Continuano a rincorrersi le voci sul destino di Boko Haram ma soprattutto si affollano gli interrogativi e le interpretazioni sull’ultimo video di quello che è stato sino ad oggi il leader indiscusso della setta jihadista.Ieri infatti Abubakar Shekau è comparso di nuovo in pubblico con un messaggio inaspettato e a tratti incomprensibile. Il leader ribelle, l’islamista fiero che puntava la lama del suo pugnale contro l’occidente, l’uomo che sposava la causa del Daesh e trasformava la sua organizzazione nella costola africana dello Stato Islamico, è comparso invece mansueto, dimesso e disarmato. In una clip dal girato amatoriale Shekau il feroce, l’atroce e l’inclemente, ha annunciato la propria fine, senza mezzi termini e senza ultimi ruggiti di vendetta: ”Per me è giunta la fine, che Allah ci protegga dal male, ringrazio il mio creatore”. Il requiem dello jihadista ovviamente ha subito fatto nascere una domanda: si tratta della fine del gruppo, la resa totale, o semplicemente è l’annuncio di un cambio al vertice della leadership islamista? Se i militari di Abuja sostengono che si tratti di un messaggio di resa incondizionata, una fine della guerra del terrore, così però non è per parte degli analisti internazionali. Il video infatti è ancora al vaglio dei servizi di intelligence e molte domande faticano a trovare delle risposte.In primis ancora non è chiaro se si tratti realmente di Shekau, vista la cattiva qualità delle riprese e dell’audio. Poi non lasciano indifferenti le modalità: conosciuta la fanatica marzialità della guerriglia che per sette anni ha messo a ferro e fuoco il nord della Nigeria, stupiscono oggi invece i toni e i contenuti del leader. Inoltre, il Ministero della Difesa nigeriano ha pubblicato un comunicato nel quale né afferma né smentisce l’autenticità del video. Molti dubbi quindi e poche certezze. Di queste c’è il fatto che Boko haram, come aveva già riportato ”Gli Occhi della Guerra” nelle scorse settimane, è stato ridotto alla fame a causa della carestia provocata dal conflitto. Inoltre il contingente internazionale è riuscito a infliggere pesanti sconfitte isolando la formazione in sparute roccaforti, soprattutto nella foresta di Sambisa e molti combattenti si sono arresi. Ma allo stesso tempo gli attentati non sono cessati. Il 16 marzo due donne si sono fatte esplodere al di fuori della Moschea di Maiduguri e oggi un gruppo di insorti ha rapito 16 persone nello stato di Adamawa.Inoltre, nel video, secondo alcune interpretazioni, Shekau sta invitando i suoi uomini alla resa, ma anche questa lettura è stata confutata. Yan St.Pierre,direttore esecutivo del Modern Security Consulting Group, in un’intervista a Newsweek, ha invece così analizzato il girato ”Sta dicendo ai suoi discepoli che è ancora vivo. Questo sembra essere il video preparatorio alla situazione di Boko Haram post Shekau. E lui sta galvanizzando i suoi combattenti a proseguire nonostante le perdite subite negli ultimi mesi”.Insomma la situazione appare molto intricata. Una delle evidenze è che l’opinione pubblica cerca di leggere lo stato di salute di una delle più cruente sette jihadiste, in un videomessaggio con troppe ombre e poche luci. Nel concreto Boko Haram sta soffrendo perdite e difficoltà strutturali, ma allo stesso tempo ciò non significa che sia sul punto di scomparire. Il leader della setta dice che è giunta la fine ma le azioni terroristiche proseguono e la guerra asimmetrica continua a mietere terrore. Poi, se fosse vero che Shekau abbandona, chi prenderà il suo posto? Quale peso avranno altri gruppi islamisti che operano nella regione come Ansaru (la formazione jihadista che nel 2013 uccise l’italiano Silvano Trevisan)? Che ne sarà dei combattenti di Boko Haram di oggi? Ecco, molti interrogativi e un ginepraio di incognite in cui è difficile districarsi.Una cosa però appare certa, e sono la storia delle guerre africane e degli interventi internazionali in Africa a insegnarla: se Boko haram dovesse crollare, ma nella regione non avverranno degli interventi sociali improntati ad abbattere le motivazioni strutturali dello jihadismo, questo non scomparirà mai. L’eresia elevata a fede, come una professionista della resurrezione si reincarnerà in nuove braccia e nuovi volti che adotteranno un improprio Allah u Akbar come peana di morte da gridare al cielo e sfogare sugli uomini. Un bacillo di sangue in grado di infettare proprio là, dove il quotidiano è sofferenza perpetua e l’odio il pane di ogni giorno.

Nel campo comunista di Goli Otok
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