Le maggiori compagnie commerciali del mondo sembrano essere decise a non voler rischiare i loro mercantili nel Mar Rosso caduto sotto il tiro dei ribelli Houthi dello Yemen.

Così, mentre le navi da guerra della Task Force combinata incrociano tra il golfo di Aden e lo stretto di Bab el-Mandeb, quella vecchia rotta che doppiando Capo di Buona Speranza conduceva dall’Oriente all’Occidente, costringe le navi porta-container e le petroliere a circumnavigare l’Africa meridionale per accedere al Mediterraneo o raggiungere i porti del Nord d’Europa senza passare per il Canale di Suez: rallentando e in certi casi addirittura interrompendo parte del commercio globale.

Gli attacchi dei di droni e missili balistici contro le navi commerciali e militari hanno indotto Maersk, la più grande compagnia di navigazione del mondo, la Hapag-Lloy, la Msc e il colosso petrolifero Bpd a ordinare di “sospendere” ogni viaggio attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb nel Mar Rosso “fino a nuovo avviso”. Lo stesso hanno fatto le principali compagnie di navigazione cinesi, Cosco, Oocl ed Evergreen Marine hanno deciso di “sospendere il trasporto merci sulla rotta del Mar Rosso“.

Sono oltre 100 le navi che secondo quanto riportato dalle compagnie di navigazione Kuehne e Nagel hanno già cambiato rotta, pronte a doppiare la punta più a sud del Continente africano. Un dirottamento che le porterà ad affrontare 6mila miglia nautiche di viaggio in più, oltre a quelle considerate dalle normali rotte, maggiorando i costi di navigazione e ritardando l’arrivo di ogni carico fino a quattro settimane.

È importante ricordare come una ingente quantità di forniture energetiche dirette in Europa, compreso petrolio e gasolio, passi proprio attraverso queste rotte, sopratutto ora che le sanzioni alla Russia hanno interrotto le vecchie linee di approvvigionamento. Portando con se un naturale innalzamento del prezzo del petrolio e l’aumento esponenziale dei premi assicurativi delle compagnie di navigazione.

Secondo gli esperti di logistica marittima delle compagnie di navigazione Kuehne e Nagel: “Si prevede che il tempo prolungato trascorso in acqua assorbirà il 20% della capacità della flotta globale, portando a potenziali ritardi nella disponibilità delle risorse di spedizione. Inoltre, è probabile che i ritardi nella restituzione delle attrezzature vuote in Asia costituiscano sfide, incidendo ulteriormente sull’affidabilità complessiva delle catene di approvvigionamento”.

Flotte schierate a difesa: tra guerra e deterrenza

“Stiamo sicuramente cercando di agire“, spiegano dal Pentagono mentre dozzine di navi da guerra, compresi lo Strike Group della portaerei statunitense Uss Gerald Ford – inviata come “garante” dello Stato Ebraico dopo l’escalation del conflitto a Gaza – incrociano nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nel Golfo Persico, insieme a cacciatorpediniere, fregate, portaelicotteri, sottomarini e varie unità di supporto francesi, inglesi, e di tutte le nazione che hanno risposto affermativamente per dare il loro apporto alla Combined Task Force 153 per entrare a fare parte o sostenere l’operazione Prosperity Guardian atta a garantire la sicurezza delle rotte commerciali che conducono al Canale di Suez. “Questo è un problema internazionale che richiede una soluzione internazionale”, sottolineano al Pentagono.

Intanto, i droni kamikaze dei ribelli yemeniti che con il sostegno dell’Iran – sebbene Teheran si dichiari distante dai fatti – vorrebbero “colpire” le navi dirette in Israele o di proprietà di compagnie israeliane per appoggiare la lotta terroristica che Hamas sta continuando a sostenere nella Striscia di Gaza, devastata dall’operazione terrestre lanciata dagli israeliani, continuano ad essere abbattuti di sistemi di difesa delle navi da guerra della Us Navy e della Royal Navy come la Uss Carney e la Hms Diamond.

L’incognita dei “Armed-Non-State Actors”

La sfida lanciata dai ribelli Houti – miliziani di una falange sciita minoritaria dello Yemen del nord, noti come Ansar Hallah e convinti della venuta di un nuovo Imam che guidandoli nel Jihad condurrà l’Islam alla vittoria – al pari della sfida lanciata da Hamas, e dall’incombere dell’apertura di un secondo fronte che prevederebbe l’entrare in campo di Hezbollah con lo spettro di una nuova crisi in Libano, porta nuovamente l’attenzione sulle entità non statali armate e organizzazioni paramilitare radicalizzate: rappresentanti principali di potenziali conflitti asimmetrici che possono incidere pesantemente sulle dinamiche e equilibri globali; complicando o peggio “innescando” conflitti in aree strategiche già sottoposte a tensioni interne ed esterne.

Avviando processi di escalation o rallentando/complicando processi di de-escalation in regioni già sottoposte e “frammentazione geopolitica” e “polarizzazioni regionali che hanno definitivamente condotto alla piena consapevolezza dell’anarchia delle relazioni internazionali”, che come ben scrive G. Lanzara, sono oramai “fenomeno politico da laboratorio” pronte a ripercuotersi sull’intero assetto globale.

Il fatto che Houthi dello Yemen stiano acquisendo da anni armi “tattiche” fino ad essere arrivati a rappresentare una reale minaccia per una delle rotte marittime più importanti sensibili del mondo, quella che conduce a Suez appunto, dovrebbe richiamare l’attenzione sul celebre paragone di un “Davide contro Golia” che si spende da anni nel conflitto israelo-palestinese, e invece proprio nello  stretto strategico di Bab el Mandeb può trovare la sua rappresentazione: con loatering munition al posto della famigerata fionda, e super-portaerei a propulsione nucleare come asset di un Golia che, per nostra fortuna, sa ancora come inibire con il sistema Aegis ogni colpo del piccolo e caparbio avversario. Ma questo potrebbe non durare all’infinito.