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Mohamed Lahouaiej Bouhlel è l’attentatore che giovedì scorso, a bordo del suo camion, ha ucciso 84 persone sul Lungomare di Nizza intente ad assistere ai fuochi d’artificio per la festa nazionale francese; l’uomo ha origine tunisina, anche se la sua residenza nella città dove ha compiuto il massacro ha una datazione piuttosto lontana di almeno un decennio.Per approfondire: Dalle primavere arabe al jihadDella Tunisia, in questi anni contraddistinti dall’emergenza jihadista, si è spesso sentito parlare; il Paese nordafricano vive uno dei momenti più delicati della sua giovane storia di Stato indipendente, nemmeno cinque anni fa ha terminato un’esperienza di governo pluridecennale per cercare di aprirne un’altra in senso maggiormente democratico, ma il nome del Paese è legato a doppio filo anche al terrorismo: il governo di Tunisi ha subito negli ultimi mesi due importanti attentati, al tempo stesso ogni giorno aggiorna la lista di cittadini tunisini ‘foreign fighters’, un numero in costante crescita dentro cui si racchiudono tutti quei giovani che decidono di arruolarsi tra le fila dello Stato islamico sia in Mesopotamia che nella vicina Libia.Mohamed Lahouaiej Bouhlel non era tra di essi, anzi né le autorità francesi e né le autorità tunisine hanno mai avuto il suo nome tra i coloro sospettati di aderire alla causa islamista, ma al tempo stesso la nazionalità dell’attentatore di Nizza dà lo spunto per poter parlare del suo paese, di questa Tunisia così vicina a noi (la latitudine di Tunisi è più a nord rispetto a quella di Ragusa) geograficamente e non solo.Nel 2011, come ben si sa, la ‘primavera araba’ spazza via il regime di Ben Alì; quelle rivolte, che sono state ‘ispirate’ da quanto in quei mesi era in atto nella vicina Algeria e che poi si sono dilagate in tutto il Magreb e nel medio oriente, partono dal suicidio di Mohamed Bouazizi, un giovane venditore ambulante che vive in miseria in una città del sud del paese ed il cui gesto eclatante di darsi fuoco davanti al governatorato locale innesca la rabbia di un’opinione pubblica molto giovane, ma al tempo stesso sempre più povera e disoccupata.Per approfondire: Le nazioni del Califfo nel mondoLa relazione tra questo gesto e l’escalation di giovani jihadisti sempre più radicalizzati in Tunisia, è molto stretta; si fatica a trovar lavoro, si fatica ad avere condizioni di vita accettabili e stabili, si fatica a raggiungere il tenore economico della precedente generazione, che pure non è mai stato tra i più alti dei paesi arabi anche se a livello sociale lo stato africano dall’indipendenza fino agli anni ’90 ha fatto molti passi in avanti. La Tunisia è un Paese piccolo, con dieci milioni di abitanti e con tante risorse specialmente di natura turistica, eppure i giovani arrancano tanto da alimentare la rivolta del 2011; ma dopo la cacciata di Ben Alì la situazione non è affatto migliorata, anzi è possibile affermare che essa è peggiorata specie per via dell’instabilità politica del dopo primavera araba.Ecco perché è possibile mettere in collegamento gli episodi che hanno dato il via alla rivolta del 2011, con l’avanzata del jihadismo; in molti si chiedono come mai, proprio dalla Tunisia, tra i primi paesi arabi ad avere uno Stato laico, una società molto aperta e politicamente attiva, escono fuori molti giovani che impugnano le armi per combattere con l’Isis o compiere attentati all’estero od in patria. La risposta va ricercata proprio nel disagio giovanile che si vive in Tunisia, il quale ha radici profonde e ben marcate; il problema della disoccupazione giovanile ad esempio, si trascina dai primi anni 2000 quando, a fronte di un tasso di crescita non indifferente della ricchezza interna, le giovani generazioni iniziano a faticare nel tenere il passo ed a trovare una sistemazione in ambito lavorativo.Per approfondire: Se la primavera araba porta il caosPoi è subentrata la crisi economica, quella politica, la rivolta che per anni ha dato instabilità istituzionale ed il quadro è quindi ancora più complicato, specie se si tiene in considerazione che la popolazione tunisina è di gran lunga più giovane di quella europea, al suo interno vi è quindi un vero e proprio esercito di giovani arrabbiati fino al 2011, disillusi dopo la primavera araba; lo Stato tunisino e le sue istituzioni perdono sempre di più credibilità, così la società vive un momento di grave destabilizzazione che sta favorendo la diffusione della propaganda jihadista.La Tunisia rimane un Paese laico, a livello istituzionale, ma soprattutto ha al suo interno una popolazione che dimostra di tenere a questa laicità visto che nelle legislative del 2014 ha trionfato ‘Nidaa Tounes’, il partito del presidente che ha una chiara visione laica per il futuro del Paese, a discapito invece del movimento islamista Ennahda, che pure è sembrato all’epoca essere il favorito per via di un suo maggior radicamento sociale. Il problema però che, al fianco di molte certezze sull’assetto istituzionale presente e futuro del paese, sussistono gravi problemi economici ed atavici squilibri sociali che vanno a far attecchire sempre di più i proclami della guerra santa e del Califfato.Un problema di non poco conto, se si pensa che il terrorismo come detto ha già colpito due volte in pochi mesi: la prima a Tunisi, presso il museo del Bardo, la seconda nella spiaggia di Sousse. Due mete turistiche importanti, due azioni quindi che hanno anche danneggiato l’industria del turismo da cui la Tunisia ricava il 20% delle proprie entrate e che adesso vive una crisi da cui difficilmente sembra riprendersi, aggiungendo problemi ad altri problemi. Ma non solo: oltre agli attentati perpetuati in patria, molti tunisini sono nelle liste dei foreign fighters e potrebbero colpire in Europa od in altre parti del mondo.Oltre tutto questo, le forze di sicurezza tunisine devono anche fronteggiare i sempre più precari confini con la Libia; il Paese, rimasto senza governo dopo Gheddafi e con una situazione difficilmente gestibile all’interno, condivide con la Tunisia centinaia di desertici chilometri di confine, poco controllabili già in una situazione normale ed assolutamente ingestibili da due Stati in grave difficoltà. Da questi confini, molti tunisini si dirigono verso Sirte a dar manforte ai miliziani, ma è anche vero che tanti terroristi percorrono la via inversa e tentano di aggirare le guardie di frontiera tunisine; proprio al confine tra Libia e Tunisia, nello scorso mese di marzo, sono stati registrati attacchi contro la città tunisina di Ben Guerdan, che hanno causato diverse vittime tra le forze di sicurezza di Tunisi.La Tunisia è quindi l’emblema di come il jihadismo pone spesso le sue basi anche nelle difficoltà economiche e sociali; pensare ad un esercito di giovani provenienti dal più laico dei paesi arabi del Nord Africa arruolati nell’ISIS, fino a poco tempo fa era davvero impossibile. Adesso per la Tunisia il momento è difficile, a livello politico ed economico e la sfida più grande è indubbiamente quella di arginare l’insofferenza giovanile ed i gravi squilibri sociali sorti nel paese dopo gli anni 2000.

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