La minaccia di Boko Haram torna a farsi sentire nelle regioni settentrionali della Nigeria, con l’ultimo attacco che ha portato alla morte di 30 civili, quasi tutti passeggeri di un’autobus di linea adibiti ai collegamenti interni del Paese. Sebbene l’azione non sia ancora stata rivendicata dalla compagine terroristica, il modus operandi con cui è stato portato avanti l’assalto è in chiaro stile jihadista africano ed effettuato a bordo di motociclette che hanno affiancato il veicolo vicino ad uno dei check point militari della regione.

La vicenda è stata riferita all’agenzia di stampa Reuters da alcuni testimoni oculati sopravvissuti all’attacco, che si è verificato nei pressi della città di Auno, nella notte tra domenica e lunedì, a meno di trenta chilometri di distanza dal capoluogo Maiduguri. Secondo sempre quanto riferito dai testimoni, i veicoli coinvolti dall’assalto sarebbero stati 18 ed un numero non meglio identificato di persone sarebbero state prese dagli jihadisti come ostaggi; nonostante tuttavia non siano ancora arrivate comunicati ufficiali a riguardo da parte delle forze dell’ordine nigeriane, che al momento ritengono le cifre “sovrastimate”.

Il dramma della regione di Borno

La Nigeria è uno di quei Paesi dove la piaga del jihadismo africano è maggiormente sentita, anche a causa dell’estrema instabilità dei territori settentrionali dello Stato e della conformazione dei territori che hanno reso la regione di difficile controllo. Le condizioni climatiche avverse ed il terreno desertico hanno favorito la nascita e soprattutto la copertura alle compagini jihadiste, che da quasi un decennio ormai agiscono indisturbate nel settentrione del Paese ed in particolare nella regione di Borno, dove è avvenuto l’ultimo attacco.

Il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari aveva disposto nelle scorse settimane un nuovo invio di contingenti nell’area per far fronte alla questione, particolarmente cara al politico anche in virtù dei suoi trascorsi famigliari. Tuttavia, nonostante il maggiore impegno tenuto dalle forze armate del Paese, la situazione sembra assai lontana dal poter rientrare; con una Nigeria sostanzialmente isolata nella lotta al jihad, a differenza delle ex-colonie francesi che negli ultimi anni hanno ricevuto aiuti più consistenti da parte di Parigi.

Nei prossimi mesi la Nigeria dovrebbe comunque aumentare nuovamente il proprio impegno, anche in virtù delle varie problematiche sorte nei territori ai quali adesso è tempo di porre rimedio, per non gettare il settentrione in una condizione economica e sociale irreversibile. Tuttavia, anche sotto questo aspetto i punti interrogativi rimangono molteplici, confermandosi una delle più grandi sfide – dopo le questioni legate al petrolifero Edo State – che dovrà affrontare il presidente Buhari nei prossimi anni.

Il pericolo umanitario

Come è già stato sottolineato da InsideOver, il dramma che sta vivendo la popolazione nigeriana stanziata nel Nord del Paese ha raggiunto livelli difficilmente sopportabili, anche a causa della durata estenuante del conflitto civile. Con gli stessi abitanti che si sono ritrovati come obbiettivi principali delle forze paramilitari jihadiste e con le carenti forniture dovute alle carovane di beni che subiscono attacchi da parte delle compagini terroristiche, la situazione è ormai fuori controllo: e ciò ha contribuito ad una forte emigrazione verso i Paesi limitrofi e – per alcuni – verso l’Europa, in cerca di fortuna e di stabilità.

In questo scenario, la povertà diffusa e la forte emigrazione sta popolando i territori, andando a distruggere la già  fragile economia delle regione sahariane della Nigeria; alimentando ulteriormente il fuggi fuggi di beni, merci e personali fondamentali per la ripresa dell’area in questione. In tutto questo, le compagini jihadiste e soprattutto gli affiliati a Boko Haram hanno giocato un ruolo chiave, contribuendo alla crisi che sta distruggendo la regione. E la possibilità che il dramma si estenda anche ai territori confinanti che si vedranno costretti a gestire il flusso di profughi dovrebbe mobilitare anche le istituzioni internazionali e non solo africane. Tuttavia e nonostante i numeri del fenomeno, l’interesse sembra spostato maggiormente agli avvenimenti dell’ex Sahel francese, più ricco di interventi esteri anche in quanto più ricco di interessi commerciali ed estrattivi.