Con l’incremento generalizzato degli attacchi terroristici registrati negli ultimi mesi, il governo pachistano ha annunciato l’avvio di una campagna militare concentrata nella provincia del Belucistan, nel sud-ovest del paese. A renderlo noto è stato un comunicato dell’ufficio del primo ministro, Shehbaz Sharif, che ha specificato che i bersagli dell’operazione, supportata dalla Repubblica popolare cinese, saranno le organizzazioni separatiste beluci attive nel paese: l’Esercito di liberazione del Belucistan, il Fronte di liberazione beluci e il Baloch Raji Aajoi Sangar.
Il separatismo dei beluci
Lo scontro fra il separatismo beluci e il potere centrale di Islamabad ha radici storiche molto lontane, risalenti al secondo dopoguerra. Gli ultimi sviluppi del conflitto hanno avuto però una particolarità: il coinvolgimento indiretto della Cina. Larga parte degli ultimi attacchi condotti dalle formazioni indipendentiste ha avuto infatti come bersaglio deliberato, con espressa rivendicazione, lavoratori cinesi in Pakistan.
Il 6 ottobre scorso un attentato suicida con autobomba ha ucciso due ingegneri cinesi, mentre a marzo un attacco analogo aveva causato altre cinque vittime di nazionalità cinese. Nel 2022 invece, l’esercito di liberazione del Belucistan (Bla) aveva preso di mira l’istituto Confucio della città di Karachi con un attacco uccidendo, fra le altre vittime, il direttore. In totale negli ultimi cinque anni sono stati 21 i cittadini cinesi uccisi in Pakistan in quanto bersagli di attentati.
Il nodo Belucistan
Il Belucistan è la provincia meno popolosa e più estesa del Pakistan, e le sue rivendicazioni indipendentiste hanno una forte natura economica. Il territorio è ricco di risorse naturali ed in grado di fornire ben il 40% della produzione di gas nel paese e rimanere allo stesso tempo una delle aree più povere e meno sviluppate del paese. In questo contesto, l’aumento della penetrazione economica cinese è percepita come un elemento depauperante e di svendita delle ricchezze interne ad una potenza straniera imperialista.
Dopo aver espresso preoccupazione per la sicurezza dei propri cittadini e aver inviato nel paese un contingente composto da membri di diverse agenzie di governo, il 19 novembre il governo cinese ha annunciato, come riportato da VoaNews, l’invio di truppe regolari in Pakistan per lo svolgimento di un’esercitazione militare congiunta allo scopo di rafforzare la cooperazione antiterroristica. Il ministero della Difesa di Pechino ha puntualizzato Warrior VIII, così è denominata l’esercitazione, durerà dalla fine di novembre fino a metà dicembre chiamando in causa direttamente le truppe del Comando del teatro occidentale dell’Esercito popolare di liberazione cinese.
Nonostante la smentita del ministero degli Esteri pachistano, lo scenario che si delinea è quello di una gestione congiunta per la sicurezza dei cinesi in Pakistan, dopo diverse pressioni e forzature arrivate da Pechino. In un seminario tenutosi ad Islamabad pochi giorni dopo l’attentato del 6 ottobre, l’ambasciatore cinese locale Jiang Zaidong aveva definito “inaccettabile” il fatto che cittadini cinesi fossero stati oggetto di attacchi per due volte in soli sei mesi, mettendo in discussione le misure di sicurezza adottate dal governo locale per scoraggiarli.
Gli interessi di Pechino
L’elevata presenza di lavoratori cinesi in territorio pachistano non è una casualità e Pechino in Pakistan ha interessi molto più articolati rispetto alla mera difesa della sicurezza dei propri connazionali. L’enorme e ambizioso progetto economico e infrastrutturale voluto dalla Cina, noto come Belt and Road Initiative (BRI), ha uno dei propri fulcri nel corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), percepito dalle correnti indipendentiste del Belucistan come una minaccia straniera.
Negli ultimi anni Pechino ha investito 50 miliardi di euro nel CPEC, che è oggi uno dei segmenti fondamentali del progetto infrastrutturale ed economico della BRI, già messa a dura prova da recenti pressioni contrastanti e iniziative rivali come il corridoio economico India-Golfo-Ue promosso dall’amministrazione Biden nel 2023. Un aumento dell’instabilità e del sentimento anti-cinese in Pakistan non mina quindi solo le vite dei connazionali ma anche la crescita economica e la proiezione globale della Repubblica popolare cinese.

