La War on Terror è ancora qui: la strategia antiterrorismo di Donald Trump pubblicata dalla Casa Bianca ha un retrogusto di primi Anni Duemila, dell’epoca post-11 settembre 200. Sono passati 25 anni dagli attacchi alle Torri Gemelle ma l’attuale amministrazione, il cui interventismo rivaleggia fino anche a superarlo con quello di George W. Bush, recupera lessico, prassi e pensieri di un mondo che si riteneva passato. Trump si considera la nemesi della classe politica Usa tradizionale, ma nell’era dell’America First la National Counterterrorism Strategy recupera una duplice prassi della guerra al terrore degli architetti neoconservatori dell’interventismo Usa: da un lato, l’identificazione di un perimetro di nemici e minacce vasto e in continua espansione; dall’altro, la rivendicazione di ogni mezzo utilizzato, ivi compresi quelli cinetici e preventivi, per contrastare e reprimere tali minacce, i cui confini non sono mai veramente tracciati.
Ad esempio, sul primo fronte è interessante notare come la National Counterterrorism Strategy identifichi tre tipologie di minacce come equivalenti e ritenute maggioritarie: ciò che resta del terrorismo islamista si somma al “narcoterrorismo” e alle gang transnazionali e, fatto curioso, all’estremismo violento di estrema sinistra, inclusi anarchici e Antifa, ritenuti un pericolo sistemico. Questo racconta molto della rilettura, sicuramente più ideologica e brutale, della dialettica post-2001, in cui ai nemici esterni si sommava la caccia a quelli interni, ben dimostrata dall’ampliamento delle misure repressive e di analisi preventiva delle minacce, come il Patriot Act e le campagne di sorveglianza di massa della National Security Agency.
Antiterrorismo e sicurezza emisferica
Sul secondo, la guerra al terrorismo dell’era Trump è vista come un’operazione da condurre senza confini e limiti. Nella dichiarazione di Trump la scelta di catturare Nicolas Maduro in Venezuela, le due guerre all’Iran di giugno 2025 e febbraio-aprile 2026, la designazione della Fratellanza Musulmana a organizzazione terroristica, i bombardamenti nel Golfo del Messico contro i presunti narco-terroristi, ma anche il cessate il fuoco a Gaza che dovrebbe, secondo la Casa Bianca, prevenire la trasformazione della Striscia in un enclave terroristica sono tutti parti della stessa strategia di contrasto a azioni malevole contro gli Usa. Se in passato era il Medio Oriente il teatro delle “guerre infinite”, ora l’America intende riportare l’interventismo vicino ai confini di casa. La Nct riprende quanto emerso nella National Security Strategy e nella National Defense Strategy della nuova amministrazione in materia di “sicurezza emisferica”, indicando nelle Americhe la priorità militare e operativa.
“Il Presidente ha autorizzato decine di attacchi da parte del Dipartimento della Guerra contro le imbarcazioni dei cartelli dedite al traffico di droga, con conseguente riduzione di oltre il 90% del contrabbando di droga via mare verso gli Stati Uniti”, rivendica la Nct, sottolineando che la guerra al terrore combatte un’alleanza sistemica tra nemici degli Usa: “L’integrazione degli sforzi anti-cartello e antiterrorismo consente agli Stati Uniti di interrompere le reti condivise, i finanziamenti e le rotte logistiche utilizzate sia dai narcotrafficanti designati che dai terroristi islamici“. Come la guerra in Iraq fu (falsamente) giustificata anche dai report su presunti aiuti di Saddam Hussein ad al-Qaeda, così oggi i rapporti tra jihadisti e gang sono utilizzati come leva per colpire le minacce terroristiche fuori dagli States.
Il Terrore, nemico perfetto
La guerra, nota la strategia, si combatte su più fronti: ordine militare, ordine poliziesco, ordine finanziario. “Continueremo le nostre campagne militari e di polizia contro tutti i cartelli e le bande criminali designati come organizzazioni terroristiche dal Presidente e allo stesso tempo, continueremo a colpire le loro finanze e le linee di approvvigionamento dei precursori per paralizzare i loro mezzi di produzione e il movimento dei profitti”, si legge nel documento.
Il “Terrore” torna, dunque, il nemico per antonomasia e il mezzo attraverso cui giustificare le azioni operative degli Usa. La designazione di una struttura come terroristica ne rende legittima la potenziale eradicazione con mezzi militari. L’Iran? Spesso è stato apostrofato come Terror Regime prima e dopo la guerra. Cuba? Rientra nella lista degli “Stati sponsor del terrorismo”, per presunti legami coi cartelli sudamericani, in nome della lotta ai quali Washington sta riscoprendo un’assertiva muscolarità in America Latina. En passant, chi non è più un terrorista è Ahmad al-Sharaa, presidente della Siria già transitato per Al Qaeda e ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca nel 2025. Il terrorismo come nemico perfetto, per identificare come nemici non solo dell’America ma dell’intero genere umano i suoi esponenti e portavoce: Trump, pur distaccandosene a parole, recupera il meglio del lessico interventista dei primi Anni Duemila. E nella prassi spesso ricalca l’interventismo americano di ieri. America First come dettame d’azione: si troverà sempre un “terrorista” con cui giustificare nuove operazioni, del resto.
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