I recenti attacchi terroristici che hanno colpito l’America e l’Europa hanno rispolverato il quesito che in tanti si sono postidall’11 settembre in poi: è meglio la libertà o la sicurezza? È giusto cedere porzioni della propria privacy per contrastare il terrore?

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Poco dopo l’attacco alle Torri Gemelle, venne infatti varato il Patriot Act (26 ottobre) che concedeva maggiori poteri a Fbi, Cia e Nsa per prevenire ulteriori attacchi terroristici. In pratica, si avviava il controllo compulsivo di telefoni e pc degli americani. Un’azione giustificata dal grave stato di crisi dell’America e riproposta dalla Francia dopo gli attacchi contro la redazione di Charlie Hebdo il 7 gennaio del 2015.

Ora, in seguito agli attacchi islamisti in tutta Europa, la situazione si presenta simile, se non peggiore, rispetto a quella del post 11 settembre. E le nuove tecnologie non aiutano. In particolare Telegram, l’app “preferita” dai terroristi del sedicente Stato islamico.

Telegram,  come nota Lettera43, è “l’applicazione che permette di stabilire conversazioni cifrate end-to-end (vale a dire tra i due dispositivi coinvolti) e di scambiare non solo messaggi vocali ma anche foto, filmati e file di qualsiasi tipo di dimensione fino ad 1,5 GB. Insomma, una piattaforma user friendly che garantisce rapidità nell’utilizzo”. La privacy è insomma totale. Nessuno può controllare i terroristi. Un assist incredibile al sedicente Stato islamico.

C’è poi un secondo: su Telegram è possibile creare canali ai quali chiunque può iscriversi e, così, leggere tutti i messaggi diffusi da un utente x. Come nota Lettera43, “al canale pubblico si può associare un link e uno username, che può essere trovato attraverso la funzione di ricerca”.

E proprio da Telegram Isis ha diffuso la lista degli obiettivi da colpire: 8.318 persone in tutti i Paesi del globo, Italia compresa.

Ma non solo: i killer che hanno sgozzato un povero prete a Rouen si erano conosciuti quattro giorni prima dell’attacco.  Proprio su Telegram, Abdel-Malik Nabil Petitjean aveva diffuso un video in cui annunciava l’azione.

“Telegram non è pensato per produrre profitti, non venderà mai pubblicità e non accetterà mai investimenti esterni. Non è in vendita. Non stiamo costruendo un database ma un programma di messaggistica per le persone”

In tutto ciò bisogna ricordare la posizione di Pavel Durov, dissidente russo e fondatore di Telegram, che, seppur indirettamente, con la sua app fa un favore ai terroristi.

In un’intervista pubblica ha dichiarato: “Credo che la privacy è più importante delle nostre paure, come il terrorismo. Isis trova sempre un modo per comunicare, ma i jihadisti capiscono che possono essere bloccati e così passano a un altro sistema. Non penso siamo colpevoli. Penso di star facendo la cosa giusta: proteggere la nostra privacy”.

In un’intervista a Repubblica, disse:  “In tecnologia non esiste uno strumento per fare in modo che un software sia inviolabile a tutti eccetto che all’Fbi. Una volta violato è violato e si mettono a rischio milioni di persone. A noi è stato chiesto varie volte di fornire comunicazioni criptate di alcuni utenti di Telegram. Hanno anche detto che alcune formazioni di terroristi usano la nostra app”. Durov ha poi proseguito il suo ragionamento affermando: “Se si usa la funzione ‘chat segreta’, non possiamo farlo anche volendo. Non conserviamo traccia di quegli scambi. E in ogni caso le chiavi per decifrarli sono divise e conservate in nazioni differenti. Ogni richiesta in tal senso deve percorrere vie legali multiple in varie nazioni. Si finisce sempre in un nulla di fatto”.

Un nulla di fatto in cui, però, gli unici a godere sono i terroristi. Gli altri, invece, corrono solo rischi.

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