Le autorità curdo-siriane hanno consegnato alla Norvegia cinque bambini orfani di miliziani dello Stato islamico. A rivelarlo a Kurdistan24 è stato il portavoce Kamal Akef aggiungendo che la consegna è avvenuta su richiesta delle autorità norvegesi. “La volontà è quella di allontanare i bambini da un’atmosfera estremista, di permettere loro di ritornare nel Paese di origine e di integrarsi nelle comunità locali”, ha dichiarato il portavoce curdo siriano.

Secondo i media norvegesi, tre dei cinque bambini sono nati su suolo norvegese mentre altri due sarebbero nati in Siria da genitori partiti dal paese scandinavo per arruolarsi nelle fila del Califfato nel 2015. La richiesta di affido dei cinque bambini è arrivata direttamente dal ministero degli Esteri norvegese che si sta impegnando anche per trovare una soluzione ad altri quaranta bambini con un legame diretto con Oslo.

La Norvegia non è l’unico Paese che ha rimpatriato bambini figli di miliziani dell’Isis. Uzbekistan, Kazakistan, Russia e Svezia si sono adoperati per ricevere in consegna gli orfani del Califfato. Proprio la Svezia ad inizio maggio aveva rimpatriato sette bambini nati in Svezia o in Siria ma da foreign fighters svedesi. Il Ministro degli esteri svedese Margot Wallström aveva dichiarato che il rimpatrio dei bambini con dei legami con la Svezia sarebbe stata una delle sue priorità.

Oltre al rimpatrio dei bambini, i Paesi nordici però devono affrontare un’altra emergenza ben più grave: il ritorno in patria di centinaia di foreign fighters. Sarebbero circa 300 i jihadisti partiti dalla Svezia e andati a combattere con le bandiere nere in Siria e Iraq. 150 di questi sarebbero già ritornati ma le autorità svedesi non si sono dimostrate ancora capaci di arrestarli e processarli. Secondo il sindaco della capitale Stoccolma Anna König Jerlmyr, solo 19 jihadisti sarebbero stati individuati grazie ad una nuova forma di collaborazione tra i servizi sociali e di intelligence svedesi.

Ma proprio la tranquilla Svezia rischia di essere una pentola a pressione. Come scriveva Gian Micalessin per InsideOver, per troppo tempo delle politiche buoniste hanno reso la Svezia una meta ideale per i foreign fighters di ritorno: nel 2017, l’allora ministro della cultura Alice Bah Kuhnke sosteneva che chi aveva combattuto nelle fila dell’Isis non doveva essere spedito in galera, ma doveva essere “reinserito nella società democratica”. Ecco perché ora la Svezia, forse accortasi dell’insostenibilità di politiche di integrazione per i jihadisti, sta cercando di istituire una Norimberga dell’Isis in Iraq. Un tribunale internazionale capace di tenere lontano dall’Europa i miliziani neri evitando così, per quanto possibile, il rischio di nuovi attacchi.