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Aveva lavorato a lungo, sotto traccia e alla luce del sole, per rimettere al proprio posto tutte le tessere del puzzle. Il risultato sembrava eccellente, visto che altrettanto eccellenti erano i rapporti diplomatici tra la Cina da un lato e l’accoppiata Pakistan-Afghanistan dall’altro. Negli ultimi giorni le tensioni che hanno scosso Islamabad e i Talebani potrebbero però compromettere la pax sinica.

La prima scintilla si è materializzata il 16 marzo, quando un gruppo armato ha attaccato una postazione militare nel Nord Waziristan, un distretto nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, nel Pakistan nordoccidentale, vicino al confine con l’Afghanistan, utilizzando un veicolo carico di esplosivi e bombe suicide. Il raid ha ucciso sette membri delle forze di sicurezza pakistane. Islamabad non ha specificato chi ci fosse dietro l’attentato, anche se Jaish-e-Fursan-e-Muhammad ne ha rivendicato la responsabilità. Le autorità del Pakistan ritengono che questo gruppo attacchi il Paese attraversando il confine con l’Afghanistan, dove si trovano le sue basi. Anche Tehreek-i-Taliban Pakistan ha rivendicato l’accaduto alimentando sospetti e indiscrezioni non confermabili.

La seconda scintilla è comunque arrivata poco dopo. Il ministero degli Affari esteri pakistano ha descritto la risposta di Islamabad, concretizzatasi con una serie di attacchi aerei effettuati dai suoi militari nel corso di “operazioni antiterrorismo basate sull’intelligence nelle regioni di confine all’interno dell’Afghanistan”. La reazione del Pakistan ha preso di mira specificamente la fazione militante Hafiz Gul Bahadur, un affiliato di TTP. I talebani hanno tuttavia accusato Islamabad di aver ucciso 5 donne e 3 bambini nel corso dei citati bombardamenti. 

La Cina tra due fuochi

Negli ultimi due anni, il Pakistan “ha ripetutamente espresso le sue serie preoccupazioni” al governo ad interim afghano “per la presenza di gruppi terroristici, incluso il TTP, in Afghanistan”, ha tuonato il ministero degli Esteri pakistano. “Questi terroristi rappresentano una grave minaccia per la sicurezza del Pakistan e hanno costantemente utilizzato il territorio afghano per lanciare attacchi terroristici all’interno del territorio pakistano”, ha aggiunto lo stesso dicastero.

Il punto è che le forze armate di Islamabad hanno affermato che la recente ondata di terrorismo nel Paese “ha il pieno sostegno e assistenza dell’Afghanistan”. Il governo ad interim afghano “non sta solo armando i terroristi ma anche fornendo un rifugio sicuro ad altre organizzazioni terroristiche oltre ad essere coinvolto negli episodi di terrorismo in Pakistan”, hanno detto i militari.

Un’accusa pesantissima rivolta contro il governo talebano, lo stesso che circa un anno fa è stato riconosciuto dalla Cina e che, proprio con Pechino, ha stipulato accordi dorati. Lo scorso 5 gennaio il gruppo islamico ha tenuto una cerimonia televisiva per annunciare la firma del suo primo, storico, accordo internazionale sull’estrazione di risorse energetiche da quando è salito al potere nell’agosto 2021. Si tratta di un contratto stipulato con una società cinese per lo sfruttamento delle riserve petrolifere dal bacino dell’Amu Darya, nel nord del Paese, per la precisione tra la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co. (CAPEIC) e il governo dei talebani.

L’intesa è stata raggiunta a Kabul alla presenza del vice primo ministro talebano per gli affari economici, Mullah Abdul Ghani Baradar, e dell’ambasciatore cinese in Afghanistan, Wang Yu. In base all’accordo, che ha una durata temporale di 25 anni, CAPEIC investirà 150 milioni di dollari all’anno in Afghanistan, aumentando a 540 milioni di dollari nei primi tre. Il progetto riguarda un’area di 4.500 chilometri quadrati che si estende su tre province nel nord dell’Afghanistan: Sar-e Pol, Jowzjan e Faryab. 

Un rebus da risolvere

Zabihullah Mujahid, portavoce del governo ad interim afghano, ha condannato gli attacchi pakistani definendoli “un’azione sconsiderata e una violazione del territorio afghano” e avvertendo che queste azioni potrebbero “portare a conseguenze che sfuggono al controllo del Pakistan”.

Il Pakistan è un altro alleato chiave della Cina in Asia, con il quale è in ballo da anni la costruzione del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CECP). Questo progetto infrastrutturale complessivamente dovrebbe costare a Pechino qualcosa come una sessantina di miliardi di dollari. Investimenti cinesi di vario tipo si sono concretizzati e saranno concretizzati in tutto il territorio pakistano nei prossimi anni, tra autostrade, centrali energetiche, ferrovie e porti. L’obiettivo di Pechino è uno: creare un collegamento tra la città cinese di Kashgar, nello Xinjiang, e quella pakistana di Gwadar, dove è presente un porto che si affaccia sul Mar Arabico. Connettendosi fin qui, il governo cinese riuscirebbe, in un colpo solo, a ottenere, seppur indirettamente, uno sbocco marittimo e avere un’alternativa allo Stretto di Malacca.

A proposito di affari, l’Afghanistan ha recentemente dichiarato di voler investire 35 milioni di dollari nel porto iraniano di Chabahar. Non solo: ci sarebbero anche piani per costruire un grattacielo residenziale di 25 piani sempre a Chabahar, mentre nel porto locale dovrebbe prendere forma una zona economica speciale per l’Afghanistan che dovrebbe portare ad un aumento del volume degli scambi tra i due Paesi.

La decisione strategica dei talebani di eludere il Pakistan, investendo – anche con i soldi derivanti dagli investimenti cinesi – nel porto marittimo dell’Iran, rappresenta un passo importante verso l’obiettivo del governo afghano di diversificare le sue partnership commerciali ed economiche. Con buona pace per la Cina

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