L’altro giorno un tribunale del Bangladesh ha condannato a morte sette terroristi islamici, accusati di essere i mandanti della strage del primo luglio 2016 al ristorante Holey Artisan di Dacca, dove sono rimasti uccisi ventidue innocenti, compresi nove italiani.

Il 26 novembre 2018, dopo la fine delle indagini, erano state presentate otto accuse formali contro i membri del gruppo jihadista locale Jamaat ul Mujahideen Bangladesh (Jmb), affiliato ai tagliagole dello Stato islamico.

Il processo è iniziato il 3 dicembre scorso, ma solo otto delle ventuno persone accusate di aver partecipato alla mattanza sono arrivate in giudizio. Cinque sono morte durante il raid della polizia all’interno del locale situato nella zona diplomatica della capitale, mentre le altre sono state uccise nelle successive operazioni eseguite dall’antiterrorismo.

Gli stranieri nel mirino degli islamisti

Secondo il documento di accusa, i milizani hanno effettuato l’attacco per destabilizzare il Paese. Il loro intento era quello di mettere sotto pressione il governo in carica, costringendo gli investitori e i consulenti stranieri ad abbandonare il Bangladesh, per “distruggere l’economia della Nazione”.

Inoltre, credevano che “se avessero ucciso un gran numero di stranieri, sarebbero stati sotto i riflettori locali e internazionali”, si legge nelle carte. Così “sarebbero stati in grado di attirare l’attenzione dei gruppi del terrore globale”.

Nessun pentimento da parte dei terroristi

“Sette degli accusati sono stati condannati a morte. Un’ottava persona è stato assolta”, ha detto ai giornalisti il procuratore capo Abdullah Abu. “Le accuse contro di loro sono state dimostrate oltre ogni dubbio. La corte ha dato loro la più alta punizione”, ha aggiunto il delegato Golam Sarwar Khan, dichiarando di essere “soddisfatto della sentenza” e promettendo di “appellarsi all’assoluzione dell’altro imputato”.

Durante la pronuncia della sentenza i miliziani hanno gridato “Allah akbar”, non mostrando nessun segno di pentimento. Anzi, in un video. i terroristi vengono immortalati a ridere mentre vengono portati fuori dal palazzo di giustizia dalla polizia.

Quel simbolo dello Stato islamico entrato in tribunale

Due islamisti indossavano un “cappuccio di preghiera” con inciso il simbolo dell’Isis. Una cosa molto strana, visto che i media locali parlano da giorni di un “rafforzamento delle misure di sicurezza all’interno e intorno al tribunale della città vecchia”. E tra le centinaia di forze di sicurezza presenti, c’erano anche gli uomini del Rapid Action Battalion (Rab), un élite dell’antiterrorismo a cui appartengono membri della polizia e dell’esercito. Lo stesso che in questi anni ha eseguito centinaia di raid in tutto il Paese.

“Non siamo sicuri di come sia entrati all’interno del tribunale simboli dello Stato islamico”, ha dichiarato Jafar Hasan, vice commissario incaricato dell’accusa, aggiungendo che “saranno aperte delle indagini”. Ma una cosa è certa, quest’episodio, mostra che i terroristi sono ancora ben organizzati e che, molto probabilmente, hanno dei contatti anche con alcuni funzionari delle autorità.

La lunga notte della strage

La sera del primo luglio 2016, un commando islamista ha fatto irruzione al ristorante Holey Artisan Bakery a Gulshan alla ricerca di quelli che per loro sono “infedeli”. Obbligano tutti i clienti a recitare il Corano. E chi non lo sa viene torturato prima di essere ucciso. Alla fine di una lunga notte di spari e violenze, rimangono senza vita 22 persone innocenti. Tra loro anche nove nostri connazionali: Cristian Rossi, Marco Tondat, Nadia Benedetti, Adele Puglisi, Simona Monti, Claudia Maria D’Antona, Vincenzo D’Allestro, Maria Riboli e Claudio Cappelli.

L’allerta resta alta in tutto il Bangladesh

Il governo del Bangladesh, che fino all’assedio dell’Holey Artisan Bakery, nonostante le continue violenze contro la minoranza cristiana e quella indù, contro insegnanti universitari, scrittori, attivisti per i diritti umani, aveva continuato a negare la presenza dello Stato Islamico nel Paese, negli ultimi tre anni ha iniziato una dura lotta al terrorismo.

Durante le numerose operazioni speciali condotte dalle autorità sono stati effettuati centinaia di arresti. E molti islamisti sono stati uccisi. Tra questi anche Tamim Ahmed Chowdhury, considerato il leader dell’Isis nel Paese. Solo nell’ultima settimana, in diverse irruzioni sono stati fermati diciannove uomini accusati di avere dei collegamenti con islamisti.

Ma nonostante le azioni messe in atto per combattere i terroristi, l’allerta in Bangladesh resta alta. Soprattutto perchè la galassia del terrore nel Paese è ormai ben strutturata. E negli anni è riuscita ad infiltrarsi in tutti i settori, dall’economia all’informazione, dalla politica alle Ong. Non solo. A questo va aggiunto il ritorno di un centinaio di foreign fighters andati a combattere in Medio Oriente, che sono addestrati e motivati. E che potrebbero colpire anche per vendicarsi delle condanne emesse ieri.