L’arresto dello scorso 13 settembre di un ventenne richiedente asilo del Bangladesh ospite in una struttura di accoglienza di Montichiari, nel bresciano, lascia emergere ancora una volta il problema legato alla presenza di soggetti potenzialmente pericolosi che abbracciano e condividono l’ideologia jihadista in territorio italiano.

Il soggetto in questione utilizzava il proprio profilo Facebook per condividere materiale propagandistico di matrice islamista radicale, post inneggianti agli attentati di New York, Barcellona e Londra ma anche frasi del tipo “ho bisogno della guerra”, “felice giorno della morte”, “il paradiso mi attende”, oltre a diversi video violenti e di propaganda della vita eterna concessa a chi muore in nome di Allah contro le oppressioni dell’Occidente.

Il jihadismo del bresciano

La provincia di Brescia torna dunque al centro del panorama jihadista italiano; la zona in questione è stata infatti base per diversi soggetti finiti al centro di indagini per terrorismo, primo fra tutti Anass el-Abboubi, jihadista di origine marocchina residente a Vobarno, arrestato dalla Digos di Brescia nel 2013 e poi rimesso in libertà dal Tribunale del Riesame; Abboubi aveva fatto perdere le proprie tracce ed era fuggito in Siria per arruolarsi nelle file dell’Isis.

Nel giugno del 2017 veniva espulso da Vobarno un conoscente di Abboubi, il 25enne marocchino Zakariae Mohammed Youbi, accusato di propaganda jihadista. Nel suo pc veniva rinvenuto il manuale del jihadista di Anwar Awlaki.

Nel bresciano, precisamente a Chiari, viveva Ismail Imishti, cittadino kosovaro e fratello Samet; i due venivano arrestati nel dicembre 2015 assieme ad altri due soggetti balcanici durante l’operazione “Van Damme”. Secondo quanto emerso dalle indagini il gruppo aveva messo in atto una sistematica propaganda jihadista sui social network e su Facebook in particolare, attraverso la pagina “Me ose, pa tu, Hilafeti eshte rikthy” (Con te o senza di te il califfato è ritornato).

Nel luglio dello stesso anno venivano poi arrestati un tunisino di 35 anni e un pakistano di 27, accusati di essere gli autori dei messaggi minacciosi a firma Islamic State sullo sfondo di alcuni luoghi-simbolo italiani, a Roma e Milano; i due progettavano attentati proprio nella provincia di Brescia.

Quattro mesi prima veniva invece espulso Ahmed Riaz, cittadino pakistano di 30 anni accusato di frequenti contatti su social network con estremisti “anti-occidentali” e di aver diffuso video, fotografie e altro materiale di ispirazione jihadista.

Nel novembre 2016 a Brescia veniva invece arrestato e successivamente espulso Gaffur Dibrani, 22enne kosovaro accusato di aver radicalizzato il figlio e di averlo preparato al jihad. Lo scorso maggio un blitz contro appartenenti all’organizzazione terroristica Jabhat al Nusra portava poi ad alcuni arresti anche nel bresciano.

Il jihadismo sul territorio italiano da nord a sud

Sono numerose le province italiane teatro di attività jihadiste, al punto che risulta improprio eleggerne una in particolare come “capitale del jihad italiano”, in primis perché non vi sono sufficienti dati a disposizione per poter giungere a tali conclusioni; in secondo luogo per la fluidità dei contesti in esame, considerato che molte indagini coinvolgono più province e le attività dei jihadisti risultano spesso in movimento su più zone del territorio nazionale.

È però possibile osservare alcune delle province maggiormente esposte e al di là della zona del bresciano è possibile ad esempio osservare le dinamiche relative al bergamasco come ad esempio il caso dell’Islamsko Dzemat emerso nell’agosto del 2014 in concomitanza con l’operazione “Damasco” che portava all’arresto del predicatore e reclutatore pro-Isis bosniaco Bilal Bosnic, ospite in diversi centri islamici del nord Italia tra cui proprio lo Dzemat.

Nell’aprile del 2015 veniva arrestato a Pognano il pakistano Muhammad Hafiz Zulkifal, 43 anni, meglio noto come “imam di Zingonia”; il soggetto in questione veniva accusato di essere ai vertici di una cellula jihadista che organizzava la raccolta di fondi presso le comunità afghano-pakistane e li inviava nei Paesi d’origine tramite membri del gruppo che riuscivano ad aggirare i sistemi di controllo sull’esportazione della valuta.

In alcuni centri islamici di Bergamo e Brescia aveva inoltre predicato Musa Cerantonio, islamista italo-australiano arrestato nel maggio 2016 dalle autorità australiane. A Niardo nel 2012 veniva invece arrestato Mohammed Jarmoune, marocchino che aveva messo in atto un vero e proprio sopralluogo virtuale alla sinagoga milanese di via Guastalla. Arrestato con l’accusa di addestramento all’uso di armi ed esplosivi con finalità di terrorismo, a fine pena nel 2016 veniva espulso.

Vi sono poi altri casi che coinvolgono le province di Milano, Lecco e Varese. A partire da quello di Maria Giulia Sergio, la convertita residente a Inzago fuggita in Siria assieme al marito, Aldo Kobuzi e unitisi all’Isis. Maria Giulia, assieme alla sorella Marianna (attualmente in stato di detenzione) avevano cercato di radicalizzare i propri genitori per far trasferire tutta la famiglia in Siria. La rete della Sergio toccava anche le province di Bergamo e Grosseto.

Tra Lecco e Varese hanno invece operato i fratelli Oussama e Abderrahmane Khachia, il primo morto in Siria nelle file dei jihadisti dopo essere stato espulso dall’Italia, il secondo arrestato nell’aprile 2016 assieme al pugile Abderrahim Moutaharrik, a Salma Bencharrki e a Wafa Koraichi con le accuse di propaganda e reclutamento a favore dell’Isis.

Da Milano veniva poi espulso l’egiziano Ahmed Hassam Rakha, detenuto presso il carcere di San Vittore e considerato detenuto a rischio per radicalizzazione. Da Vimodrone sono invece partiti per la Siria Monsef el Mkhayar e Tarik Abouala, entrambi finiti nelle file dei jihadisti.

Nel milanese operavano poi l’albanese Bledar Ibrahimi, il marocchino Younef Faraouss e il pakistano Aftaab Farouq, tutti espulsi.

Tra Como e Lecco venivano invece espulsi l’egiziano ex jihadista in Bosnia Sayed Fayek Shebl Ahmed (il figlio è andato in Siria nel 2014 a combattere) e l’imam kosovaro Idris Idrizovic.

Nel torinese sono noti i casi del marocchino Halili el -Mahdi e dell’albanese Idris Elvis Elezi: il primo era finito sotto inchiesta nel 2015 per aver redatto e pubblicato sul web alcuni documenti di esaltazione dello Stato islamico. El-Mahdi era stato oggetto di una sentenza di patteggiamento, emessa dal Tribunale di Torino alla pena di due anni di reclusione con sospensione condizionale della stessa per istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Nei tre anni successivi il soggetto in questione si era ulteriormente radicalizzato al punto di dichiarare di voler compiere un attentato e veniva dunque nuovamente arrestato nel marzo 2018. Elezi veniva invece accusato di propaganda e reclutamento a favore dell’Isis assieme a suo zio Alban.

Nell’aprile del 2017 sempre a Torino veniva invece arrestato il marocchino Mouner el-Aoual, accusato di terrorismo, istigazione a delinquere e apologia di reato perché su Facebook aveva condiviso immagini di propaganda jihadista.

Il nord-est è invece risultato teatro prediletto per la propaganda del predicatore bosniaco Bilal Bosnic, in particolare nelle province di Belluno e Pordenone dove reclutava Ismar Mesinovic, Munifer Karamaleski e Elmir Avmedoski, tre volontari balcanici poi partiti per la Siria e unitisi all’Isis. Bosnic veniva segnalato anche presso alcuni centri islamici a Cremona, Bergamo e Siena. A Venezia nel marzo 2017 veniva poi sgominata una cellula di quattro kosovari che preparavano un attentato al Ponte di Rialto; di giorno gli indagati lavoravano al bar e la sera pianificavano attacchi e condividevano propaganda jihadista.

Foto LaPresse - Anteo Marinoni 30 03 2017 Venezia ( Italia) Cronaca  Terrorismo jihadista - Arrestati quattro kossovari, dei quali uno minorenne, aggregati all'Isis: progettavano attentato sul ponte di Rialto, sul Canal Grande.  nlla foto: tre dei terroristi arrestati. Photo LaPresse - Anteo Marinoni March 30, 2017 Venice ( Italy) News Isis's terrorists arrested in Venice -  press conference:
Venezia, sgominata cellula jihadista di quattro kossovari, dei quali uno minorenne, aggregati all’Isis: progettavano attentato sul ponte di Rialto, sul Canal Grande (LaPresse)

In Emilia Romagna spicca la provincia di Ravenna, dove in tre anni sono stati espulsi otto reduci della Siria e da dove a inizio settembre è stato espulso un cittadino albanese reduce della Siria dove aveva militato col gruppo jihadista di stampo qaedista Jabhat al Nusra.

Il centro-Italia

In centro-Italia emergono le province di Ancona e Perugia. Nell’anconetano, precisamente a Falconara Marittima, nel gennaio 2017 veniva rintracciato il trentaduenne tunisino Sami Chebli che sul proprio profilo Facebook condivideva contenuti propagandistici jihadisti pro Isis. Il soggetto in questione era inoltre risultato in contatto con l’estremista tunisino Saif Abdawi, membro dell’Isis, a sua volta entrato in contatto con l’attentatore di Berlino Anis Amri.

Da Ancona veniva espulso il tunisino Ridha el-Gharbi, alias Hasan Maroini; El-Gharbi, assieme ad altri reclusi presso la Casa Circondariale di Ancona, aveva in più occasioni inneggiato all’Isis manifestando l’aspirazione di unirsi al jihad e aveva esultato alla notizia degli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016.

Nell’aprile del 2018 veniva espulso da Cerreto d’Esi il marocchino Soufiane Rabhi; nel proprio cellulare venivano rinvenuti filmati di decapitazioni e altri con istruzioni per fabbricare bombe.

Sempre nell’anconetano sono passati poi Giuliano Delnevo e Noureddine Chouchane. Il primo, d’origine genovese, si era radicalizzato nel 2013 ad Ancona dove lavorava presso il porto del capoluogo marchigiano ed è lì che avrebbe allacciato i contatti che lo avrebbero poi portato in Siria. Il ragazzo morirà poco tempo dopo mentre combatteva in una katiba cecena di Jabhat al Nusra, parte di Al Qaeda. Nourreddine Chouchane, jihadista tunisino ritenuto dall’intelligence statunitense una delle menti dell’attentato al Bardo del 18 marzo 2015, aveva invece risieduto per un periodo a Cerreto d’Esi ed era stato seguito dagli investigatori come uno dei tanti musulmani che lavorano e frequentano i piccoli centri di preghiera sparsi nella provincia. Chouchane veniva ucciso il 19 febbraio del 2016 da un raid statunitense a Sabratha.

Nel perugino è noto il caso del cittadino marocchino Abdelilah el-Assali, frequentatore del centro islamico di Città di Castello; il soggetto in questione aveva manifestato vicinanza all’ideologia islamista radicale mettendo in atto in diverse occasioni comportamenti violenti e accusando di miscredenza alcuni suoi correligionari.

El-Assali era monitorato per i suoi pregressi rapporti di amicizia con il cittadino albanese Adrian Collaku, anch’egli residente nella provincia ed espulso insieme alla moglie, per motivi di sicurezza, nell’agosto del 2015. A luglio 2017 veniva poi espulso un altro cittadino marocchino improvvisatosi imam salafita e attivo tra Perugia e Corciano. L’individuo risultava in contatto con soggetti coinvolti in indagini per terrorismo, tra i quali l’ex imam della moschea di Ponte Felcino arrestato nel 2007 e poi condannato per reati di terrorismo internazionale.

Sud e Isole

A Foggia nel luglio 2017 veniva arrestato il trentottenne ceceno Eli Bombataliev: i reati ipotizzati nei suoi confronti sono associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione a commettere delitti.

Parallelamente all’arresto di Bombataliev venivano effettuate tre espulsioni per motivi di sicurezza internazionale: si tratta dei due fratelli albanesi Orkid e Lusien Mustaqi, di 26 e 23 anni. Bombataliev era diventato imam del centro islamico “al-Dawa” e operava assieme a un altro imam, l’egiziano Mohy Mostafa Omar, entrambi accusati di terrorismo.

Ad Andria nell’agosto 2016 veniva espulso l’imam Hosni Hachemi Ben Hassen, alias “Abu Haronne”, tunisino di 49 anni, arrestato dal Ros dei carabinieri perché sospettato del reato di associazione con finalità di terrorismo internazionale.

In Italia meridionale spicca poi il ruolo di Napoli come base dei jihadisti, in particolare per quelli arrivati in Sicilia con i barconi. Lo scorso aprile la polizia aveva arrestato Akram Baazaoui, un tunisino residente in città e accusato di aver fornito ad Anis Amri, l’autore dell’attentato di Natale a Berlino.

Poche settimane dopo sempre nella città partenopea veniva arrestato un gambiano che stava preparando degli attentati mentre due mesi prima l’algerino Othman Jridi aveva rubato un’auto e aveva cercato di sfondare le barriere di protezione del Santuario della Madonna a Pompei.

Napoli risulta tra l’altro come punto di riferimento per quei jihadisti che necessitano documenti falsi. Un aspetto ben noto già negli anni Novanta con i terroristi algerini del Gia presenti in città.

Il jihadismo non risparmia neanche le Isole: lo scorso luglio infatti i carabinieri davano esecuzione a un decreto di fermo, emesso dalla Procura Distrettuale antimafia di Palermo, nei confronti dei diciassette indagati. Secondo gli inquirenti il gruppo farebbe capo a persone indagate residenti a Palermo. Dalle indagini emergeva che i soggetti coinvolti avrebbero avuto contatti con Cosa Nostra, a cui vendeva armi, e con il gruppo paramilitare albanese “Nuovo Uck” legato ad ambienti jihadisti. Va inoltre ricordato che proprio in Sicilia si è trattenuto Anis Amri prima di recarsi in Germania per compiere l’attentato al mercatino di Natale. Sempre a Palermo viveva e studiava Khadija Shabbi, la ricercatrice libica finita sotto inchiesta per propaganda qaedista e per aver tenuto contatti con foreign fighter.

Per quanto riguarda la Sardegna, lo scorso maggio la Digos di Sassari aveva individuato alcuni militanti di nazionalità siriana e marocchina accusati di associazione con finalità di terrorismo, finanziamento del terrorismo e intermediazione finanziaria abusiva. Da tener inoltre presente che nell’aprile del 2015 a Olbia veniva scoperta una rete qaedista pakistana i cui affiliati erano ritenuti responsabili dell’attentato al bazar di Peshawar, in Pakistan (avvenuto nel 2009), che aveva provocato oltre 130 morti.

Questi sono alcuni dei casi più noti a livello nazionale, ma ve ne sono molti altri che non sono stati citati per motivi di spazio. Il panorama indica chiaramente come l’Italia sia un’importante base e luogo di transito per i jihadisti che, in alcune occasioni hanno anche pianificato attacchi in territorio nazionale.

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