modello da imitare, ed il loro nome deve essere chiaro a tutti perché solo così il mondo può considerarli e riconoscerli quali veri martiri del Califfato. L’attentatore non lascia, casualmente, il suo documento, ma vuole al contrario mettere una sua sorta di firma sulla strage. E in questo, lo Stato Islamico, così come Al Qaeda prima, non ha alcun interesse a che ciò non si sappia. Anche in questo si denota un modello di propaganda, un modello di marketing del terrore di cui l’Isis è maestro. Il Califfato in questo modo ottiene i suoi martiri, ha i suoi esempi: i modelli da seguire per le future leve della jihad globale.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



