Maiduguri, capitale dello stato del Borno, nord est della Nigeria. La città, che si estende nella fascia saheliana, travolta dall’Harmattan e bagnata dalle acque scure del fiume Ngadda negli ultimi anni è stata ribattezzata anche la Raqqa dell’Africa perchè è questa la città in cui è nata la setta jihadista Boko Haram e che il gruppo salafita nigeriano ha eletto a capitale spirituale della sua guerra santa. E’ però tra le case di questa città imprigionata tra spari e rappresaglie, checkpoint e attentati che vive Aisha Wakil, di 51 anni, una delle donne maggiormente impegnate nella pacificazione della regione e nella riabilitazione e il reinserimento dei combattenti insorti nella società, tanto da essere stata ribattezzata: ”Mamma Boko Haram”.

La storia di Aisha Wakil è una storia unica che racconta un vissuto fatto di immigrazione, conversione e devozione. Una storia fuori dall’ordinario di una donna che ha fatto della sua vita lo strumento con cui combattere in una maniera diretta e pacifica violenza, terrore e oscurantismo.

Aisha Wakil non è originaria di Maiduguri, è una donna Igbo, l’etnia delle regioni meridionali del Paese più popoloso d’Africa, e che si è trasferita nel Borno, nel 1989, a pochi anni dalla fine della guerra del Biafra, per iscriversi all’Università di Maiduguri. Wakil proveniva da una famiglia Igbo di devoti cattolici e anche lei è cresciuta con una forte vocazione religiosa. Nei primi anni ’90 però si è convertita all’Islam, e la conversione è avvenuta dopo aver incontrato l’uomo che avrebbe sposato: Alkali Gana Wakil. Oggi la donna, quando racconta del perchè della sua scelta di convertirsi alla religione del Profeta spiega. “Secondo la tradizione, la donna dovrebbe seguire la religione dell’uomo. L’ho fatto per mantenere quella cultura, affinché la pace regnasse nella mia casa matrimoniale ”. Ma furono quella conversione, il fatto di cambiare nome in Aisha e di essersi inserita in maniera assoluta nel tessuto sociale e confessionale del nord i prodromi di quel fenomeno che l’avrebbe portata ad essere una delle figure maggiormente di spicco del processo di mediazione del conflitto nigeriano.

Wakil, una volta sposata, ha deciso lasciare la porta di casa sua aperta per mostrarsi accogliente e farsi accettare dagli abitanti della nuova città in cui aveva deciso di vivere. Presto, i ragazzi e bambini di strada hanno incominciato a frequentare l’abitazione della donna che in breve tempo li ha accolti garantendo loro da mangiare, insegnando dei lavori di artigianato e creando con questi ragazzi un legame tale per cui lei ha iniziato a chiamarli “figli suoi” e loro, di conseguenza, hanno incominciato a chiamarla ”mamma”. La donna ha preso parte alle cerimonie di circoncisione e in occasione di ciascun rituale si è sempre incaricata di organizzare banchetti e festeggiamenti. Però, quella che sembrava una storia di integrazione e aiuto caritatevole ha subito una brusca virata quando nel 2009, nella città nigeriana , è salita alla ribalta delle cronache la setta Boko Haram.

Mohamed Youssuf, l’ideologo e il fondatore della setta, aveva iniziato a predicare e a operare in Maiduguri già da qualche anno ma la situazione si è esasperata quando nel 2009 l’esercito ha ucciso il leader del gruppo e il comando della formazione jihadista è stato preso da Abubakar Shekau, da quel momento il nord della Nigeria è stato travolto da una guerra del terrore che ad oggi ha provocato la morte di decine di migliaia di persone e oltre 3milioni di sfollati, e molti di quei bambini che frequentavano la casa di Wakil negli anni sono divenuti dei terroristi di Boko Haram.
E’ stato questo legame con la nuova generazione di guerriglieri a permettere a ”Mamma Boko Haram” di essere una delle poche donne ad avere contatti diretti con la formazione e a divenire un’intermediario per quel che riguarda lo scambio dei prigionieri, il rilascio degli ostaggi e il reinserimento nella società dei ribelli pentiti.

Negli anni la donna si è fatta carico del mantenimento anche delle famiglie e degli orfani dei combattenti, è riuscita a liberare da sola, grazie all’aiuto di un suo contatto, una ragazza cristiana di 16 anni condannata a divenire un’ attentatrice kamikaze, ma una delle sue imprese più memorabili è riuscita quando ha sventato la strage all’università di Maiduguri. La donna, nel 2012, venne informata da alcuni ”suoi figli” che l’università sarebbe stata attaccata pesantemente e quindi le raccomandarono di non mandare a scuola la figlia Ummi che frequentava l’ateneo. Il giorno dell’attacco Wakil, invece, mandò a scuola la figlia e quando gli jihadisti infiltrati nell’università riconobbero la ragazza, a quel punto, sapendo che si trattava de la figlia di ”loro madre”, sospesero l’operazione e quella che sarebbe passata alla storia come una delle azioni più cruente del gruppo venne annullata.

Negli anni la donna ha aiutato ragazzi a uscire dall’organizzazione e a rifarsi una nuova vita, è stata una delle mediatrici per il rilascio delle ragazze di Chibok e nel 2019 ha fondato anche l’organizzazione no profit Complete Care and Aid Foundation, grazie alla quale lei e il suo team hanno distribuito vestiti e cibo alle donne che vivevano nei campi profughi. E’ stata questa sua organizzazione umanitaria però a trascinarla alla sbarra. Nel 2019, con l’accusa di frode, Wakil Aisha è stata arrestata e tutta la sua attività è rimasta sospesa. Sulle colonne del The Guardian Wakil ha fatto sapere che la cosa che la preoccupa di più non è l’accusa di frode, dal momento che è innocente e che sa che questa è una battaglia pretestuosa contro la sua persona ritenuta scomoda in molti ranghi della società, la sua più grande preoccupazione è invece che la sua assenza e la sua lontananza dal lavoro le facciano perdere contatti e tempo prezioso perchè, in base a quello che ha raccontato al quotidiano britannico, Boko Haram intanto si è rafforzato, ha arruolato nuove persone e si è dotato di armi sempre più sofisticate.
Concludendo la donna ha dichiarato che mandare in frantumi il suo operato significa distruggere una delle armi più potenti contro lo jihadismo.

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