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Il 3 dicembre 2023, pochi giorni prima di Natale, un’improvvisa esplosione ha interrotto la messa cattolica che si stava svolgendo in una palestra dell’università statale di Mindanao, nella città di Marawi, nel sud delle Filippine. Alla funzione religiosa stavano partecipando decine e decine di persone, compresi numerosi studenti dell’istituto. Il primo bilancio parlava di quattro morti e 50 feriti. Nessun dubbio per le autorità: era appena avvenuto un attentato terroristico. E infatti, nel giro di poche ore, sarebbe arrivata la rivendicazione dello Stato Islamico.

In India, la National Investigation Agency (NIA), ovvero l’organizzazione antiterrorismo d’élite nazionale, in tutto il 2023 ha arrestato oltre 180 persone per coinvolgimento in casi di terrorismo jihadista, 65 delle quali specificamente associate all’IS, come parte di una strategia più ampia volta a interrompere l’influenza dello Stato Islamico all’interno del Paese. Soltanto a dicembre, la NIA ha condotto raid diffusi arrestando decine di individui e sequestrando armi, esplosivi e materiale di propaganda.

In Indonesia, nel più grande Paese musulmano al mondo, con circa 203 milioni di fedeli (quasi l’88% della popolazione complessiva), a ridosso delle elezioni presidenziali dello scorso dicembre, le forze dell’antiterrorismo hanno arrestato 59 militanti legati alle organizzazioni terroristiche al-Qaeda e Stato islamico, e sequestrato armi, materiale di propaganda e prodotti chimici per fabbricare bombe artigianali.

Il 6 luglio, in Germania e nei Paesi Bassi la polizia ha arrestato nove cittadini provenienti dall’Asia centrale. Cinque cittadini tagiki, un kirghiso e un turkmeno sono stati fermati nello Stato federale tedesco del Nord Reno-Westfalia con l’accusa di aver creato e partecipato a un’organizzazione terroristica locale e di aver sostenuto lo Stato islamico. Una coppia – il marito tagico e la moglie kirghisa – è invece stata arrestata tra Eindhoven e Breda. Entrambi sono stati sospettati di aver pianificato attacchi terroristici, e l’uomo di appartenere all’Isis. Infine, nei giorni scorsi, un gruppo armato ha colpito una postazione militare nel Nord Waziristan, un distretto nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, nel Pakistan nordoccidentale, vicino al confine con l’Afghanistan. Il raid è stato rivendicato da Tehreek-i-Taliban Pakistan, gruppo terroristico pakistano alleato con lo Stato Islamico.

Cos’hanno in comune queste notizie? L’Asia. O perché da qui provenivano i terroristi o perché qui sono avvenuti gli attentati. Detto altrimenti, mentre l’Occidente focalizzava la propria attenzione sulla guerra in Ucraina, sulla minaccia russa, sulle mosse della Cina a Taiwan e sul Medio Oriente – pensando che il terrorismo islamico fosse ormai un lontano ricordo, riabilitato sporadicamente da qualche lupo solitario – nel continente asiatico l’ombra di quello stesso terrorismo non ha mai smesso di preoccupare i governi locali. Il tumulto che ha scosso il cortile di casa di Pechino era una sbiadita anticipazione della strage che, di lì a poco, avrebbe colpito Mosca.

L’ultimo epicentro del terrorismo islamico

Dimenticatevi i Balcani e l’Africa. Oggi uno dei terreni più fertili per il terrorismo islamico coincide con il continente asiatico. Non è un caso che gli uomini che hanno scosso – o meglio colpito – la Russia provenissero da qui. D’altronde, basta mettere insieme i pezzi asiatici del puzzle per ottenere un mosaico raffigurante quella stessa minaccia considerata ormai morta e sepolta: l’ombra dell’Isis, declinato come Isis-K o col nome di uno dei tanti gruppi affiliati. Ma chi sono i “nuovi terroristi” finiti sotto i riflettori? Fanno parte di una galassia di sigle, cellule, movimenti e organizzazioni connesse in fitte reti interstatali. Quasi tutte transitanti dall’Asia.

In India, ad esempio, è stata smantellata una cellula dell’IS nel Maharashtra, nell’area Padgha-Borivali della città di Thane. Questo gruppo era guidato da tale Saqib Nachan, che aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico e dichiarato Padgha una “zona liberata” chiamandola “al-Sham”, in un chiaro riferimento al Levante. Nachan e il suo gruppo stavano poi reclutando giovani musulmani vulnerabili per condurre una guerra contro l’India. Quasi in contemporanea, gli agenti di Delhi hanno smantellato una seconda cellula ispirata all’IS chiamata IS in Ballari (denominazione che indica l’area del Karnataka dalla quale provenivano il leader Muhammed Sulaiman e la maggior parte dei membri dell’organizzazione).

In Indonesia, invece, i riflettori sono puntati sul gruppo Jamaah Ansharut Daulah (JAD), legato all’Isis e attivo nel pianificare un attacco in vista delle elezioni presidenziali dello scorso febbraio, e su Jemaah Islamiyah, che si rifà ad Al-Qaeda. Nelle Filippine operano altri attori, tra cui Daulah Islamiyah-Maute, un movimento islamista paramilitare terroristico fondato nel 2013 dai fratelli Abdullah e Omar Maute, con base nella regione di Mindanao, e fedele allo Stato Islamico. Ricordiamo che nel 2017 questa regione è stata teatro di una battaglia di cinque mesi combattuta tra le forze governative e i militanti locali legati all’IS.

Persino la Cina è tornata a parlare di terrorismo islamico. A febbraio, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, avvertiva nel corso di una conferenza stampa che il Movimento Islamico del Turkistan Orientale (ETIM), un’organizzazione terroristica che ha pianificato e realizzato una serie di violenti attacchi terroristici sia all’interno che all’esterno del Paese, stava aumentando i suoi collegamenti con forze terroristiche internazionali e regionali come lo Stato Islamico e al-Qaeda. L’alto funzionario cinese aveva quindi sottolineato come la lotta all’ETIM fosse la principale preoccupazione di Pechino nel contrasto al terrorismo. Un campanello d’allarme evidentemente non ascoltato.

Perché l’Asia?

“L’Isis-K ha aumentato gli attacchi nella regione e desidera esportare tali attacchi oltre l’Afghanistan per includere la patria degli Stati Uniti e i nostri interessi all’estero”, dichiarava nel marzo 2023 il generale Michael Kurilla, capo del comando centrale degli Stati Uniti, davanti al Comitato delle forze armate del Senato. Lo stesso Kurilla era convinto che il gruppo potesse avere la capacità di condurre “un’operazione esterna contro interessi statunitensi o occidentali all’estero in meno di sei mesi, con poco o nessun preavviso”. In realtà i terroristi avrebbero sì condotto attentati, ma non in Occidente quanto in Asia.

Dalla presa del controllo dell’Afghanistan da parte dei talebani nell’agosto 2021, l’Isis-K ha centralizzato il suo apparato di propaganda e aumentato la sua produzione mediatica, includendo una vasta gamma di contenuti audio e video che criticavano e minacciano vari Paesi. Il gruppo ha quindi iniziato a pubblicare articoli dettagliati sulla guerra in Ucraina, esteso il suo sostegno alle minoranze musulmane in Russia e Ucraina e si è persino concentrato sulle crescenti tensioni tra Washington e Pechino su Taiwan. I suoi membri hanno anche condotto attacchi transfrontalieri in Uzbekistan e Tagikistan, colpito le ambasciate russe e pakistane in Afghanistan e lanciato un assalto a un hotel di Kabul con l’intento dichiarato di uccidere cittadini cinesi.

La recrudescenza del terrorismo islamico in Asia degli ultimi mesi non è stato casuale. È cresciuta di pari passo con l’aumento delle tensioni in Medio Oriente. Il conflitto tra Hamas e Israele ha offerto alle organizzazioni terroristiche regionali un argomento sensibile per arruolare nuovi membri e tornare sotto la luce dei riflettori. Poco importa che i gruppi affiliati di al-Qaeda sostengono Hamas mentre lo Stato Islamico supporta solo il popolo palestinese: l’occasione era ed è troppo ghiotta per non essere sfruttata. E così è stato.

L’Isis-K, anziché arruolare simpatizzanti europei, ha preferito attingere a piene mani dal citato gruppo ribelle pakistano Tehreek-e-Taliban Pakistan, dall’indebolita al-Qaeda in Afghanistan e Pakistan, nonché dai talebani afghani post Mullah Omar. Ha inoltre guardato ad una minoranza settaria cruciale di salafiti nell’Afghanistan orientale e ha fatto tesoro delle loro reti rurali per ottenere il controllo territoriale nelle province di Nangarhar e Kunar. Ha infine guardato all’Asia centrale dove è presente un humus ideale per coltivare simpatizzanti e guerriglieri.

Anche perché da qui, tra il 2011 e il 2017, circa 5.000 persone si erano recate in Siria e Iraq per unirsi all’Isis e ad altre organizzazioni jihadiste. Questi combattenti hanno quindi iniziato a lasciare i ranghi dell’Isis in seguito alle sconfitte del gruppo sul campo. Alcuni sono tornati in Asia centrale, altri hanno optato per altre aree instabili come l’Afghanistan. La maggior parte di loro ha però preferito fuggire in Paesi dove sarebbero rimasti al sicuro dai procedimenti giudiziari e in attesa di nuove opportunità. L’Ucraina era una delle mete preferite.

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