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L’attentato di Magdeburgo, perpetrato dal medico saudita 50enne Taleb al-Abdulmohsen, ha sconvolto la Germania e mostrato nuovamente la fragilità della Germania di fronte all’escalation terroristica e al rischio di una sottovalutazione delle minacce. Del resto al-Abdulmohsen, cittadino saudita dal 2016 titolare dello status di rifugiato, attivista di destra, ateo e anti-musulmano che accusa Berlino di lavorare per l’islamizzazione dell’Europa, ha sia utilizzato un metodo già noto al terrorismo suprematista (il lancio di una macchina sulla folla) sia individuato un bersaglio già colpito in passato in Germania, i mercatini di Natale, già colpiti nel 2016 a Berlino dal terrorista Anis Amri con un camion.

Nel frattempo, attorno alla strage in cui 5 persone hanno perso la vita nella città dell’ex Germania orientale è emersa una cortina fumogena di dubbi riguardanti possibili catene di errori, mistificazioni e addirittura avvertimenti ignorati.

Le domande aperte sulla strage di Magdeburgo

Essenzialmente dubbi e problematiche riguardanti l’attentato ruotano attorno a tre questioni fondamentali: i mercatini della città della Sassonia Anhalt erano adeguatamente protetti? Quali sono state le motivazioni reali dell’attentatore, figura nota a un pubblico di addetti ai lavori per il suo attivismo anti-regime critico di Riad? Ed è vero che il regno wahabita aveva avvertito Berlino della sua potenziale pericolosità?

La nebbia di guerra dei social network, soprattutto X, dove si rincorrono notizie incontrollate non aiuta a fare chiarezza circa la realtà dei fatti e quanto è avvenuto. Abbiamo alcuni elementi su cui riflettere: in primo luogo, l’incrocio tra una sottovalutazione d’intelligence della possibilità che Magdeburgo potesse diventare un bersaglio e la particolare conformazione dei mercatini di Natale della città sassone.

“Un concetto di sicurezza e protezione deve, da un lato, proteggere il più possibile coloro che partecipano a un evento, ma deve anche garantire, allo stesso tempo, che se dovesse succedere qualcosa, siano in grado di lasciare il sito in modo sicuro e rapido”, ha affermato Ronni Kung, titolare della sicurezza nel comune di Magdeburgo, sottolineando come la tutela del luogo fosse stato pensato per un tipo di rischio convenzionale per rendere possibile l’affluenza di autoambulanze e volanti della polizia nella zona tramite il varco sfruttato da al-Abdulmohsen per lanciarsi a tutta velocità con la sua Bmw sui cittadini che passeggiavano per i mercatini.

La biografia del soggetto e le sue mistificazioni (rilanciate da Musk)

In secondo luogo, abbiamo a disposizione la biografia del soggetto, tutt’altro che ignoto al pubblico, per cercare di indagare le sue reali motivazioni. Il trend del terrorismo “accelerazionista”, che mira a suscitare panico e seminare morte e distruzione per facilitare un avvenimento o un processo, in questo caso lo stop voluto dal 50enne medico saudita a una presunta sintonia tedesca verso l’Islam, non è da escludere. Risulta curioso come – non confermate da analisti o fonti sostanziali – sui social la galassia della destra radicale, la maggiormente danneggiata dall’attentato che non ha potuto sfruttare per fini propagandistici, abbia già invertito la narrazione: addirittura, il titolare di X Elon Musk ha ritwittato il video di un’influencer di destra tedesca di origine iraniana, Maral Salmassi, che racconta come al-Abdulmohsen abbia voluto nascondersi nella società tedesca per diciotto anni dopo il suo arrivo in Germania.

Salmassi, che nel suo profilo posta video esaltanti Israele, definisce “occupazione islamica” l’attuale governo di Teheran e dice che l’antisionismo è figlio di una commistione tra antisemitismo islamico e nazismo, ha visto ritwittato da Musk un suo video in cui sdice che al-Abdulmohsen non è un ateo di destra radicale fan di Alternative fur Deutschland ma “è un musulmano sciita radicale, come dimostrano il suo nome e numerosi tweet e fughe di notizie in chat che circolano su piattaforme di lingua araba”, elencando poi una serie decontestualizzata di tweet a suffragio della sua affermazione.

Quanto dice Salmassi non merita commento: è una bufala bella e buona, fondata su una lettura grossolana dell’Islam unicamente a fini politici. Ma è emblematica dello spirito del tempo, in cui una contro-narrazione viene immediatamente gonfiata e canalizzata su X da canali facenti riferimenti alla destra radicale quando un evento arriva potenzialmente a scombinare i piani. Musk prima dell’attentato aveva scritto che solo Alternative fur Deutschland, l’ultradestra tedesca, poteva “salvare la Germania” al voto del 23 febbraio. Poco dopo un simpatizzante di Afd ha compiuto la strage di Magdeburgo. Contrordine, ciurma: deve partire la contronarrazione e appigliarsi anche a quegli elementi che possono suffragarla, scartando tutto il resto.

Il ruolo dell’Arabia Saudita

Tra questi, molto si sta discutendo attorno al presunto ruolo che le autorità dell’Arabia Saudita avrebbero avuto nell’informare la Germania della pericolosità dell’attentatore. Ebbene, sia il Financial Times che la Bbc parlano di informative di sicurezza circolate su al-Abdulmohsen e rivendicate dai sauditi, ma non prendono posizione circa la loro veridicità.

Del resto, ammesso che queste informative esistessero non è detto in primo luogo che parlassero di un rischio attentati (potevano benissimo far riferimento a una generica pericolosità sociale) e, in secondo luogo, che non fossero ispirate anche da un pregiudizio di Riad contro i suoi esuli. Di quanti espatriati l’Arabia Saudita denuncia la pericolosità sociale? Saperlo non sarebbe secondario per capire se sia trattato di un avvertimento massivo o di uno generalizzato e mirato. Inoltre, il presidente dell’Ufficio federale di polizia criminale (BKA), Holger Münch ha parlato di informazioni ricevute “non specifiche” e di una pre-esistente attività investigativa sull’uomo. Abbastanza per ricordare che la narrativa “Arabia Saudita attenta, Germania distratta” non è detto abbia presa sulla realtà.

La verità è che abbiamo a che fare un una campagna di inquinamento informativo massiccio che sembra mirare a tre obiettivi: gonfiare la narrazione dello scontro identitario, insistendo sull’idea che basta la genealogia araba a fare dell’attentatore un pericoloso islamista, costi quel che costi; coprire i possibili danni alle formazioni di destra sovraniste e anti-europee restituendo loro il controllo della narrazione; sdoganare l’Arabia Saudita, guarda caso alla vigilia di un ritorno in campo della presidenza di Donald Trump, storica amica di Riad, e in una fase in cui anche Israele spera nella ricostituzione del triangolo Washington-Riad-Tel Aviv in Medio Oriente. La magmatica palude dei comunicatori di destra radicale, aventi sponde istituzionali e nei vertici di X, è favorita dai tratti anomali e dall’oggettiva complessità analitica di questo caso. Ma come visto, questo meccanismo è scalabile da chi, come Salmassi, vuole ottenere visibilità a buon mercato sulla base di un pubblico radicalizzato. Tutto questo sulla pelle di una Germania che si ritrova ancora più indecisa, fragile e terra di conflitto a poche settimane dal voto anticipato.

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