Perché l’Isis-K colpisce gli interessi cinesi in Asia centrale. E a chi conviene…

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Alla fine dei gennaio un forte boato ha squarciato la quiete del quartiere Sher-e-Naw di Kabul, capitale dell’Afghanistan. Un ristorante cinese è saltato in aria provocando la morte di sette persone e il ferimento di altre 25. L’episodio è stato subito rivendicato dall’Isis-K: un attentatore suicida è entrato nel locale azionando il proprio giubbotto esplosivo in risposta, ed è questo l’aspetto più rilevante, ai “crescenti crimini commessi dal governo cinese contro gli uiguri“.

Il comunicato del gruppo terroristico comprendeva poi un’ulteriore minaccia indirizzata ai cittadini cinesi presenti nel Paese. Cosa sta succedendo? Semplice: la branca afghana dello Stato Islamico sta intensificando gli attacchi contro i simboli della presenza cinese in Afghanistan. Che si tratti di un cantiere edile o di un ristorante specializzato nella vendita di noodles fa poca differenza. Il duplice obiettivo dell’Isis-K consiste nel combattere contro Pechino rivendicando la repressione delle minoranze musulmane in Cina ma anche di minare la legittimità del governo nazionale guidato dai talebani.

Il Dragone condivide un confine di poco meno di 80 chilometri con l’Afghanistan e mantiene stretti legami proprio con i talebani, che da quando sono saliti al potere, nel 2021, hanno consentito a numerosi uomini d’affari cinesi di entrare nel loro Paese.

La battaglia dei talebani contro Pechino

Per capire dove vuole arrivare l’Isis-K è necessario leggere attentamente i loro ultimi comunicati. Il gruppo terroristico dichiara esplicitamente di aver “aggiunto i cittadini cinesi alla sua lista di obiettivi” a causa delle politiche della Cina nella provincia dello Xinjiang, dove almeno un milione di uiguri, kazaki, kirghizi e altri membri di minoranze musulmane, sostiene ancora l’ala regionale dell’Isis, sarebbero stati imprigionati in vasti campi di detenzione.

L’attentato contro il ristorante a Kabul è andato in scena, tra l’altro, nel bel mezzo di un’ondata di altri attacchi analoghi contro interessi cinesi in Pakistan e Tagikistan, con la palese intenzione di scoraggiare gli investitori del Dragone. Nel caso afghano, il governo talebano, pressato da sanzioni internazionali durissime, ha trovato nel gigante asiatico uno dei suoi principali partner economici. Peccato però che i gruppi radicali attivi nel Paese, come l’Isis-K appunto, vogliano impedire alle aziende cinesi di investire, commerciare ed estrarre risorse naturali in loco, e che portino avanti questa strategia realizzando attentati sanguinosi.

E pensare che nel 2024, Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani, spiegava con orgoglio in un messaggio trasmesso alla radio e alla televisione nazionale che l’Isis-K era stato eliminato e non rappresentava più una minaccia in Afghanistan.

Una situazione complicata

L’Isis-K non ha basi in Afghanistan, e questo limita la sua capacità di compiere ancora più attacchi, ma rimane comunque attivo anche nei Paesi limitrofi dove, come detto, i cittadini d’oltre Muraglia sono già stati presi di mira. A novembre, per esempio, cinque lavoratori cinesi sono stati uccisi e altrettanti sono rimasti feriti nel corso di due raid separati in Tagikistan, vicino al confine afghano. Le autorità locali hanno subito fatto sapere che gli attentati erano stati lanciati dal territorio controllato da Kabul. Risultato: afghani e tagiki hanno lanciato un’azione congiunta per sradicare nascondigli e strutture operative dell’Isis-K nei pressi della reciproca frontiera.

Nel luglio 2025, al-Tazkirah Media, un’organizzazione mediatica affiliata all’Isis, ha diffuso online un manifesto per invitare i musulmani uiguri a unirsi al gruppo e a distruggere l'”impero della tirannia” cinese. La spinta dell’Isis-K a reclutare specificamente uiguri, la minoranza etnica cinese che vive nello Xinjiang, sottolinea la sua crescente alleanza con gruppi jihadisti uiguri, come il Partito Islamico del Turkestan (Tip).

Il Tip è una formazione jihadista composta principalmente da uiguri provenienti dalla provincia cinese occidentale dello Xinjiang, e le stime sulle sue dimensioni variano da 1.500 a 4.000 combattenti. Il loro sogno: creare uno Stato separatista islamico uiguro nel Turkestan, nell’Asia centro-settentrionale, che comprende parti dello Xinjiang. Un bel problema per la Cina. Un problea che, dall’esterno, qualche rivale di Pechino potrebbe pensare di sfruttare a proprio vantaggio…