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Nella notte tra domenica e lunedì, un commando del Tzhal, le forze di difesa israeliane, ha liberato due degli ostaggi detenuti da Hamas in un appartamento nella periferia di Rafah, ultima città della Striscia di Gaza che potrebbe essere investita dall’operazione terrestre lanciata come reazione alla strage dei kibbutz del 7 ottobre, l’operazione Sword of Irons. Come è noto l’obiettivo è sempre stato quello di “eliminare” l’intera capacità militare dell’organizzazione estremista palestinese Hamas, in assenza della liberazione degli ostaggi che sono costretti in stato di prigionia da 129 giorni e condividono gli stessi rischi dei loro carcerieri. Compresa la morte sotto le bombe sganciate dalla cacciabombardieri israeliani.

Il secondo blitz dall’inizio della guerra

Questa delicata operazione militare, il secondo raid notturno mirato a liberare ostaggi localizzati dall’intelligence militare israeliana di cui è giunta notizia, ha suscitato “entusiasmo” in Israele, dove le famiglie di altre 100 persone rapite durante il blitz terroristico di Hamas, attendono dal governo di Tel Aviv la risolutezza che Israele ha “esibito” in passato: quando si è trovata di fronte al rapimento di cittadini israeliani che sono sempre stati l’obiettivo prediletto dal terrorismo arabo, e allo stesso tempo il simbolo dello spirito di unità e fratellanza che anima il piccolo stato di Israele, il quale attribuisce “ad ogni singola vita l’esplicita promessa di non lasciare mai indietro nessuno nemico”. Un retaggio che nasce nei tempi del post-Olocausto, e si è tramutato in una sorta di “contratto non scritto” tra la Knesset e il popolo, strettamente connesso all’Amidah, la preghiera recitata tre volte al giorno dagli ebrei praticanti che rivolgendosi a dio invoca la “liberazione i prigionieri”.

Lo Stato ebraico ha alle sue spalle una lunga storia di negoziati per la liberazione di ostaggi – usati dai gruppi armati palestinesi come arma di ricatto e oggetto di contrattazione per raggiungere obiettivi che non potevano essere conseguiti con la forza – fin dai tempi della “Nakba” del 1948, l’esodo forzato della popolazione araba palestinese – che si è verificato al termine del mandato britannico e durante la prima guerra arabo-israeliana che contrastava la creazione e la stabilizzazione dello Stato di Israele.

La lunga storia degli “ostaggi” israeliani

Questa storia, costellata di audaci operazioni militari che hanno portato alla liberazione di centinaia di civili non senza il sacrificio o lo spargimento di sangue, ha inizio dopo il terribile massacro di Monaco, considerato dal mondo e dalla storia uno dei più atroci incidenti che hanno coinvolto degli ostaggi, e avvenuto durante i Giochi Olimpici di Monaco del 1972.

Il sequestro venne allora condotto da otto membri di Settembre Nero, gruppo terroristico palestinese fondato nel 1970 che aveva preso il nome dalla repressione ordinata da re Husayn di Giordania dopo una serie di attentati operati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (più nota con l’acronimo di Olp). Il commando terroristico fece irruzione nel villaggio olimpico prima dell’alba del 5 settembre per prendere in ostaggio la squadra olimpica israeliana e usarla come pressione per il rilascio di 234 prigionieri palestinesi e alcuni di membri del gruppo terroristico tedesco di ideologia marxista-leninista Red Army Fraktion (Raf). I sequestratori, che durante l’irruzione avevano già ucciso due atleti israeliani e uno tedesco, avevano richiesto un aereo per trasportare gli ostaggi in un paese arabo. Le autorità tedesche e quelle israeliane, si dimostrarono pronte a “collaborare” fornendo i veicoli per portare terroristi e ostaggi in una base aerea della Nato dove li avrebbero attesi gli elicotteri per raggiungere un Boeing 727 della Lufthansa diretto al Cairo. Ma l’intero negoziato si fondava sul piano che mirava all’eliminazione dei terroristi una volta saliti a bordo dell’aereo da parte di agenti del Mossad e delle forze d’intervento rapido travestiti da personale della Lufthansa. Il tentativo fallì e persero la vita i nove ostaggi e cinque degli otto terroristi. In risposta alla strage di Monaco il governo israeliano presieduto da Golda Meyer lanciò un’offensiva militare sulle basi dell’Olp in Siria e Libano, come prima fase della più ampia operazione “Ira di dio“.

Diverso fu l’esito dell’Operazione Isotope conclusa nel maggio del 1972 con il raid di un commando israeliano che eliminò tutti i dirottatori del volo Sebena 571, sempre appartenenti a Settembre Nero, e quello dell’Operazione Entebbe: la famosa operazione di liberazione di ostaggi condotta dalla Sarayet Matkal all’inizio del luglio 1976.

L’obiettivo era quello di liberare gli ostaggi di religione ebraica e cittadinanza israeliana sequestrati da membri del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) e da alcuni militanti estremisti tedeschi dopo il dirottamente del volo Air France 139 diretto da Tel Aviv a Parigi. Dopo aver liberato 148 prigionieri, tenendo in un terminal in disuso dell’aeroporto ugandese solo i 100 ostaggi israeliani come merce di scambio, i sequestratori chiesero la liberazione di 53 prigionieri palestinesi detenuti in Israele, Francia e Svizzera.

In quell’occasione il Mossad e il commando delle forze speciali israeliane decisero di sferrare un raid notturno su vasta scala che portò al salvataggio di 101 ostaggi pagando come prezzo il sacrificio del comandante dell’operazione, il tenente colonnello Yoni Netanyahu (fratello dell’attuale premier israeliano), e la vita di tre ostaggi: due uccisi dal fuoco amico e uno assassinato mentre era in fin di vita all’ospedale di Kampala.

Degna di nota sarà anche l’operazione di salvataggio degli ostaggi del Kibbutz Misgav Ham condotta con successo dalla Sayeret Golani nel 1980, considerata dalle unità specializzate nel “Counter Terror” una pietra miliare nella storia della “tattica” in operazioni anti-terrorismo e una risposta al fallimento della missione condotta dalla Matkal nel tentativo di evitare il massacro di Ma’alot. Nel maggio 1974 tre terroristi palestinesi irruppero in una scuola per sequestrare insegnanti e studenti; durante il raid per la loro liberazione moriranno 21 bambini e quattro adulti e verranno eliminati i tre attentatori. Anche in quel caso due ostaggi morirono a causa del fuoco amico.

La concezione “diversa” di Israele

Nel corso del lungo e sanguinoso conflitto arabo-israeliano i gruppi armati palestinesi che nei decenni hanno agito sotto diverse sigle terroristiche per una “lotta comune”, hanno catturato civili e militari israeliani e sequestrato o peggio ucciso cittadini di religione ebraica perpetrando la strada del terrore – tutti ricordiamo l’omicidio di Leon Klinghoffer durante il sequestro della nave da crociera italiana Achille Lauro – cercando una posizione di forza per negoziare lo scambio di prigionieri o fare in modo che le proprie richieste venissero esaudite incondizionatamente.

Israele, a differenza dei suoi principali alleati occidentali (che pure si sono distinti in operazioni di salvataggio di ostaggi, ricordiamo il Sas britannico nell’Operazione Nimrod, ndr) ha una visione diversa quando si tratta di “collaborare e negoziare” con organizzazioni terroristiche come lo è Hamas. Ma sembra aver cambiato approccio e metodo di agire, dopo aver accumulato tanti successi quanti fallimenti, nelle reazione che hanno previsto raid delle forze speciali, i Sayaret e Shayetet 13, quando le richieste della controparte non erano ritenute accettabili. Complice anche la complessità di un’operazione di liberazione che secondo le informazioni dell’intelligence avrebbe dovuto “colpire” un gran numero di nascondigli sotterranei sparsi per tutto il territorio di Gaza.

Nella attuale crisi degli ostaggi attuale, al centro di un intricato negoziato che vede nella parte di mediatori i servizi segreti di Stati Uniti, Egitto e Qatar, Hamas ha portato avanti le trattative esigendo il rilascio di 6.000 prigionieri palestinesi, tutti detenuti nelle carceri israeliane, in cambio di 240 ostaggi sequestrati dai terroristi nell’assaltato ai kibbutz e al rave party organizzato a Reim, al confine con la Striscia. Durante l’assalto sono state uccise indiscriminatamente oltre 1.200 persone, tra israeliani e cittadini di altre nazionalità. Ragione per cui in Israele c’è una dura lotta interna tra coloro che auspicano la liberazione degli ostaggi “assecondando” le richieste di Hamas – qualunque esse siano – e chi invece continua a gridare alla “vendetta” mentre prega, tre volte al giorno, per la “liberazione dei prigionieri”. Avvenga per mano di dio, dei negoziati, o degli incursori del Tzhal.

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