In Asia il terrorismo islamico torna a far paura. Il ritiro dell’esercito americano dalla Siria settentrionale, l’operazione militare “Fonte di pace” della Turchia proprio in quella striscia di territorio e la lotta senza frontiera di Recep Tayyip Erdogan ai curdi rischiano di ridare nuova linfa ai jihadisti di mezzo mondo. Molti di loro sono infatti rinchiusi nelle carceri siriane, ma l’offensiva di Ankara potrebbe presto provocarne la liberazione. Come fa notare il South China Morning Post, un buon numero di terroristi legati all’Isis e arrestati al termine della guerra civile in Siria proviene da Indonesia e Malesia, due tra i Paesi asiatici che possono essere considerati tra i maggiori esportatori di jihadisti della regione. Il problema nasce dal fatto che i combattenti citati, fino a pochi giorni fa, erano sorvegliati dai ribelli curdi, gli stessi che Erdogan intende spazzare via. Adesso il pericolo è che i terroristi possano in qualche modo liberarsi e tornare a casa, portando così lo spauracchio dell’Isis nel cuore del continente asiatico.

Una situazione critica

Dei circa 12mila jihadisti detenuti in territorio siriano, quasi 2mila provengono da altri Paesi oltre a Iraq e Siria. L’avanzata turca potrebbe favorirne, direttamente o indirettamente la liberazione, e Malesia e Indonesia sono già in allarme. Già, perché il primo dei due Paesi citati conta 65 cittadini detenuti nel nord della Siria, mentre i funzionari dell’antiterrorismo parlano di “diverse centinaia” cittadini indonesiani. Molti di loro sono terroristi. I curdi hanno solo 400 uomini a difesa di questi prigionieri, e le bombe di Erdogan non agevolano affatto il loro duro lavoro di sorveglianza.

La seconda versione dell’Isis

Il capo della divisione antiterrorismo della polizia della Malesia, Ayob Khan Mydin Pitchay, ha espresso, senza troppi giri di parole, quali sono i rischi: “Esiste la possibilità che i terroristi possano fuggire e andare in un Paese terzo, o addirittura tornare in Malesia. Se torneranno qui è probabile che possano reclutare nuovi membri per lanciare nuovi attacchi”. Ayob ha rivelato sempre al South China Morning Post, che fin qui 11 malesi sono tornati a “casa”, e otto di loro sono stati accusati in tribunale e condannati per attività legate al terrorismo. “Gli ultimi combattimenti renderanno il rimpatrio dei nostri cittadini molto complicato – ha aggiunto il capo dell’antiterrorismo – Se qualcuno dovesse venire trovato coinvolto in attività terroristiche sarà subito accusato in tribunale”.

Due bombe a orologeria nel cuore dell’Asia

La volontà di neutralizzare la minaccia non manca, ma è altrettanto vero che è molto complicato rintracciare ogni presunto terrorista. Alcuni funzionari dell’antiterrorismo indonesiano hanno espresso tutta la loro preoccupazione: “Se queste persone dovessero tornare in Indonesia attraverso rotte illegali, sarebbe difficile rintracciarli. Una volta in patria avrebbero il tempo di rivitalizzare le reti terroristiche locali”.

Alcuni esperti hanno coniato un termine per indicare il ritorno del pericolo legato al terrorismo islamico: la cosiddetta seconda versione dell’Isis

Per renderci conto del pericolo rappresentato da Indonesia e Malesia, basta dare un’occhiata a un paio di dati. Jakarta deve fare i conti con una popolazione di circa 270 milioni di persone ed è il più popoloso Paese al mondo a maggioranza musulmana, con quasi 200 milioni di fedeli (circa l’87,2% degli abitanti complessivi). La Malesia ha una trentina di milioni di abitanti, oltre la metà dei quali musulmani.