Lo scorso 18 luglio un articolo dal titolo “Is Italy immune from terrorism“, firmato da Robin Simcox sul sito analitico statunitense “Foreign Policy”, poneva alcuni interrogativi sul fatto che l’Italia non fosse stata colpita da attentati di matrice jihadista al pari di altri Paesi europei come Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio e Spagna.

In particolare venivano indicati alcuni elementi che vengono spesso citati da istituzioni ed analisti per giustificare l’assenza di attacchi in suolo italiano, tra cui l’esperienza acquisita dall’intelligence di Stato e dalle forze dell’ordine durante i difficili anni Settanta (caratterizzati dal sanguinoso terrorismo di estrema sinistra e di estrema destra) e l’elevato numero di appartenenti alle forze dell’ordine, rispetto ad altri Paesi europei. L’articolo cita inoltre la creazione, nel 2003, del Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo formato nel dicembre 2003, in seguito all’attentato di Nassiriya.

C’è poi tutto un filone esplicativo che ricollega il fenomeno al basso numero di foreign fighter partiti dall’Italia per unirsi ai jihadisti in Siria e Iraq (circa 130) di cui pochissimi cittadini italiani e il basso numero di soggetti radicalizzati che hanno abbracciato l’ideologia jihadista, sempre in relazione ad altri paesi europei. In aggiunta, l’assenza di ghetti islamici al pari di quelli presenti in Francia e Gran Bretagna, il fatto che diversi leader di centri islamici collaborerebbero con le Istituzioni nel segnalare soggetti potenzialmente pericolosi e l’utilizzo delle espulsioni preventive di individui radicalizzati andrebbero a completare il quadro esplicativo.

C’è inoltre un ulteriore elemento legato alla politica estera che vedrebbe nell’Italia un ruolo strategicamente meno rilevante rispetto ad altri Paesi, aspetto discutibilissimo, come evidenziato da Simcox, in quanto l’Italia è stata ampiamente attiva in Iraq, Afghanistan e Somalia.

Gli attentati e la presunta radicalizzazione limitata

Dal 2009 ad oggi gli unici attentati in suolo italiano catalogabili come “jihadisti” sono quello perpetrato il 12 ottobre 2009 dal cittadino libico Mohamed Game contro la caserma Santa Barbara (attacco che non causò vittime) e quello del 18 maggio 2017, sempre a Milano, quando l’italo-tunisino Ismail Tommaso Hosni aggredì con dei coltelli due militari e un agente della Polfer in servizio presso la stazione Centrale. In questo secondo caso non tutti concordano tra l’altro nel catalogarlo come “attentato islamista” nonostante il soggetto in questione avesse pubblicato sul proprio profilo Facebook filmati inneggianti all’Isis.

Tutto ciò è sufficiente a delineare un contenuto tasso di radicalizzazione di stampo islamista e jihadista? Difficile crederlo. Senza mettere in dubbio l’ottimo operato delle forze di sicurezza italiane, bisogna infatti mettere in evidenza alcuni aspetti, primo fra tutti il falso mito secondo cui “in Italia non vi sarebbero ghetti islamici”; è infatti sufficiente fare un giro per certe zone di grandi città come Milano, Torino, Roma, Bologna, Padova e Napoli per rendersi conto che le cose sono ben differenti. Il quartiere di Porta Palazzo a Torino, le zone di Piazza Selinunte (dove nel dicembre 2016 venne arrestato un cittadino marocchino che progettava un attentato) e alcune parti di via Padova a Milano, così come Centocelle e Tor Pignattara a Roma (giusto per citarne alcune), assumono sempre di più le sembianze di ghetti a maggioranza islamica. Vi è poi tutta la componente pakistana presente nel bresciano, più volte finita nel mirino degli inquirenti anti-terrorismo.

C’è poi il discorso legato al “limitato tasso di radicalizzazione“, aspetto più che discutibile, se non altro perché è veramente difficile misurare in maniera oggettiva dei dati del genere. Il fenomeno radicale è visibile nel momento in cui viene a galla o viene in qualche modo individuato, ma ciò non è affatto scontato. La radicalizzazione può infatti anche essere estesa e nel contempo silenziosa, senza necessariamente fornire segnali e può rimanere latente per anni.

In che modo si può dunque affermare che in Italia il livello di radicalizzazione sia contenuto? Certamente non in base a un’assenza di attentati o a potenziali segnalazioni da parte di rappresentati delle comunità islamiche “consapevoli del fatto che i propri centri islamici sono monitorati”, visto che plausibilmente lo sanno anche eventuali soggetti estremisti.

Non bisogna inoltre dimenticare i numerosissimi luoghi di culto islamici in territorio italiano, più di 1200 secondo un recente articolo di Panorama. Luoghi di culto islamici che spesso si dividono internamente a causa di differenti visioni ideologiche, politiche o organizzative, dando vita a nuovi centri. È possibile tenere efficacemente sotto controllo un fenomeno così dinamico, imprevedibile e in continua evoluzione? Che dire poi dei luoghi di ritrovo privati dove non tutti possono accedere? La situazione è ben più complessa di quanto appare.

La teoria della trattativa Stato-Islam

Lo scorso gennaio è stato pubblicato il libro della giornalista Francesca Musacchio dal titolo La Trattativa Stato-Islam nel quale l’autrice mette in evidenza alcuni interessanti aspetti e pone quesiti non banali in relazione alla minaccia jihadista in territorio italiano.

La Musacchio parla della mancanza di atti ostili importanti (fino ad ora) da parte di cellule organizzate operanti, comunque, in Italia e si interroga sui perché, ipotizzando accordi o trattati di non belligeranza, magari ricollegabili a provvedimenti mai varati, come gli interventi nei confronti dei luoghi di culto irregolari e l’effettiva entrata in vigore del divieto di portare il niqab in pubblico. L’autrice tratta anche di quella mancata integrazione che genera spazi socio-culturali separati dove usanze difficilmente coniugabili con uno Stato laico vengono comunque tollerate. Un fenomeno che contraddice ampiamente quella teoria secondo cui in Italia si può stare tranquilli perché non ci sono ghetti islamici, teoria dall’intento rassicurante, ma ben lontana dalla realtà dei fatti.

Insomma, è in vigore un possibile accordo simile a quello degli anni Settanta col terrorismo palestinese per salvaguardare l’Italia da possibili attacchi? Difficile dirlo e alcuni troveranno le ipotesi della Musacchio complottiste, del resto ne è consapevole l’autrice stessa: “È difficile rispondere in modo esaustivo e credibile alla domanda sugli attentati senza essere accusati di complottismo o peggio ancora di scarsa conoscenza dell’argomento”, affermava la stessa in un’intervista ad Analisi Difesa.

In realtà i dubbi espressi dalla Musacchio sono più che legittimi e difficilmente catalogabili come “complottisti”, tanto più che l’autrice non ha pretese di fornire risposte, ma pone più che altro dei leciti quesiti e mette in evidenza alcuni aspetti che andrebbero senza dubbio approfonditi.

Da Anis Amri alle cellule operanti in Italia

Anis Amri, l’autore dell’attentato al mercatino di Natale di Berlino, veniva ucciso nella nella notte del 23 dicembre 2016 in uno scontro a fuoco con due agenti della Polizia di Stato nel piazzale della stazione dei treni di Sesto San Giovanni. Nel marzo del 2018, con l’operazione denominata “Mosaico“, veniva smantellata una rete legata ad Anis Amri e attiva in diverse province italiane.

Nonostante l’uccisione di Amri da parte di membri delle forze di sicurezza italiane, non solo non vi furono atti di ritorsione da parte del jihadismo internazionale, ma non risultano neanche serie minacce in seguito al fatto.

La rete di Amri è solo una delle tante che ha operato in territorio italiano dagli anni ’90 ad oggi: basta pensare agli algerini del Gia attivi nel napoletano, piuttosto che ai tunisini “takfiri” operanti sempre in quegli anni nella zona di Bologna e Varese o agli egiziani della Gamaa al-Islamiyya presso il centro islamico milanese di viale Jenner, con tutti i relativi collegamenti con gli islamisti attivi in Bosnia contro i serbi durante il conflitto balcanico.

Altre reti, ben più recenti, sono la “Rawti Shax”, sbaragliata nel novembre 2015 in Alto Adige e legata al mullah Krekar (recentemente arrestato in Norvegia). Nell’aprile del 2015 in Sardegna veniva invece sgominata una rete di estremisti islamici pakistani legati ad Al Qaeda e attivi anche nel traffico di immigrati irregolari. Nel maggio del 2018 veniva neutralizzata una rete jihadista prevalentemente composta da siriani, che operava su scala nazionale nel supporto finanziario all’ex Jabhat al Nusra.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, è inoltre fondamentale ricordare la rete balcanica legata a Bilal Bosnic, che ha operato per anni nel nord-Italia nella predicazione e nel reclutamento.

L’Italia appare sempre più come una zona essenziale per i jihadisti sia dal punto di vista logistico che del transito, un “ponte” tra l’Europa e lo scacchiere mediorientale e nordafricano

Un ruolo molto simile a quello svolto dalla penisola balcanica e in effetti, se si osserva attentamente, nemmeno i Balcani sono stati oggetto di significativi ed importanti attentati di stampo islamista.

Nell’area italo-balcanica opera inoltre, con modalità più che evidenti, quell’islamismo radicale politicamente attivo, legato ai Fratelli musulmani e al wahhabismo. Vi sono numerosissimi casi segnalati in Bosnia, Kosovo, Macedonia, Albania, ma anche in Italia dove non solo sono state numerosissime le manifestazioni a favore dell’ex presidente islamista egiziano Mohamed Morsi, legato ai Fratelli musulmani, organizzazione inserita nella black list da diversi paesi tra cui Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Siria e Russia. La stessa Alleanza islamica, inserita nella black list dagli Emirati, in Italia continua ad operare dalla propria sede milanese.

Alcune teorie ipotizzano persino una tolleranza nei confronti di organizzazioni e associazioni islamiste potenzialmente “estremiste” ma non “terroriste” in un progetto più ampio che punterebbe a contenere i jihadisti facendo accordi con quell’islamismo radicale politicamente attivo, dal duplice linguaggio e altrettanto avverso all’Occidente. Una strategia che, se venisse confermata, sarebbe quantomeno imbarazzante oltre che estremamente rischiosa.

Il contesto italiano, per quanto riguarda la minaccia jihadista, è indubbiamente complesso. È evidente come il fenomeno stia riscuotendo molto interesse sul piano internazionale, non soltanto per quanto riguarda il meccanismo delle espulsioni, strumento fondamentale che ha certamente salvaguardato il Paese da minacce incombenti, ma in un quadro più generale nel quale entrano in gioco diversi fattori e interessi di vari attori coinvolti. Trattasi di un tema di cui probabilmente si sentirà parlare ancora molto, specialmente in seguito al risveglio del jihadismo in Africa, Libia inclusa.