Le violenze e gli attacchi che ormai da tempo stanno colpendo la regione del Sahel, una delle più povere del mondo e afflitta dal fenomeno dal terrorismo di matrice radicale islamica, non accennano a fermarsi. Almeno trentasette impiegati locali della compagnia canadese Semafo, che si occupa dell’estrazione dell’oro, sono stati uccisi in un attentato che ha avuto luogo mercoledì a 40 chilometri da Boungou, nella regione orientale del Burkina Faso. I civili viaggiavano su un convoglio composto da cinque bus e scortato da una pattuglia delle forze di sicurezza di Ouagadougou ma, evidentemente, ciò non è bastato a fermare gli assalitori. L‘attentato, che ha provocato anche circa sessanta feriti, è il più grave ad aver colpito il Burkina Faso negli ultimi cinque anni ed il bilancio è, probabilmente, destinato a salire. La compagnia mineraria aveva già subito altri due attacchi negli ultimi quindici mesi ed è ormai uno degli obiettivi dei jihadisti. Per questo motivo la Semafo aveva deciso di rinforzare le scorte degli impiegati civili locali e di trasportare gli stranieri in elicottero direttamente verso le miniere.

Scia di sangue

La particolare conformazione territoriale dell’area del Sahel, che consta in grandi spazi desertici ed aree remote poco controllabili dalle forze di sicurezza locali, favorisce il proliferare delle attività dei jihadisti. Il violento assalto avvenuto nei pressi di Boungou, ad esempio, è avvenuto in una zona priva di copertura della rete mobile. Secondo quanto riferito da alcune fonti il veicolo militare, che guidava il convoglio, è stato inizialmente colpito da un ordigno esplosivo nascosto ed in seguito ignoti assalitori hanno cominciato a sparare tanto contro l’esercito quanto contro i civili.

Il Burkina Faso è ormai coinvolto nelle violenze che affliggono il Sahel e che avevano avuto inizio, ormai nel 2012, nel vicino Mali: in quella nazione, infatti, gruppi legati ad Al Quaeda avevano assunto il controllo della regione settentrionale del Paese ed erano sul punto di sconfiggere il governo locale. Solamente l’intervento della Francia, ex potenza coloniale dell’area, con l’Operation Serval, nel 2013, era riuscito ad evitare il peggio. Il supporto continuato di Parigi ed una serie di iniziative locali, come la formazione della forza antiterrorismo G5 Sahel, a cui prendono parte Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad, non sono però riuscite a risolvere alla radice il problema del radicalismo islamico che si è in realtà esteso da Bamako verso gli Stati vicini.

Le prospettive

Almeno 500 persone hanno perso la vita in Burkina Faso, a causa di attentati terroristici, dal 2015 ad oggi. Mezzo milione, invece, sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Nel Paese operano tre entità jihadiste: il Gruppo di Supporto per l’Islam ed i Musulmani (vicino ad Al-Quaeda), lo Stato Islamico nel Grande Sahara ed Ansarul al-Islam. Gli attentati, come quello avvenuto mercoledì, spesso non vengono rivendicati e diventa difficile attribuirli ad un gruppo specifico. Anche le forze di sicurezza locali e i gruppi di auto-difesa sono stati accusati di violenze ed abusi dei diritti umani. Le prospettive per la regione del Sahel non sono affatto buone e la spirale di violenza, che sta colpendo la zona, non accenna a fermarsi. L’approccio militare, probabilmente, non riesce ad avere effetti decisivi sul contenimento degli attacchi e la strategia dovrebbe probabilmente includere anche forme di sostegno economico all’impoverita popolazione locale e programmi di scolarizzazione accelerata per consentire ai più giovani di provare a costruirsi un futuro.