Per comprendere accuratamente la natura del terrorismo oggi è necessaria un’analisi paziente, misurata ed un uso coerente della terminologia. È pertanto importante riesaminare il concetto di terrorismo solitario e tentare di capire dove si inserisce l’attività terroristica jihadista in Occidente. Nel corso degli ultimi anni l’Occidente, così come i paesi a maggioranza musulmana, sono stati colpiti da attacchi portati dai cosiddetti lupi solitari, per lo più jihadisti islamici. Per definizione, un terrorista è spinto da obiettivi politici, ma tali motivazioni di solito non rappresentano fattori predittivi per un possibile attentato. I lupi solitari condividono una simile psicologia, la stessa che li ha estraniati dalla società che hanno iniziato ad odiare: l’ansia da riscatto sociale è componente essenziale dell’individuo che si avvicina ai movimenti radicali jihadisti. I lone wolf dello Stato islamico si discostano da quelli teorizzati quindici anni fa. Molti di loro (così come avvenuto per gli episodi accaduti in Francia ed in Belgio) provengono dal mondo criminale. Proprio la criminalità continua ad intrecciarsi sempre più con l’estremismo. Ecco che allora il concetto stesso di terrorismo assume un nuovo significato: la causa politica o religiosa, diventa soltanto il pretesto per continuare un comportamento illecito. L’evoluzione del lone wolf islamista va quindi ricercata nel branco criminale consacrato alla causa jihadista. Se il lone wolf potrebbe essersi evoluto in branco per massimizzare l’efficacia e coordinare gli attacchi, il terrorismo islamico ha già dimostrato il fine delle sue azioni contro l’Occidente: spettacolarizzare la morte. Analizzando gli attentati degli ultimi anni, possiamo identificare due diverse tipologie di lone wolf: il tattico e l’opportunista. Il lupo solitario tattico potrebbe anche essere collegato direttamente ad uno specifico gruppo fondamentalista ed aver ricevuto da quest’ultimo formazione e sostegno logistico. Il lone wolf tattico è il classico combattente straniero che ritorna a casa. L’opportunista è, invece, colui che, probabilmente, non ha mai avuto alcun tipo di rapporto diretto con i terroristi e limitato esclusivamente alla propaganda estremista sui social. Omar Mateen, esecutore della strage di Orlando, rientra in questa seconda categoria. Per le organizzazioni islamiche estremiste, non importa l’attore ma il fine che resta il medesimo: la propaganda. In alcuni episodi, o potremmo parlare persino di branco. Gli attentati avvenuti il 26 novembre del 2008 a Mumbai, sono stato eseguiti proprio da un branco di lupi.
Nel lupo solitario, il processo di radicalizzazione avviene solitamente in tempi brevi. Raramente, gli esecutori ricevono supporto esterno, anche se lo Stato islamico cerca di trasformare qualsiasi fatto di sangue, casuale e non, in propaganda. I lupi solitari erano già stati invocati dal terrorista Anwar al Awlaki (tuttavia la natura di quel contatto era limitata alla giustificazione ideologica, piuttosto che alla pianificazione degli atti di violenza) che sulla rivista Inspire, esortava i singoli musulmani americani a compiere attacchi contro i civili. Anwar al-Awlaki resta ancora oggi una delle figure più carismatiche di Al-Qaeda e principale fonte d’ispirazione per molti terroristi. Influenzato dalle opere di Sayyid Qutb, ideatore del pensiero jihadista anti-occidentale, Anwar al-Awlaki divenne in poco tempo il principale cultore della linea fondamentalista ad oltranza. Scrisse numerosi saggi che possono definirsi come la guida per gli estremisti di matrice islamica, una sorta di bibbia del lupo solitario che si consacra al martirio. Capì la fondamentale importanza di internet come strumento per diffondere la cultura anti-occidentale e reclutare nuove cellule, aprendo un blog, una pagina Facebook, una canale Youtube e divenendo il primo editorialista della rubrica di Al-Qaeda, Inspire.
Nonostante possiedano lo svantaggio di un supporto professionale dei gruppi terroristici, l’attacco del lupo solitario si dimostra letale. Con il senno di poi i sospetti, che divengono poi indicatori, si tramutano in prove schiaccianti, ma non esiste ad oggi un’analisi predittiva che possa identificare l’imminente azione di un lone wolf. Solo a strage compiuta, azioni ed indizi, si tramutano in prove inconfutabili. E questo è il pericolo di un’analisi retrospettiva. Gli stessi indicatori possono fare accendere un campanello d’allarme, ma sfociano raramente in violenza. Piuttosto, sono i comportamenti banali ad essere correlati ad un episodio di violenza. In realtà, se da un lato è possibile identificare alcuni comportamenti potenzialmente osservabili, dall’altro è impossibile stabilire se possano sfociare o meno in minaccia. Si tratta proprio di una prevenzione senza una previsione specifica.
È particolarmente difficile distinguere tra gli estremisti solitari che intendono commettere attacchi e quelli che semplicemente esprimono convinzioni radicali. Perché, se è abbastanza vero che la maggior parte dei terroristi sono radicali, è altrettanto corretto affermare che non tutti i radicali sono terroristi. È quindi estremamente difficile individuare i lupi solitari che effettueranno un attacco vero e proprio prima che colpiscano, anche con l’ausilio dei più sofisticati strumenti tecnici di raccolta delle informazioni. Certo, la cronologia delle ricerche sulla rete, ad esempio, potrebbe rivelare una fissazione. Pubblicazioni, condivisioni e foto potrebbero rivelare l’identificazione così come i dati per la geo-localizzazione, ma produrre dei protocolli automatici che possano rilevare sulla rete dei comportamenti anomali, tipici di un lupo solitario, è praticamente impossibile.
Per definizione, quindi, il lone wolf si muove senza alcuna connessione. Un errore comune è quello di considerare il lupo solitario alla stregua delle cellule dormienti. Queste ultime si infiltrano e restano in sospeso fino a quando non ricevono l’ordine di agire. Presupposti che non rientrano nel modo di agire del lupo solitario, mosso dalla sola ispirazione e connessione ideologica con individui che probabilmente non conoscerà mai. Il terrorista individuale si ispira ad un certo gruppo, anche se non strutturato gerarchicamente all’interno di esso. Il lupo solitario potrebbe essere chiunque perché con le sue azioni violente esemplifica le variazioni in termini di orientamento e modus operandi. Sono attori solitari, le cui intenzioni sono difficili da discernere perché solitamente evitano il contatto con gli altri. Questo rende l’identificazione, il monitoraggio e l’arresto estremamente difficile. Rispetto alle forme convenzionali di terrorismo sponsorizzato, gli operatori solitari hanno un vantaggio fondamentale: non condividono i loro piani con altre persone. I lupi solitari, per definizione, sono idiosincratici: il loro contesto è vario così come lo sfondo politico ed ideologico che li ispira.
Il lupo solitario potrebbe essere un fanatico religioso, ma anche un anarchico. Un estremista di destra o sinistra, un radicale cattolico o il classico jihadista. E ancora potrebbe essere uno psicopatico o uno sano di mente. Una varietà di sfondi quindi, con un ampio spettro di ideologie e motivazioni. Ecco perché non esiste profilo unico per il lone wolf. Possiamo, invece, distinguere diverse categorie di terroristi solitari in base al loro background ideologico o religioso. Anche se è possibile identificare alcune caratteristiche comuni condivise, il numero degli episodi resta statisticamente basso per catalogare, schematizzare e prevedere l’attentato di un lupo solitario. In alcuni casi, non sarebbe nemmeno corretto parlare di lupo solitario, ma di cigno nero: l’individuo che diventa esecutore materiale di una strage e poi inserito, volente o nolente, nella propaganda di un’organizzazione terroristica. Lo studio dei processi di radicalizzazione potrebbero fornire indizi sulla minaccia solitaria, mentre una tattica in sintonia con il contesto potrebbe suggerire efficaci contromisure per un evento o un luogo catalizzatore. Infine, un primo screening potrebbe e dovrebbe essere compiuto su coloro che riescono ad ottenere equipaggiamento militare, come i fucili automatici.
Il maestro virtuale
Soggetti, che non rientrano nella categoria dei lupi solitari, addestrati e guidati da organizzazioni terroristiche che impiegano pianificatori virtuali. Il contatto in remoto (il maestro) garantisce ogni tipo di sostegno al soggetto reclutato (il discepolo) fino a pochi secondi prima l’esecuzione dell’attentato. In tale binomio è riscontrabile una linea diretta tra il maestro virtuale (che fornisce istruzioni, coordinate, consigli ed il fondamentale supporto spirituale che giustifica l’azione, cioè l’omicidio) ed il discepolo tramite piattaforme crittografate come Telegram (anche se nei recenti messaggi si invoca il trasferimento su Sarahah). Quando l’Isis identifica un promettente giovane disposto a compiere un attacco contro l’Occidente, strategia e supporto sono garantiti dagli operatori presenti nelle aree controllate: l’unica connessione è internet. Di conseguenza, alla categoria del lone wolf, che raramente agisce davvero da solo, bisognerebbe associare quella dei discepoli e dei maestri virtuali. Tale connessione è presente nella maggior parte dei recenti attentati con attori connessi in qualche forma ad altri estremisti (tuttavia i lone wolf non sono estinti). Tali collegamenti sono stati notevolmente facilitati dalla crescita dei social media e delle applicazioni crittografate che hanno consentito l’evoluzione del maestro virtuale. Alcuni attori solitari (sospetti sull’attentato di Nizza) potrebbero aver ricevuto assistenza parziale da parte di altri soggetti. La semplice esistenza di connessioni con altri estremisti non significa da sola che quel soggetto fa parte di una rete più ampia (poiché ciò dipende dalla natura e dal contenuto di tali connessioni).
L’incoraggiamento e la guida dei maestri virtuali, tuttavia fanno la differenza nella volontà del discepolo. Teoricamente più esposti rispetto ai terroristi solitari nonostante il frequente uso di comunicazioni crittografate, i discepoli sono potenzialmente più capaci (a causa dell’assistenza semi o professionale ricevuta). Nella classificazione delle cellule, il discepolo radicalizzato ed istruito a distanza precede la forma più devastante del terrorismo jihadista (operatori addestrati all’estero e sostenuti finanziariamente e logisticamente). Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a una minaccia complessa e variegata ed è abbastanza raro che un determinato caso si inserisca in una particolare categoria analitica. Proprio per questo, non ha senso trattare le categorie come se fossero letterali o assolutistiche nelle descrizioni della realtà. Le connessioni tra i terroristi sono veramente comuni (più in Europa che negli Stati Uniti), ma ciò non significa che anche gli attori singoli (individui non istruiti, in gran parte autonomi) non svolgono un ruolo importante. I discepoli rappresentano un ibrido, un punto intermedio tra attori singoli ed operazioni pianificate. E’ quindi una minaccia in gran parte dominata da reti transnazionali interconnesse, in continua evoluzione ed estremamente pericolose.
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