Abdul Ghani Baradar, classe 1968, cofondatore dei talebani afghani, a lungo il numero due del famigerato Mullah Omar. Quando venne catturato dalla Cia, nel febbraio 2010, l’evento venne salutato come un punto di svolta nella lotta mondiale al terrorismo, secondo soltanto alla cattura e uccisione di Osama Bin Laden in quel di Abottabad l’anno seguente. Detenuto in Pakistan per più di otto anni e mezzo, a dispetto delle vivaci proteste dei fratelli di lotta, è stato liberato il 25 ottobre dello scorso anno, dopo circa due mesi dall’elezione che ha incoronato leader del Pakistan Imran Khan. Baradar, dopo il suo rilascio, è stato nominato capo degli affari diplomatici a Doha, in Qatar, dove i colloqui di pace tra Stati Uniti e talebani si sono protratti per otto round prima che il presidente americano Donald Trump abbandonasse il tavolo delle trattative: l’abbandono è avvenuto in seguito ad un attacco terroristico in Afghanistan in cui 12 persone, tra cui un americano, sono rimasti uccisi il 5 settembre scorso. Baradar e la sua delegazione, dopo essere stati in Cina, Russia ed Iran stanno incontrando i leader dei paesi vicini per riaprire i negoziati con gli Usa settimane dopo che il presidente Trump aveva definito il negoziato “dead”.

L’incontro, un vero e proprio giallo

Imran Khan avrebbe incontrato Baradar a Islamabad giovedì scorso. Apparentemente, l’incontro ha avuto luogo per dare nuovo slancio ai colloqui di pace tra Stati Uniti e Talebani, la cui eco è giunta sino a New Delhi. Se, però, la stampa indiana conferma il meeting, (inoltre, secondo un rapporto della Bbc i membri della delegazione hanno invitato Khan e discusso della situazione bilaterale e regionale, in particolare del processo di pace in Afghanistan), numerosi canali internazionali mettono in dubbio l’incontro vis à vis tra i due leader. L’Assistente speciale del Primo Ministro per l’informazione Firdous Ashiq Awan, infatti, tramite Twitter, ha fatto sapere che tale incontro non ha avuto luogo: “La delegazione talebana non ha invitato il primo ministro. Tutte le notizie pubblicate e trasmesse al riguardo non sono vere”. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sulla riunione. La delegazione di 12 membri avrebbe tenuto un incontro dettagliato con il ministro degli Esteri Shah Mahmood Qureshi giovedì, presente anche il capo dell’Isi, l’intelligence pakistana. La visita della delegazione talebana afgana ha coinciso con l’arrivo dell’inviato speciale degli Stati Uniti in Afghanistan Zalmay Khalilzad, giunto in Pakistan pochi giorni dopo aver incontrato il primo ministro Khan a New York, in occasione della sua partecipazione alla sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Khan: il mediatore

Imran Khan aveva espresso l’intenzione di incontrare i principali leader talebani in occasione della sua recente visita negli Stati Uniti: tuttavia, la sua missione volta ad internazionalizzare la questione del Kashmir si è tradotta in un lancio di filippiche contro Narendra Modi. Il governo indiano, reo di aver cancellato l’articolo 370 della Costituzione indiana che concedeva la libertà di legiferare allo stato di Jammu e Kashmir, (tutelando inoltre, la maggioranza musulmana) avrebbe il preciso scopo di diluire la presenza islamica nell’area a suon di nazionalismo. In quell’occasione Khan si era dichiarato fortemente deluso dal mancato soccorso internazionale, annunciando l’incontro con i Talebani al suo rientro in Pakistan. Non solo, il leader pakistano si era visto offrire dal presidente americano Trump il ruolo di mediatore nel processo di pacificazione dell’Afghanistan. Rincarando la virulenza dei suoi attacchi, ha ripetutamente e apertamente minacciato l’India, appellandosi ad una rivolta dei musulmani contro il paese dei pavoni, paventando anche l’uso di armi nucleari.

La ragione dei timori indiani

L’approccio generale dei Talebani nei confronti dell’India è sempre stato ostile. Negli ultimi mesi, quando i colloqui di pace tra Stati Uniti e Talebani sembravano proseguire senza intoppi, questi ultimi avevano accennato a una possibile ripresa dei loro rapporti con l’India. Questo cambiamento nella posizione talebana aveva creato una serie di increspature nell’establishment pakistano, quando il governo di Imran Khan venne accusato di aver collegato la questione del Kashmir con il problema afgano.

Nel frattempo, i colloqui tra Stati Uniti e Talebani sono falliti e Imran Khan ha perseverato nell’alimentare la collera contro l’India. Nei suoi discorsi – presso l’Assemblea nazionale pakistana, nel Kashmir occupato e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite – ha parlato di guerra con l’India “predicendo” un aumento del terrorismo jihadista in Jammu e Kashmir e altre zone dell’India. Minacce spudorate come mai prima: tutti i governi pakistani, in precedenza, avevano cercato di essere discreti nella minaccia terroristica, ma l’ex giocatore di cricket dall’aria da macho cosmopolita sembra aver scelto la linea dura contro i fratellastri indiani.

Questo aspetto di certo non sorprende i seguaci dell’ Imran Khan politico, le cui simpatie jihadiste e fondamentaliste sono ben note dai primi momenti della sua discesa in campo, tanto da essersi guadagnato il soprannome di Taliban Khan. Nel 2013, egli aveva descritto l’uccisione del comandante talebano Wali-ur-Rehman da parte delle forze statunitensi come “inaccettabile”, definendolo un leader pacifista. Anche i talebani hanno avuto una fiducia immensa in Khan, nominato loro rappresentante nei colloqui con gli Stati Uniti nel 2014. Allora il leader pakistano pensò che fosse meglio mantenere una certa distanza con il fenomeno talebano, dovendo ancora farsi strada nel gotha politico di Islamabad. Da qui, il timore che, con gli Stati Uniti intenzionati a ritirare le forze dall’Afghanistan, i Talebani possano riguadagnare vigore e promuovere (con l’avallo dell’Isi) la propria agenda terroristica in Jammu e Kashmir. Un timore divenuto realtà: è stato riferito che Talha Saeed, figlio di Hafiz Saeed, la mente di molti attacchi terroristici in India, abbia lanciato un appello ai musulmani d’India per unirsi alla loro jihad contro il governo indiano in Kashmir. Con un legame così profondo tra Khan e i Talebani, tali esortazioni esasperate da parte del primo ministro pakistano, che minaccia attacchi nucleari e terroristici in India, rappresentano qualcosa che l’intelligence indiana non può permettersi di ignorare.

Una mediazione dai piedi d’argilla

La vicenda kashmira mette in luce i difetti di fabbrica della grande strategia di pacificazione dell’Asia: le minacce di Khan, l’esasperato nazionalismo di Modi, la mediazione talebana che già in termini appare un ossimoro. Nessuno dei protagonisti chiamati a gestire le sorti dell’area parte da un presupposto laico e moderato, che non identifichi nell’Islam piuttosto che nel nazionalismo Indù le fondamenta della pace, soprattutto in Kashmir; quanto ai Talebani, che contengono in sé il germe del fondamentalismo islamico, si sta affidando un ruolo fondamentale a quelle stesse forze che hanno riportato l’Afghanistan al Medioevo, proibendo televisione, istruzione laica, musica, relegando le donne in cattività come bestie, distruggendo storia e bellezza rendendosi protagonisti dello scempio di Bamiyan. Mettere in mano a queste forze il futuro di questa polveriera potrebbe avere degli esiti disastrosi e pasticciati: cosa accadrebbe, infatti, se i Talebani, invece di promuovere le buone relazioni con i vicini decidessero di farsi strumento del Pakistan per condurre dal Kashmir una guerra fratricida contro l’India? Una carneficina, per crudeltà pari solo a quel 1947 che ancora lorda di sangue i rapporti tra New Delhi e Islamabad.